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Pulp Fiction - Il (non) contenuto

Nato come film di intrattenimento con ambizioni artistiche, "Pulp Fiction" ottenne in breve tempo un grandissimo successo commerciale e di pubblico, vincendo addirittura alcuni importanti premi cinematografici. Si scatenò allora una vera e propria ridda di giudizi e opinioni nei confronti di questo film anticonvenzionale e lontano da schemi tradizionali. Il risultato fu che si trasformò in breve in un vero e proprio oggetto di culto, entrò a tutti gli effetti nell'immaginario collettivo e fu assurto a simbolo di un certo tipo di cinema e in generale di una particolare visione del mondo.
Sì, perché un prodotto artistico che diventa un oggetto di culto e che scatena così tanto entusiasmo, evidentemente deve essere riuscito a sintetizzare lo spirito e il senso d'identità di un'epoca, a entrare in sintonia con i sogni e le aspirazione di tante persone. Diventa così interessantissimo e quasi obbligatorio (se vogliamo capire il nostro mondo) approfondire l'analisi degli elementi del film e darne una interpretazione. Quella che segue è semplicemente una delle tante interpretazioni possibili e il suo fine è solo quello di stimolare una visione personale e autonoma del significato di "Pulp Fiction"

Il primo dato da cui partire è l'atteggiamento distaccato e estraniato che Tarantino cerca di stimolare in chi guarda. In altre parole cerca di provocare indifferenza nello spettatore verso ciò che vede, in modo da renderlo sensibile solo al come viene visto. Tutto quello che accade è indifferente, tutto è lecito, l'importante è che meravigli, sorprenda, diverta.
Qualsiasi elemento formale del film (struttura a gioco enigmistico, episodi vivacizzati da intoppi, rimescolamento eclettico dei generi, personaggi ridotti a burattini) tende quindi a trasformare il tutto in un semplice e puro divertimento indifferente all'oggetto, reso più piccante e speziato dal fatto che si impiegano categorie contenutistiche e di linguaggio estreme e iperrealiste (drogati, gangster, perversi, singolari, ecc.)

Pulp FictionEntrando più nello specifico di ciò che viene comunque presentato, salta all'occhio il comportamento estremamente cinico dei singoli personaggi. L'indifferenza non è solo l'atteggiamento dello spettatore nell'osservare lo svolgersi degli episodi, è anche la prassi normale che regola ogni atto che viene mostrato. Nell'indifferenza assoluta (vita e morte hanno lo stesso valore) rimane come unico scopo i propri personali interessi (piccoli o grandi che siano) o quelli del gruppo a cui si appartiene. Per questo se viene uccisa una persona, è pur sempre "qualcuno di cui non sentiremo la mancanza", sia per i personaggi che pensano solo al proprio personale interesse, che per lo spettatore il quale pensa solo al proprio personale intrattenimento.

Domina di conseguenza una condotta e una visione del mondo assolutamente cinica, utilitarista, materialista e edonista in tutti i personaggi. Questo atteggiamento è presentato come "indifferente", banale, incontrastato (non viene opposto a altre visioni per creare contrasto e riflessione etica), uno stato di fatto che va al di là del bene e del male, un elemento della vita da contemplare distaccati e divertiti. I giudizi etici e morali di qualsiasi genere vengono esclusi a priori come strumenti con cui vedere il film. In maniera indiretta e figurata "Pulp Fiction" vuole farci provare la gioia e il divertimento puro, infinito, incontrastato, perché non c'è proprio nulla, nessun concetto di male o divieto morale, nessuna pietà o scrupolo, che lo possa limitare o impedire.

Pulp FictionTanto più che nei film di Tarantino la fortuna sembra arridere a chi sta zitto, a chi è freddo, scaltro e furbo (il più cinico per l'appunto), punendo chi è più vivace ed espansivo. Questo contrasta molto con il rilievo che invece viene dato ai personaggi chiacchieroni, sbruffoni ed estroversi. Ad esempio in "Pulp Fiction" la fortuna arride a Butch, il più taciturno e serio di tutti quanti, nonché il più sottile e calcolatore. Ne fa le spese invece Vincent Vega, fin troppo sicuro di sé e po' gonzo (un gangster non abbandona mai la propria arma, neanche quando va in bagno). Anche in "Jackie Brown" la fortuna arride a Max e Jackie, i più taciturni e scaltri, abilissimi dissimulatori dei propri sentimenti, mentre punisce il parolaio Ordell e il gonzo Louis.

In questa visione figurata indifferente, cinica ed edonista di un pezzo di America anni '90, il vero motore sono ovviamente i soldi. Sono loro (insieme al piacere) l'unico movente di tutte le azioni. Del resto è il valore supremo che determina l'esistenza sociale di tutte le persone anche nella nostra vita reale di tutti i giorni. Non sorprende quindi che in "Pulp Fiction" sia l'unico elemento che stabilisce il valore delle cose e delle persone. Un valore mai messo in discussione e soprattutto indipendente dai mezzi con i quali lo si è ottenuto.
In "Pulp Fiction" non si dà alcuna importanza al valore del lavoro, del talento e della responsabilità. Ciò che conta è solo la quantità ottenibile di denaro, la velocità e la facilità nell'ottenerli.

Il dialogo iniziale è assai istruttivo a proposito. E' ovviamente ironico e non da prendersi sul serio, ma in qualche maniera svela e spiega l'aspirazione suprema di tanti americani e non: avere tanto denaro subito, senza grossi sforzi e magari in maniera emozionante. E' il cosiddetto "secondo sogno americano", un'aspirazione collettiva inconscia e inconfessabile, che ha animato tantissimo cinema dagli anni '60 in poi.
Pulp FictionIl denaro è anche la fonte del potere e il criterio in base a cui si determina chi è rispettabile e chi non. Non ha alcuna importanza il fatto che Marsellus Wallace fondi il suo potere sulla violenza e sulla prevaricazione. Si fa temere ma è pur sempre un benefattore, una persona da onorare, a cui votarsi con la massima lealtà e da ringraziare per la munificenza. La lealtà al potente capo della gang è l'unico scrupolo morale che muove le azioni di Vincent Vega; per Jules la missione da portare a termine viene avanti a tutto, più importante ancora del cambiamento di vita ispirato dalla sua novella "conversione". Marcellus poi è il "bravo" e generoso ricompensatore di Jimmy, quello che regala un corredo nuovo al posto di vecchie trapunte. Marsellus è il dispensatore di tutta la ricchezza e del fascino di cui si pavoneggia Mr Wolf. Infine è quello che permette a Mia Wallace di vivere negli agi, senza alcuna preoccupazione.

L'etica mafiosa si pone quindi in maniera naturale, quasi inconsapevole, come l'unica etica di successo immaginabile in una "finzione", l'unica che è facile rappresentare come solida e soddisfacente. Il solo modo per farne a meno è di agire autonomamente ed essere molto scaltri, furbi e freddi (appunto come Butch e Jackie Brown).

In un film come "Pulp Fiction" probabilmente occorre occuparsi più di quello che non c'è, piuttosto che di quello che c'è. Ad esempio salta all'occhio il fatto che manchi la società reale, con le sue strutture istituzionali, sociali ed economiche. Il mondo collettivo e comune, con i problemi che ci coinvolgono quotidianamente, non si fa quasi sentire, sembra essere completamente assente. Non è presente nemmeno in maniera figurata, come lo era ad esempio nei film di genere degli anni '70, dove determinava e condizionava l'agire dei vari personaggi.
Tarantino, per questo soggetto cinematografico, ha deciso che la storia si dovesse svolgere in uno spazio simil-reale trattato come fosse uno spazio mitico, una proiezione idealizzata del presente. Il mito vive infatti in un mondo tutto suo, dove non ci sono i condizionamenti del reale, svincolato dalla banalità e dalle pastoie del vivere quotidiano. Nel mito il mondo serve solo come contorno o semplice sfondo in cui far muovere i personaggi-protagonisti, i quali con la loro presenza e le loro azioni riempiono completamente lo spazio figurato immaginativo.
"Pulp Fiction" in qualche maniera segue questo modello. Ci sono solo i personaggi, le loro avventure con intoppi e basta. Il resto del mondo è trattato come se fosse una gigantesca ellisse o al meglio come semplice sfondo che sta a guardare. Esemplare è la scena finale, quella della tentata rapina al bar. Tutti gli avventori stanno a guardare come imbambolati, nessuno osa dire una parola (a parte le frasi di circostanza del proprietario) o intervenire. Fanno da semplici spettatori. Oppure la scena del tentato investimento di Marcellus da parte di Butch. La persone che accorrono servono solo come materia comica per una delle scene più esilaranti e irrispettose del film.
Quello che non c'è si svolge fuori film, indisturbato, dentro gli appartamenti-loculi, da cui proviene un chiacchiericcio e il suono dell'immancabile televisione.

Pulp FictionE' vero che c'è l'ironia che cerca di smitizzare, di smorzare la troppa importanza o il troppo rilievo che potrebbero avere i personaggi. Ma è un'ironia benevola, sorridente. Rende i personaggi più terra-terra, ancora più simpatici e benvoluti, in qualche maniera riconoscibili e trattabili da pari a pari. In pratica è come se la forma del mito venisse svuotata e riempita con il tipo di vita e le aspirazioni che tradiscono (tipo di linguaggio, oggetto delle discussioni) la provenienza dal ceto medio-basso americano.
A questo punto è chiara la strategia contenutistica di "Pulp Fiction": tramite l'impiego destrutturato e divertente di forme narrative di stile artistico e mitico, si cerca di nobilitare la cultura popolare americana degli anni 90, dargli autocoscienza, diffusione e considerazione intellettuale. E' un po' il riscatto di un tipo di approccio al mondo umano (un atteggiamento indifferente, individualista, materialista, edonista), fino ad allora tenuto in scarsa considerazione dagli ambienti intellettuali culturali e accademici, in quanto privo di dichiarate finalità sociali o etiche. Con il successo di "Pulp Fiction" non sarà più cosi volgare e disdicevole considerare il mondo solo come una fonte di intrattenimento singolare e originale, da guardare tranquillamente anche in maniera indifferente, cinica e morbosa.


Torna suSpeciale a cura di amterme63 - aggiornato al 31/10/2012

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