Recensione killer joe regia di William Friedkin USA 2011
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Recensione killer joe (2011)

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locandina del film KILLER JOE

Immagine tratta dal film KILLER JOE

Immagine tratta dal film KILLER JOE

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Immagine tratta dal film KILLER JOE

Immagine tratta dal film KILLER JOE
 

"Killer Joe" è la seconda collaborazione a distanza di pochi anni tra William Friedkin e Tracy Letts, dopo la felice esperienza di "Bugs", thriller alquanto anomalo, dal solido impianto teatrale che tuttavia non ha avuto un grande riscontro di pubblico.
Come per "Bugs", anche "Killer Joe" è un adattamento di una pieces teatrale dello stesso Letts, il quale ha scritto anche la sceneggiatura per il suo passaggio su grande schermo, particolare che senza dubbio ha facilitato la riuscita qualitativa di quest'opera. In effetti ci sono elementi comuni fra queste due opere, tanto che "Killer Joe" sia una versione su  scala più ampia dello stesso "Bugs".

Certamente non raggiunge lo stesso parossismo, la stessa angoscia claustrofobica di una singola stanza, ma mostra un'umanità assurda e grottesca rimanendo su binari di assoluto realismo e credibilità nell'ambientazione e nei personaggi che ci vengono mostrati.
Il contesto in questo senso acquisisce una sua importanza fondamentale perchè diviene il reale motore della storia. Una storia di estrema emerginazione sociale ed economica in primo luogo, fatta da edifici fatiscenti e squallidi prefabbricati adibiti ad abitazioni tese a sottolineare la precarietà dei personaggi, costretti a sbarcare il lunario fra piccoli lavori malpagati e vivere di espedienti illegali, quali lo spaccio di droga e in generale di piccola criminalità da due soldi. Sono il gradino più basso della scala sociale, chiusi nel proprio universo senza via d'uscita verso una condizione migliore. C'è solo un modo per evadere da tutto questo, quello più semplice ed immediato: il denaro.
Fin qui il contesto descritto sembra un quadro delle periferie romane del sottoproletariato pasoliniano, ma Friedkin prende decisamente una strada molto diversa, usando il realismo d'ambiente, con una rielaborazione di generi cinematografici diversi dove predomina il carattere della commedia nera.

Una delle peculiarità del cinema di William Friedkin è il carattere ambivalente dei propri protagonisti, la loro natura fondamentalmente debole, caratterizzata da un percorso che corre sull'equilibrio precario tra bene e male, che ne determina molto spesso la spersonalizzazione della propria identità. La morale diviene quindi un qualcosa di indefinito, dove i confini tra ciò che giusto e ciò che non lo è sono sempre più indistinguibili. Killer Joe probabilmente rappresenta uno stadio successivo di questa evoluzione. Quello che colpisce maggiormente è l'amoralità dei personaggi, più del degrado fisico di una realtà marginalizzata. Sono raggruppati formalmente all'interno di un'istituzione chiamata famiglia, ma fin dall'inizio si nota come quest'ultima sia un concetto che in tale contesto ha un valore relativo, puramente formale.

E' sufficiente fare una breve descrizione della trama per rendersene conto.
Chris, spacciatore di piccolo cabotaggio, scopre che sua madre tossicodipendente gli ha fregato una partita di droga, mettendolo in una situazione critica con il suo fornitore, dato che non ha soldi per ripagarlo. Trovandosi con le spalle al muro si reca dal padre, che vive con la seconda moglie e la sorella di Chris, proponendogli di far fuori la madre per recuperare i soldi. La madre infatti ha una polizza sulla vita, il cui beneficiario è Dottie, la sorella di Chris.
Riassumendo in poche parole: una madre fotte il proprio figlio, il quale si vuole vendicare fottendo a sua volta la propria madre con l'aiuto del padre. Abbiamo il ritratto di una famiglia felice e in perfetta armonia, tutto descritto da Friedkin utilizzando un registro caratterizzato della più assoluta banalità quotidiana che fa acquisire maggior forza all'assurdità di tutta la vicenda.
Un quadro che mostra tutto il suo potenziale esplosivo nell'analizzare i rapporti che intercorrono fra questa schiera di personaggi: l'odio che intercorre fra la seconda moglie di Ansel e il figliastro Chris fin dall'inizio del film, quando Chris giunge in casa del padre e Sharla gli apre la porta e gira in casa senza mutande. La stessa Sharla che gioca la sua partita su due fronti, in quanto moglie di Ansel e amante segreta del fidanzato della madre di Chris e Dottie. E infine Ansel il più sempliciotto di questo terzetto, oggetto delle manipolazioni di Chris e Sharla, perennemente sbracato sulla poltrona a vedere programmi televisivi di infima qualità come un Homer Simpson in carne ed ossa, tanto da rappresentare l'elemento più spiccatamente comico del film di Friedkin (la sequenza dell'incasso della polizza è da antologia di un qualsiasi film comico).
Ad una qualsiasi miscela esplosiva bisogna però aggiungere il detonatore e qui Friedkin ne mette addirittura due. Uno agisce all'interno del nucleo familiare l'altro agisce dall'esterno: rispettivamente Dottie e Killer Joe.

Lo stesso Friedkin ha descritto Dottie come una moderna Cenerentola, ultimo barlume di un’innocenza ormai irrimediabilmente perduta. Chiusa nella propria stanza, oggetto delle attenzioni che sconfinano nel morboso di suo fratello Chris, tanto da far pensare ad una citazione del rapporto ambiguo fratello/sorella di Scarface.
Non solo, rappresenta la chiave per arrivare al gruzzolo dell’assicurazione una volta tolta di mezzo la madre naturale, visto che Dottie è la beneficiaria di quella polizza. Ultimo particolare: è vergine e nonostante questo tutta la famiglia al completo non esita a darla in pegno a Killer Joe, perché non possiedono i soldi dell’anticipo necessari affinchè Joe compia il proprio lavoro.
Ma chi è questo Killer Joe? Si chiama in realtà Joe Cooper, é un poliziotto che si rende disponibile sul mercato per fare lavori sporchi. Metodico, preciso e sicuro di sé. Non lascia nulla al caso, le sue tariffe e le sue condizioni sono chiare per qualsiasi persona desiderosa di assumerlo per i suoi servizi. E' un rappresentante della legge con tutti i crismi e distintivi, ma agisce anche nell'illegalità per puro tornaconto personale. Il suo personaggio non è altro che una derivazione di molti antieroi friedkiniani ed in particolare il Chance di "Vivere a Morire a Los Angeles", replicato a sua volta nel finale del film, dal suo "gemello" Vukovich. Ma se in quel contesto o anche in "French connection", l'uso di metodologie illegali era orientato a ottenere la vittoria della legalità, in "Killer Joe" c'è una netta prospettiva rovesciata: la professione di poliziotto è una copertura legale che ha lo scopo di ottenere vantaggi per la sua professione illegale, cioè quella di assassino a pagamento.

Da questo punto in poi la recensione contiene spoiler, se ne consiglia quindi la lettura solo dopo aver visto il film

Le circostanze anomale che conducono all'incontro fra Dottie e Killer Joe, culminano nella sequenza in cui Joe seduce Dottie e a sua volta viene sedotto dalla ragazza. Il forte legame che si crea fra i due è l'inizio del precipitare degli eventi, con altrettanta metodicità per il quale erano stati concepiti. All'insaputa di tutti, la madre di Chris e Dottie, ha cambiato beneficiario della polizza. Non più la figlia, bensì il proprio amante, il quale ha persino una relazione clandestina con la seconda moglie del povero tonto Ansel. Il denaro, unico collante che univa tutta la strampalata famiglia, viene a mancare decretandone la fine. La resa dei conti finale avverrà durante il contesto familiare per eccellenza, la cena dove inizierà un vero e proprio gioco al massacro fra i componenti della famiglia in aggiunta allo stesso Killer Joe, diventato una sorta di angelo sterminatore dei presenti e deciso ad ogni costo a continuare la sua storia d'amore con Dottie.
Friedkin per questo finale utilizza un impianto teatrale, in cui esplode la tensione drammatica di fondo già usata alle sue origini in pellicole come Festa di compleanno del caro amico Harold, unendoli in aggiunta al tono da commedia nera della pellicola. Scena cult certamente è il blowjob della Gershon alla coscia di pollo esposta da Killer Joe, nel momento in cui lo stesso smaschera il doppio gioco della donna cui gli altri familiari erano all'oscuro. E' proprio nel finale che Friedkin pigia ancora di più il piede sull'accelleratore, facendo emergere chiaramente quel grottesco che fino a quel momento era rimasto più nascosto.

La scelta degli attori è stata fondamentale. Senza un cast affiatato a questo livello e senza la bravura dello stesso, difficilmente il film sarebbe riuscito. Pur senza andare a demerito degli altri interpreti, occorre spendere tuttavia parole d'elogio per Matthew McConaughey, attore dall'ottimo inizio di carriera con pellicole come "Stella solitaria" di Sayles e che sembrava ormai irrimedialmente perduto in commediole sciocche e preconfezionate cui ci aveva abituato negli ultimi anni. Non si parla di una rinascita vera e propria alla Mickey Rourke di "The Wrestler", ma il recupero di un attore di belle speranze disilluse. Il suo Killer Joe è un concentrato di carisma che buca lo schermo ogni volta che appare. Il suo parlare lento, cadenzato oltre al vantaggio di essere egli stesso texano d'origine, cosa che ha facilitato il compito nell'entrare nel ruolo, gli ha permesso di costruire un personaggio complesso, fondamentalmente amorale, che gradualmente riacquisisce una sua moralità come si vede chiaramente nella mini apocalisse finale.
Una conferma anche per William Friedkin ex enfant prodige della New Hollywood anni '70 capace di realizzare pellicole di buona qualità alla soglia di ottant'anni.

"25.000 $, cash"

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Recensione a cura di The Gaunt - aggiornata al 10/09/2012 16.26.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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