satantango regia di Bela Tarr Ungheria 1993
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satantango (1993)

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locandina del film SATANTANGO

Titolo Originale: SATANTANGO

RegiaBela Tarr

InterpretiMiklos B. Szekely, Janos Derzsi, Putyi Horvath, Mihaly Vig

Durata: h 7.30
NazionalitàUngheria 1993
Generedrammatico
Al cinema nell'Aprile 1993

•  Altri film di Bela Tarr

Trama del film Satantango

Il film è completamente ambientato nella sconfinata pianura ungherese dove, sotto una costante pioggia battente, un' umanità disperata si contende gli ultimi brandelli di consapevolezza. Alla fine gli uomini verranno ingannati da un falso messia e si ritroveranno al punto di partenza.

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Voto Visitatori:   8,96 / 10 (13 voti)8,96Grafico
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Voti e commenti su Satantango, 13 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

tarr97  @  23/06/2018 13:17:49
   9½ / 10
SATANTANGO è la Summa Theologiae di Bela Tarr. il miglior film di Tarr ambientato in una fattoria/villaggio in mezzo a una landa desolata della pianura ungherese, in un tempo non ben determinato. tormentata da vento , pioggia, nebbia, freddo, fango. desolazione, degrado , battere di campane, ticchetio infinito degli orologi che continuano come se il tempo non finisse piu'.
gli abitanti di questo luogo sono Una dozzina di individui abbrutiti che vive una vita senza speranza in quello che resta di una cooperativa agricola, nell'attesa ansiosa di andarsene. Sperano in un futuro migliore grazie al denaro che riceveranno dalla chiusura della comunità.
cominciano a girare delle voci del ritorno di Irimiás. un uomo scomparso per diversi anni. la gente del villaggio lo vede quasi come una sorta di "messia" una luce in questa oscura vita. Irimiás insieme al suo compagno sono due "incantatori di serpenti " un gatto e volpe in versione umana. grazie al loro grande carisma riescono a convincere gli abitanti della comunità a consegnargli i soldi ricavati dalla vendita del bestiame per realizzare un nuovo progetto sociale. Ma ciò si rivelerà un inganno: il gruppo di famiglie verrà sciolto per mano di un gruppo di funzionari, rappresentanti di un potere invisibile e misterioso, mentre l'ultimo abitante della fattoria, il vecchio dottore, continuerà ad appuntare le storie dei suoi concittadini, ormai scomparsi. Irimiás, il «falso profeta» del film, conosce bene la loro natura. Sa che, seppur siano passati due anni dalla sua scomparsa (nonché dal fallimento della cooperativa), nessuno di loro si è mosso da lì. «Quelli stanno seduti nello stesso identico posto, sullo stesso identico sgabello appiccicoso, si strafogano di patate alla paprika tutte le sere e non riescono a capire cosa possa esser successo», spiega nel romanzo Irimiás all'inseparabile Petrina, tornando alla fattoria per compiere la sua misteriosa missione. «Si osservano sospettosi gli uni gli altri, ruttano forte nel silenzio e aspettano. Aspettano ostinati, tenaci, costanti, pensando di essere raggirati. Questa gente è uguale ai servi dei castelli di una volta: il signore tutto a un tratto sparava, e loro rimanevano lì, aggirandosi smarriti intorno al cadavere.»
Se la pioggia, che col suo ininterrotto scrosciare trasforma la terra in fango, è l'elemento profilmico più esaustivo nell'illustrare questo universo paralizzato
Il quadrato. Ovvero, la gabbia.

La vita è un penitenziario con scarsissima libertà di movimento. Le speranze si rivelano malintesi.
T. Bernhard, Il freddo. Una segregazione.

Perdizione si apriva con un lento zoom all'indietro che, partendo dalla ripresa di una desolante area di scavi, arretrava fino a mostrare un uomo, di spalle, alla finestra della propria casa. In silenzio, egli contemplava il mondo esterno.

Questa immagine replica idealmente quella di noi spettatori, intenti ad osservare il mondo davanti ad uno "schermo" (lui, attraverso la propria finestra; noi, da quello della sala cinematografica).
A ben vedere, si tratta di una delle situazioni più ricorrenti dell'intero cinema tarriano. Non solo in Perdizione: film più recenti come Il cavallo di Torino [A torinói ló, 2011] o L'uomo di Londra [A londoni férfi, 2007] presentano donne e uomini che scrutano, da dietro le proprie finestre, un universo col quale hanno ormai poco con cui spartire.
Tarr si ispira a Uno dei film più amati , Questa è la mia vita [Vivre sa vie, 1962] di Jean-Luc Godard, il film inizia mostrando la protagonista di spalle.

Questo schermo li separa letteralmente dall'esterno. C'è come un varco che impedisce loro di interagire col mondo, e che li inibisce, anche fisicamente. Una vera e propria "stasi" esistenziale, quella che accomuna i personaggi dei film di Tarr, e che trova in Satantango la sua massima riflessione.
L'intera comunità del film è infatti composta da donne e uomini bloccati in una condizione di assoluta immobilità – sociale, fisica e morale. Si spiano furtivamente, a debita distanza, bramando gli uni i soldi e le donne degli altri. Non è un caso, allora, che film e romanzo inizino entrambi con una scena d'adulterio, quella tra la signora Schmidt e lo storpio Futaki.
la regia di Tarr adotta un ampio registro di soluzioni formali per rappresentare la "trappola" che ghermisce l'esistenza dei protagonisti di Satantango.
Prendiamo il terzo capitolo, intitolato Si viene a sapere qualcosa. Questo arco narrativo è incentrato principalmente sul dottore, un uomo pingue e massiccio che passa il proprio tempo ad osservare il mondo esterno dalla finestra, catalogando i movimenti degli altri abitanti e sbronzandosi di pálinka. La prima volta che lo incontriamo sta osservando, col proprio telescopio, gli avvenimenti della casa di fronte: quell'adulterio tra la signora Schmidt e Futaki che lo spettatore aveva già visto da una diversa prospettiva nel primo capitolo è la prima delle varie "sovrapposizioni temporali" che caratterizzano il film, il dottore Seduto sulla sua sedia, egli "registra" nei suoi schedari cosa accade nel mondo. La regia lo inquadra di spalle, effettuando il medesimo movimento di zoom all'indietro di Perdizione. Al suo fianco, appeso al muro, scorgiamo la mappa dell'universo.I suoi movimenti all'interno della casa sono impacciati: gli spazi "stringono" sul suo corpo ingombrante. Tarr lo incornicia continuamente all'interno dei riquadri delle porte, adottando soluzioni molto simili a quelle dei maestri del cinema giapponese quali Yasujirō Ozu e Kenji Mizoguchi. «He's in the trap. Everybody's in the trap», spiega lo stesso Tarr in una bellissima conversazione con il critico ed amico Jonathan Rosenbaum.
Saltiamo ora al capitolo ottavo, Prospettiva dal fronte. Irimiás ha dato appuntamento al gruppo di famiglie alla tenuta di Almás per il mattino seguente: è da lì che dovrà partire il nuovo "sogno sociale" della comunità. Ciò infonde fiducia negli animi dei personaggi – il viaggio si configura infatti come uno dei momenti di maggior coesione del gruppo. Ma, una volta giunti alla magione, l'entusiasmo inizia a scemare. Il ritardo di Irimiás, all'inizio del capitolo decimo – Prospettiva dal retro –, accende difatti i sospetti di un possibile raggiro, rinfocolando i dissapori nella comunità. Qui, la macchina da presa isola i personaggi in quadri e riquadri, impedendo la comunicazione fra loro.
Ma "coesione" non significa nemmeno essere nella stessa inquadratura. Non sono poche, infatti, le riprese in cui il regista magiaro immobilizza l'azione attraverso il tableau vivant. Questo procedimento, frequentato da un regista vicino a Tarr come Theo Angelopoulos, crea un effetto di stasi, di sospensione temporale. Pensiamo al capitolo sette, dal titolo Irimiàs tiene un discorso. La prima immagine ci mostra il gruppo di famiglie strette attorno al cadavere di Estike. La composizione centripeta dell'inquadratura fa convergere lo spazio verso il centro, impedendo una via di fuga: Irimiás, letteralmente, li tiene in pugno.
Eppure, esiste un personaggio in Satantango che riesce a fuggire da questa condizione di "prigionia spaziale": Estike.
Il quinto capitolo, Arriva scucito (o più semplicemente Scucitura, nel romanzo), è incentrato sulle peregrinazioni della piccola figlia degli Horgos, dalle sue torture nei confronti del povero gatto Micur riprese da Tarr in maniera quasi espressionista , alla ricerca disperata di qualcuno che ascolti il suo appello, fino al suicidio.
Dopo aver ucciso il gatto, Estike inizia a vagabondare per tutta la notte. Si ferma davanti alla finestra della bettola dove sono in corso dei balli ma nessuno accoglie il suo sguardo. Nemmeno il dottore, che incrocia la bambina per strada ma «perde l'occasione di diventare l'eroe, di stringere un legame reale con l'altro». Al mattino, sempre col cadavere di Micur sotto il braccio, la piccola Estike giunge infine alle rovine del castello Weinkheim, prende una dose di veleno per topi e muore. Avviene allora un'importante movimento di macchina, che, avanzando verso il corpo di Estike, la "libera" dai limiti spaziali. Come se, finalmente, avesse trovato una drammatica via di fuga.
Ed è felice, perché «sapeva di non essere sola, poiché tutto e tutti – il padre lassù, la madre, le sorelle e il fratello, il dottore, il gatto, quelle acacie, quella strada fangosa, quel cielo, quella notte lì sotto dipendevano da lei, come anche lei dipendeva da tutto.»

La linea. Ovvero, la ragnatela.

Dunque proseguì, ma il cammino era lungo. La strada infatti, cioè la strada principale del villaggio, non conduceva alla collina del Castello, ma solo nelle vicinanze; poi però, quasi di proposito, deviava e, sebbene non si allontanasse dal Castello, non ci si avvicinava neppure.
– F. Kafka, Il castello.

Nel primo capitolo, Si viene a sapere che arrivano, Futaki e Schmidt hanno una lunga ed animata discussione. Stanno progettando di scappare coi soldi racimolati dalla vendita del bestiame e lasciarsi alle spalle questa comunità senza speranza. Nel vivo della conversazione, però, la macchina da presa abbandona improvvisamente i due uomini per effettuare un lungo carrello laterale verso destra. Si tratta di un movimento essenzialmente rettilineo, "ipnotico" nel suo lento incedere, e che si conclude nella stanza adiacente, con la ripresa di una finestra. L'intero movimento di macchina è commentato dalla musica extradiegetica composta dal collaboratore abituale di Béla Tarr, Mihály Vig.
Capitolo successivo: Resuscitati dai morti. Irimiás e Petrina hanno appena ricevuto l'ordine, da parte del commissario di polizia, di ritornare al proprio villaggio di origine. Giunti sul posto, dovranno recuperare i pochi soldi rimasti e disperdere la comunità. Durante il loro viaggio incrociano il giovane Horgos, Sanyi, fratello di Estike, che li informa sulla situazione attuale della ex-fattoria. E qui, come già accaduto nel dialogo tra Futaki e Schmidt, la macchina da presa abbandona i personaggi nel mezzo della conversazione per intraprendere una carrellata – questa volta verso sinistra –, "perdendosi" nel desolante paesaggio della puszta ungherese.
Ciò che effettua la regia di Tarr nei due casi sopra citati è qualcosa di vicino a ciò che Francesco Casetti e Federico Di Chio definiscono come spazio dinamico espressivo. «In altre parole, è la macchina da presa, e non il personaggio con il suo spostamento o l'asse del suo sguardo, a decidere che cosa si deve vedere: essa si ritrae da un dettaglio e lo inquadra, allargando il suo campo d'azione, oggetti imprevisti; scandaglia lo spazio con lente carrellate mostrandoci a spicchi e poco alla volta ciò che potrebbe darci tutto e subito; o addirittura esibisce con compiacimento il suo ruolo demiurgico e sottolinea la stretta dipendenza del vedere e del sapere dello spettatore da quanto essa decide di far vedere e di far sapere.» La macchina da presa di Satantango abbandona infatti sovente i personaggi per compiere dei percorsi autonomi, esplorando gli spazi circostanti per mostrare qualcosa che resta celato ai personaggi – pensiamo, ad esempio, al lento zoom sul gufo che chiude il capitolo ottavo. Non è vincolata al loro sguardo; l'impressione, piuttosto, è che siano i personaggi, nelle loro peregrinazioni senza meta, a venirne condizionati.
Il film infatti, nei suoi complessi movimenti di macchina – movimenti che ricordano da vicino quelli del cinema politico e "musicale" di Miklós Jancsó, è costituito essenzialmente da linee, da "tragitti" temporali che ne definiscono la struttura. Percorsi che possono scontrarsi fra loro (come nella sequenza del ballo, che ritorna tre volte nel corso del film da prospettive differenti), oppure non incontrarsi mai, viaggiando paralleli. Quello che è certo è che i personaggi saranno poco alla volta soggiogati da queste "linee"; da questi «percorsi illusori» che, col procedere del film, mostreranno tutta la loro complessità, facendo emergere quella ragnatela che ha intrappolato la vita delle famiglie della comunità di Satantango.
La stessa scena, di Estike che osserva dalla finestra della locanda, da tre prospettive differenti. è molto simile ad un dipinto cubista, il tempo si sovrappone.
Due capitoli, tanto nel film quanto nel romanzo, hanno lo stesso titolo: Il lavoro del ragno. Ma che cos'è, esattamente, il "lavoro di ragni"? Lo spiega a Futaki l'oste della locanda – l'unico in paese ad avere ancora un'attività redditizia, nonché il solo che si dispererà per la partenza delle famiglie. I ragni sono la piaga della sua bettola: di nascosto, quando nessuno li vede, escono dalle proprie tane e tessono tele, ricoprendo oggetti e persone. Invisibili all'occhio umano, sono altresì onnipresenti. La loro, dunque, è un'operazione non troppo dissimile da quella compiuta dalla regia: un "lavoro" che i personaggi non possono cogliere. «I movimenti di macchina, ragnatele meticolosamente tese sugli uomini invischiati in trame mefitiche, riportano a uno sguardo superiore; un Io onnisciente che non narra ma raccoglie insieme gli scabri elementi del film,Siamo quindi di fronte ad un'altra trappola, questa volta costituita da movimenti illusori che non conducono a nulla; «falsi movimenti» come una linea d'orizzonte impossibile da raggiungere. E quante ce ne sono, letteralmente, in Satantango?
Forse però questi "uomini in trappola" non cercano davvero la libertà. "La libertà non ha nulla di umano", afferma il kafkiano commissario di polizia ad Irimiás e Petrina, "e la gente non ama la libertà… ne ha paura." Ed è un sospetto più che fondato, conoscendo l'accidia che invade l'universo del film.
Se gli uomini, condotti attraverso delle direttrici che impediscono loro movimenti spontanei, non possono (o non vogliono) la libertà, appare evidente che sono gli animali i soli a poter infrangere le linee che la regia predispone per gli esseri umani. Lo specifica splendidamente Stefano Francia Di Celle: «Gli animali [in Satantango] ricorrono significativamente come splendente testimonianza di una vitalità possibile al di là dell'ottundimento che spegni gli esseri umani. Dimostrano di possedere un sano possesso della realtà spaziale: le mucche dell'inizio tendono a muoversi nell'ambiente e ad esplorarlo a loro piacimento al contrario degli umani che si accontentano di quei pochi ambienti dove stanno rintanati. Consapevolezza dello spazio significa anche possibilità di azione come dimostrano i cavalli che, sfuggendo al macello, si precipitano nella piazza del paese sotto lo sguardo di Irimiás e dei suoi collaboratori, indispettiti dalla loro autonomia.
L'incipit di Satantango è stato aggiunto appositamente per il film: non compare infatti nel romanzo. Si tratta di una sequenza di difficile collocazione temporale all'interno dell'opera, ma ha indubbiamente una valenza post-umana: l'uomo è ormai probabilmente scomparso e l'animale è libero di aggirarsi nel mondo.
Dunque, dopo i cani nell'agghiacciante finale di Perdizione, e prima della balena de Le armonie di Werckmeister, anche in Satantango il cinema di Béla Tarr fa dell'animale un simbolo fondamentale. Simbolo che, come nel capolavoro bressoniano Au hasard Balthazar [ 1966], ci dice indirettamente qualcosa dell'uomo.
Un animale sarà d'altronde il "protagonista" del suo ultimo film, Il cavallo di Torino. Opera, questa, ispirata alla figura di Friedrich Nietzsche, filosofo che terro' in considerazione per il capitolo conclusivo.
Il cerchio. Ovvero, la condanna.

E se tutto è già esistito: che cosa pensi, nano, di quest'attimo? Anche questa porta maestra non deve essere già per forza esistita?
E non sono forse tutte le cose saldamente annodate fra loro, cosicché questo attimo attira a sé tutte le cose venture? Dunque – ancora se stesso?
Poiché ogni cosa che può camminare: anche per questa lunga via al di là della porta deve ancora una volta andare!
E questo lento ragno che arranca al chiaro di luna e lo stesso chiaro di luna e io e te presso la porta maestra, sussurrando fra noi, sussurrando di cose eterne, non dobbiamo essere tutti già esistiti?
e ritornare e andare per quell'altra via, al di là della porta, davanti a noi, per quella lunga orrida via – non dobbiamo ritornare eternamente?
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra.

Krasznahorkai chiude l'ottavo capitolo del suo romanzo con un espediente formale assolutamente straordinario, illustriamolo brevemente. È notte; i Kráner, gli Halics, gli Schmidt, Futaki e il preside stanno dormendo nella magione abbandonata di Almás. Ognuno di loro è immerso nei propri sogni. Nel narrare questa lenta discesa nel sonno e la conseguente perdita di coscienza, Krasznahorkai confonde man mano le parole tra loro, rendendo sempre più illeggibile il testo al lettore. Una sorta di "spirale lessicale", prossima allo sperimentalismo linguistico di un Joyce e di un Faulkner, che risucchia inesorabilmente significati e significanti.
Passiamo ora al film. L'ottavo capitolo di Satantango, Prospettiva dal fronte, si chiude anch'esso con questo momento di intimità, mostrandoci il gruppo appisolato sul freddo pavimento della tetra magione. La voce over del narratore voce che sovente interviene a commento delle chiuse dei vari capitoli illustra allo spettatore i sogni dei protagonisti. Nel frattempo, la macchina da presa inizia un movimento rotatorio sui volti dormienti dei personaggi.
Tale movimento sembrerebbe indicare un momento di unione della comunità, al pari della sequenza della bottiglia durante il viaggio verso Almás. Eppure, l'assonanza con un'altra sequenza ci rivelerà, piuttosto, la sua natura beffarda.
Nel penultimo capitolo intitolato Solo problemi, lavoro, una coppia di «redattori» (così definiti nel romanzo) stanno trascrivendo degli appunti consegnati loro da Irimiás: riducono il suo stile enfatico e volgare, adattandolo ai loro schedari, e concedendosi qualche pausa per mangiare. Qui, la macchina da presa di Tarr compie un complesso movimento rotatorio attorno ai due, incredibilmente simile a quello sopra descritto.
Il moto circolare non si associa dunque ad una idea di "unione" quanto di "risucchio": le famiglie del film sono nuovamente ricondotte ad uno stato di controllo, schedati da un potere occulto e pervasivo. Lo spiega perfettamente Kovacs: «L'immagine che userei per descrivere la struttura narrativa di Satantango è quella di un vortice. come un flusso ampio e lento, che gira e gira come se non ci fosse alcuna progressione, come se tornassimo sempre allo stesso punto da angolazioni diverse .»
Non è allora un caso che, proprio nell'occhio di questo vortice il film , sia collocata la celebre sequenza del ballo: quel "tango di Satana", vera e propria «scrittura del caos», che non solo dà titolo all'opera ma ne costituisce la parte centrale. Alcuni, come la piccola Estike, resteranno fuori a guardare; altri ne usciranno vomitando (Futaki); altri ancora ci passeranno in maniera tangente (il dottore); ed infine, Irimiás e Petrina, «fermi sulla soglia, osserveranno perplessi la scena che si spalancava davanti ai loro occhi.»
Il movimento rotatorio, ciclico, è dunque quello che meglio descrive Satantango. Al pari delle linee – che nella loro complessità si rivelavano in qualità di ragnatela –, il cerchio esprime alla perfezione questa condizione di «circolo vizioso» a cui l'umanità è condannata. «Il Circolo mi dischiude all'inanità e mi imprigiona in questa alternativa: o tutto ritorna perché nulla ha mai avuto un senso, oppure il senso viene alle cose solo con il ritorno di tutte le cose, senza principio né fine.» Il solo movimento in avanti del film pare essere stato, allora, solo quello di Estike; l'unico davvero tragico. Gli altri, piuttosto, sono gesti paradossali, comici, dai risultati beffardi – «All my movies are comedies!», afferma d'altronde, spiazzante, lo stesso Tarr. E come in una commedia dell'assurdo, questi gesti e queste azioni sono destinati a ritornare con insistenza, sempre più svuotati. Come simulacri, direbbe Pierre Klossowski.
Per concludere non possiamo dunque che riallacciarci con quanto detto all'inizio, a proposito della struttura circolare dell'opera, e cercare di chiudere così questo cerchio infinito che è Satantango.
Nel capitolo uno, lo schermo buio veniva illuminato lentamente dal sorgere del sole. La voce del narratore descriveva allo spettatore il sogno di Futaki, destato dal suono lontano di alcune campane, proveniente da uno spazio indefinito. Nell'ultimo capitolo, Senza via d'uscita, anche il dottore sente il suono di queste campane. Ne cerca la fonte, ma il suo viaggio è a vuoto – incontra soltanto un vecchio pazzo che ripete ossessivamente una frase priva di senso: "Arrivano i turchi". Ritorna quindi a casa, fissa delle assi di legno alla finestra gettando così la stanza nella più assoluta oscurità e ricomincia a scrivere i propri diari. «Un mattino d'ottobre prima delle prime gocce delle lunghe piogge autunnali Futaki fu destato dal suono delle campane…»
La storia, dunque, ricomincia. L'esistenza stessa si ripresenta in qualità di affabulazione, riscritta per mano di un demiurgo. Lo schermo ritorna nero, come all'inizio, pronto a ricominciare (il film, la storia) ancora una volta. Il cerchio si chiude, ironicamente, ricominciando. L'idea di un tragitto, di una "storia", era solo una illusione; il «tracciatore di linee rette» Irimiás come lo descrive splendidamente Jacques Rancière era il falso profeta, sorta di novello Zarathustra che ritorna sulla Terra per ingannare gli uomini. Ma tutto questo ci era già stato detto all'inizio: due volte leggiamo, infatti, quella che è la chiave del film e forse di tutto il cinema di Béla Tarr. Lo scrive Krasnzanorkai; e lo scriverà lo stesso dottore, alla fine del film, raccontando gli ultimi (e i primi istanti) della storia di Futaki. «Guardò tristemente il cielo funesto, i residui riarsi dell'estate segnata dall'invasione di cavallette, e d'improvviso su un unico ramoscello d'acacia vide passare la primavera, l'estate, l'autunno e l'inverno, e gli sembrò di percepire la totalità del tempo come un inganno farsesco nella sfera immobile dell'eternità, che attraversa la discontinuità del caos creando la satanica finzione di un percorso rettilineo, spacciando tramite una falsa prospettiva l'assurdo per necessità…»
In Satantango gli orologi, come spiega Irimiás a Petrina, non segneranno mai l'ora giusta. Ché quello che assistiamo è l'inganno del tempo; il tempo del dopo dove «il cerchio chiuso è sempre aperto».
Senza via d'uscita.
L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta – e tu con essa, granello di polvere.

Sátántangó è un'epopea visiva, un'esperienza mentale davvero notevole.
Sette ore di puro ermetismo cinematografico, senza che neppure un fotogramma di troppo.

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