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LA PROMESSA DELL'ASSASSINO regia di David Cronenberg

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StranzCronenber     8½ / 10  26/06/2009 14:24:28Nuova risposta dalla tua ultima visita » Rispondi
Quando seppi della possibile collaborazione tra il mio amato Cronenberg e Re Aragorn, ossia Viggo Mortensen, devo ammettere che la cosa mi lasciò alquanto perplesso.
Per fortuna, quel pregiudizio è stato letteralmente annientato dai risultati del loro sodalizio artistico.
Di più, il pazzo David sembra aver trovato il compagno ideale nel suo viaggio verso la perfetta rappresentazione dei moti che scuotono la società moderna. Costruire la narrazione di una sorta di giallo tinto di nero, utilizzando tutti i classici mezzi espressivi
del cinema hollywoodiano, giungendo, ciononostante, ad un risultato di assoluta originalità: ecco cosa è stato capace di fare il Poeta della Carne. Durante la visione, mi sono spesso scoperto a chiedermi: dove ci troviamo? In che città sta accadendo tutto questo? Possibile che simili storie avvengano ai giorni nostri come 50 anni fa' a Chicago? La commistione di culture, l'incomprensibile sovrapporsi di linguaggi (quello banale quanto chiaro delle persone per bene, e quello terribilmente simbolico dei malavitosi), l'alternarsi di lingue (dialetti russi, ceceno, inglese), allo stesso modo dell'aggrovigliarsi di corpi in un crescendo di violenza e degrado, determina un senso di disorientamento quasi nauseante.

La descrizione dei fatti avviene mediante una cesellatura sopraffina dei rapporti tra i protagonisti, rapporti che si evolvono portando ad una conflittualità sempre più accentuata, anche se latente e occulta, mentre i legami tra bene e male si fanno più stretti, avvolgendo in un amalgama di morbosità e ambiguità tutti i protagonisti. A cosa mirano, quali sono i loro obiettivi, da cosa sono mossi?

Da un lato: l'istinto materno che guida ciecamente i tentativi di un'ostetrica di ricostruire una
(prei)storia segnata da soprusi, stupri e sfruttamento, preposta professionalmente e per
definizione "a far nascere le persone", ma suo malgrado costretta ad assistere pure alla morte di una giovane donna; la ripugnanza di un padre per le "devianze" del proprio figlio, che nonostante tutto sente di dover proteggere da chi è, paradossalmente, più spietato e malvagio di loro stessi; all'inverso, il bisogno di affetto di un figlio, affetto ricercato in altri, anziché in chi gli ha dato la vita.

Dall'altro: l'impassibile determinazione ed il glaciale distacco da tutto e tutti di Viggo-Nikolai,
un autista con obbligo di svolgere alcune ore di "lavoro straordinario".
E' soprattutto il suo personaggio a rappresentare l'anello di congiunzione con le precedenti opere di Cronenberg, e non tanto sotto il profilo narrativo, quanto per la continuità nello sviluppo della poetica dell'autore: l'evoluzione della carne. Questa volta, però, le mutazioni sono meno invasive del solito, poiché in luogo di tumori, cavi intraspinali, vermi e strumenti ginecologici, troviamo l'antica arte del tatuaggio. Il corpo diventa una sorta di tela su cui dipingere la strada percorsa e da percorrere, fino a quando i coltelli affilati di due truci mafiosi ceceni non tenteranno di fendere la carne su cui le opere sono rappresentate.
Ma la mutazione, proprio perché limitata alla pelle, dovrebbe essere soltanto superficiale, restando immutato l'animo e la volontà del tatuato: dovrebbe. Il film è caratterizzato dalla estrema (ed insolita, per Cronenberg) semplicità del canovaccio, semplicità che ha permesso però di rappresentare con chirurgica precisione la naturalezza con cui la società è ormai abituata a convivere con scempi di ogni tipo. Gli spettatori a sottovalutare la drammaticità degli eventi, ipnotizzati dalla meccanicità con cui i protagonisti compiono le atrocità in mostra.
Quella che segue è un'analisi dettagliata di alcune scene del film, pertanto consiglio a chi non vuole vedersi rovinata la sorpresa, di non proseguire nella lettura. Partiamo dalla scena iniziale del film: una donna, emaciata, drogata e pure straniera, si presenta in una farmacia chiedendo aiuto. Sta fuggendo dai suoi aguzzini, e non sa dove rifugiarsi. La povera fanciulla deve fuggire, perché aspetta un bambino che non deve nascere, o comunque dovrà morire al più presto.
Sapremo, in seguito, che ella era vergine, quando subì la violenza da cui quel bimbo è nato.
Se il film di cui stiamo parlando fosse stato firmato da Bunuel, qualche anno fa', probabilmente si sarebbe già urlato allo scandalo, per quanto evidenti sembrano i riferimenti biblici utilizzati da Cronenberg.

(Come osa, questo profano, accostare la figura della Santa Vergine a quella di una *******? E Dio, il nostro padre onnipotente, sarebbe un violentatore che poi abbandona la vittima del suo bestiale istinto alla ferocia del mondo?). Sta di fatto, però, che chi ha compiuto l'efferato gesto, lo ha fatto per salvare il proprio figlio dalla dannazione dell'omosessualità, cercando di insegnargli come si possiede una femmina: il legame paterno, a discapito della vita degli altri, le cui porte non erano segnate con il rosso del sangue di agnello.

In una delle scene centrali del film, l'autista Nikolai viene offerto, da quello stesso padre, in
pasto ai carnefici che vorrebbero ammazzargli il figlio, quello stesso figlio che non è in grado di
seguire la retta via (quella eterosessuale). Nikolai viene trafitto al costato più volte da una moderna lancia di Longino, e quel petto su cui è tatuata, guarda caso, proprio una croce, è dilaniato dalla ferocia dei due assassini. Poi Nikolai nasce a nuova vita, che è tale solo per lo spettatore, ignaro fino a quel momento del reale ruolo da lui svolto. E noi, proprio come il volgo si rese conto che Gesù era proprio il figlio di Dio solo quando morì sulla croce, allo stesso modo scopriamo chi è Nikolai solo quando sta per morire. Egli, tuttavia, ha rifiutato il calice offertogli dal padre, compiendo il primo gesto anarchico del film. Nikolai infatti riesce miracolosamente a sopravvivere. Salva il neonato figlio della violenza prima che Kirill lo getti nelle scure acque che tanti cadaveri hanno già accolto. Kirill si lascia convincere a lasciare in vita il bambino, contravvenendo al categorico ordine di suo padre, per seguire il volere di Nikolai.
E' in questo momento che si palesa chiaramente l'obiettivo di Nikolai: sostituirsi al boss.
E che lo faccia per senso di giustizia o per conquistare il potere mafioso per sé, non è chiaro.
Ciò che sembra chiaro, invece, è l'interrogativo posto da Cronenberg: un'umanità che accetta il dramma della povertà, dello sfruttamento, della corruzione, della guerra, della schiavitù dei più deboli, deve essere sostituita, anche a costo di sovvertire i ruoli nelle posizioni di potere più alte, fossero anche divine? E per sua fortuna, Cronenberg non è Bunuel.