la ragazza senza nome regia di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne Belgio 2016
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la ragazza senza nome (2016)

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locandina del film LA RAGAZZA SENZA NOME

Titolo Originale: LA FILLE INCONNUE

RegiaJean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne

InterpretiAdèle Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Thomas Doret, Christelle Cornil

Durata: h 1.53
NazionalitàBelgio 2016
Generedrammatico
Al cinema nell'Ottobre 2016

•  Altri film di Jean-Pierre Dardenne
•  Altri film di Luc Dardenne

Trama del film La ragazza senza nome

Una sera, dopo l'orario chiusura del suo studio, Jenny, giovane medico generalista, sente suonare alla porta ma non va ad aprire. Il giorno dopo, viene informata dalla polizia del ritrovamento nelle vicinanze di una giovane ragazza, non ancora identificata.

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Voto Visitatori:   6,19 / 10 (8 voti)6,19Grafico
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Voti e commenti su La ragazza senza nome, 8 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  30/05/2017 23:29:46
   7 / 10
Non a caso la protagonista del film è un medico. Esamina le malattie ed i disagi fisici dei suoi pazienti con piglio coscienzioso. Tuttavia viene colpita dal rimorso per non aver valutato correttamente quella che si è successivamente rivelata una richiesta di aiuto finita tragicamente. Una legge del contrappasso che l'ha colpita nel momento stesso in cui rimproverava l'eccessivo coinvolgimento emotivo del suo stagista nei confronti dei pazienti. Una vittima rimasta senza nome che poteva essere viva se avesse aperto la porta del suo studio. I Dardenne prendono le strade della detective story ed attraverso questo medico emettono una diagnosi sui personaggi che Jenny incontra. Una diagnosi che misura la meschinità morale di uomini e donne che con la loro omertà non danno la dignità di un nome ad una ragazza. I Dardenne hanno diretto film migliori questo è vero, ma l'incontro tra il loro cinema sociale con i codici di un cinema di genere è un esperimento da non sottovalutare.

wicker  @  25/05/2017 19:47:43
   6 / 10
Non i Dardenne al loro massimo .. pellicola che si trascina senza picchi emotivi ,senza un sussulto senza un'invenzione degna di nota ..
Bene tutti a fare il compitino ,dagli attori alla sceneggiatura e tutto il resto ..
ma niente di più

TheLegend  @  03/03/2017 14:38:53
   5½ / 10
Non tra i migliori dei fratelli Dardenne.
Poco coinvolgente e protagonista poco ispirata.

Jumpy  @  22/02/2017 01:04:14
   7 / 10
Conosco lo stile dei Dardenne e più o meno mi aspettavo quello che avrei visto.
Eh... si... mi rendo conto che questo modo di fare cinema per molti è lento e noioso.
E' un film che si può vedere a vari livelli... di primo impatto... sembra parlare del senso di colpa... ad andare più a fondo in realtà racconta una storia di sottile denuncia sociale.
Merita anche se stavolta non mi ha coinvolto come, ad esempio, "il figlio".

maxi82  @  20/02/2017 04:22:53
   3½ / 10
Da dove cominciamo...ah ok...uno dei più brutti film mai visti...non c'è nulla che si possa salvare...di una lentezza e inutilità assoluta...una dottoressa ( badante sempre disponibile trattata malissimo) che si da la colpa x non aver aperto alla futura vittima(dal video si nota che la donna suona e scappa quindi non avrebbe mai fatto in tempo a salvarla) e lei che ci spiace diventando detective x fare il film...dialoghi lenti e inutili x allungare la noia...nessun attore strappa un sorriso...un film insulso inutile morfina totale....sti francesi non stanno bene...ci lamentiamo dei nostri...

Crimson  @  13/11/2016 11:45:55
   8½ / 10
Spoiler presenti.

Ritorno ad Assita. Lungo i titoli di coda apprendo che l'attrice che interpreta la sorella di Felicie si chiama Nadège Ouedraogo. In attesa di scoprire l'effettiva parentela con l'Assita Ouedraogo de La promesse è chiaro il richiamo al viaggio della speranza del film di vent'anni fa. E' un viaggio che si conclude con la morte, assurda, beffarda e più tragica delle altre, etimologicamente parlando. Mi trovo ad esprimere queste considerazioni alla soglia del funerale di un uomo solo, che verrà sepolto indigente, senza esseri umani a dargli l'ultimo saluto, bensì esseri umani con cui ha avuto a che fare "professionalmente". Ma la professione che esercitiamo nasce dalla persona che siamo, e quindi siamo noi le persone che lui al tempo stesso ha avuto e non avuto nella sua vita.
Cresciamo nella concezione errata del funerale come celebrazione di una vita certificata da parenti e amici. Niente di più sbagliato. L'assurdo che diviene ordinario, visto come tale, plausibile e frequente, diventa più tangibile. Non è questo che risulta agli occhi dell'ispettore nel film, che svolge il suo ruolo in maniera asettica, fredda, calcolata. "Non ho avuto tempo per..." o "Ho avuto molte altre cose da fare...", le frasi già sentite e risentite, e così sia noi che Jenny non possiamo celebrare la sepoltura di una donna, sotterrata e non sepolta, tornando alle parole di Thomas Bernhard del post qui sotto, nell'indifferenza generale, un numero su una lapide.
La sepoltura è l'ossessione di Jenny. Non del medico, ma di Jenny. La morte di Felicie (poteva un nome essere più paradossalmente emblematico di questo? Un nome, un definire, che racchiude nascita, viaggio della speranza e morte?) non è un risultato di "Se lei avesse aperto...". Nella sua mediocrità il padre di Bryan rappresenta una società che cerca di scaricarsi la coscienza, e il cui tentativo di suicidio è talmente goffo e non sincero da risultare ridicolo.
Tutte balle. La morte di Felicie è una morte sociale, e il responsabile vero è collettivo. Quel che Jenny sa fin dall'inizio è che non ha aperto per un banale atto di superbia nei confronti dello stagista. Sono i meccanismi inconsci di competizione che ci vengono trasmessi e introiettiamo più o meno consapevolmente. Sono atti di incoerenza che non hanno la forza di determinare una cascata di eventi ben più forti e decisivi come quelli che hanno condotto alla morte di Felicie (e di cui lo stesso padre di Bryan – volutamente senza nome – non è che un tassello anonimo), ma una breccia, un richiamo alla nostra responsabilità, nello specifico a quella di Jenny. Qualcosa di minuto e deflagrante che rianima un mai sopito moto di perseveranza. Nell'unico momento in cui è lei a confessare a qualcun altro, confida a Julien il suo senso di colpa. E' il rispecchiamento ad aiutarla a sfogarlo (Jenny vede nello stagista il proprio doppio), e il rispecchiamento che, alla fine, aiuta Julien a non mollare il proprio percorso.
Nel mezzo la morte di una donna sconosciuta, che ha ricordato alla coscienza di Jenny che ci appartiene. E a Julien che la professione che voleva imparare e svolgere, e che tornerà a svolgere, si nutre non delle ombre del passato sulla sua persona, ma della luce che può dare. Una luce laica.
Jenny nel frattempo è sola, ma voler restituire dignità la rende meno sola, "è la sua morte a dircelo" esclama al padre di Bryan, riferendosi al motivo dell'ossessione, che è chiaramente diverso, ma scaturiscono dalla stessa persona, e il suo farsi da parte nel confessare la narrazione dei fatti è un rimettere la responsabilità all'uomo, che come detto, ne è incapace.
L'umano dolore, l'umana compartecipazione alla sorte altrui, quel meccanismo reiterato che trascende il limite tra ruolo umano e professionale della colpa, è qui che Jenny emerge al di là della propria apparente impassibilità e rigidità emotiva, perché la sua ossessione metabolizza il proprio ruolo che la assolve (in quanto l'ambulatorio era chiuso da un'ora e non era tenuta non solo ad aprire, ma neppure a vedere chi avesse suonato, non sarebbe neppure più dovuta essere lì, e invece finisce col dormirci e mangiarci – è attraverso il ruolo che realizza la sua impresa, ma il ruolo è solo una guida, uno strumento, un contorno, è lei a determinare il ruolo naturalmente, e non viceversa). E' il suo ruolo che catalizza tutte le confidenze/confessioni dei personaggi che ruotano attorno alla figura della sconosciuta? Il segreto professionale? Un confessore del male taciuto, rimosso, mistificato, un alter-ego di un prete-confessore appunto, questo appare Jenny ai personaggi negativi del film, o al povero Bryan che ha quei modelli, ma che probabilmente scorge i primi segni della propria responsabilità (non lascia Jenny nella fossa dopo un tentennamento come la mia amata Rosetta del film omonimo del '99), ma la sua perspicacia, abnegazione seguono un filo conduttore laico, ancora ruolo e donna insieme, un connubio che risolve non solo il mistero, mistero della morte intesa come fine del viaggio della speranza, definitiva, seppur la fine era già costituita dall'esito del viaggio che era l'esercizio dello sfruttamento, situazioni di ambiguità, una sorella complice, vite negate così come è palese quando entra in quell'internet point l'aria di dissimulazione, la stessa che la polizia conosce ma conserva per vantaggi apparentemente secondari, ma primari, mentre l'emarginazione, prostituzione e miseria sociale sono apparentemente primari ma secondari.
Tutto scivola nel paradosso, restano Felicie, finalmente Felicie, e una confessione finale della sorella che appare come quella di Jenny a Julien, ancora rispecchiamento, certo più forte devastante e intima, una sorella che trova il coraggio di scavare nella vergogna di un pensiero terribile, orribile, di aver desiderato la morte di Felicie, per stupida gelosia. E' lei la depositaria dell'abbraccio solito non dei Dardenne, del Cinema dei Dardenne, in cui non smetto mai di riconoscermi (e che non riconoscerei senza i volti di Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione e Jeremie Renier).

marimito  @  04/11/2016 21:01:39
   4½ / 10
Lento, scontato, senza slanci.. Il senso di colpa della ragazza su cui ruota tutto il film, amplificato oltre ogni misura, finisce per renderlo poco reale e realistico. Insomma non mi è molto piaciuto!

2 risposte al commento
Ultima risposta 10/11/2016 01.56.16
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Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  02/11/2016 23:39:19
   7½ / 10
Me ne frega poco che gli spettatori continuino a preferire Doctor Strange a film come questo, che credano che questi siano noiosi passatempi per intellettuali, anche se "La ragazza senza nome" non e' il miglior film dei cineasti belgi io continuo a preferire Questo Cinema. La critica e' stata per una volta abbastanza severa, ma se l'intreccio giallo sembra propendere per certi standard letterari, questo non e' comunque un film scritto pensando a Fred Vargas. L'elemento tipico dei personaggi dei Dardenne e' la risposta era interiore, fino all'Assessorato caparbieta', e la vicenda di Jenny, pur nelle sue prevedibili ingenuita' - difficile credere a un'integrita' morale come la sua, di questi tempi - non fa eccezione. E quando Jenny abbraccia una sconosciuta dopo una confessione l'emozione e' palpabile. Un film perfettamente coerente con le storie d'Europa, di un'Europa fredda e distante, del mondo di oggi, raccontato pero' con una misura, un pudore quasi rarefatto, a differenza dell'indignazione civile di un Ken Loach. Credo sia un film che 'esplode a distanza', che si fara' apprezzare non da subito, entrando in contatto con le nostre segrete pulsioni.

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