I Coen ci avevano molto girato attorno al noir, hanno contaminato altre opere precedenti a questa come “Blood Simple”, “Miller’s Crossing”, “Fargo”, e finalmente nel 2001 decidono di cascarci a piene mani, realizzando un vero e proprio film del genere con tutte le peculiarità e gli archetipi del loro tanto amato noir classico, a partire dall’ambientazione in una soleggiata california degli anni quaranta con un protagonista taciturno che lavora come barbiere per il cognato dalla vita insoddisfatta e che vuole una rivalsa, approfitterà del tradimento della moglie con un facoltoso amico in comune per ricattarlo e con i soldi del ricatto entrare in società con questo sedicente imprenditore nel business del lavaggio a secco, secondo una prospettiva di prosperità economica, senza far nulla e dividendo i guadagni a metà.
Fin da quando Ed prende questa decisione e si approssima ad attuarla, viene scatenata una reazione a catena che ben presto sfuggirà dalle mani e dalle volontà del protagonista, si innesca un gioco di incastri che infittisce la trama e rende la vicenda progressivamente più torbida col protagonista che viene scoperto dall’amante della moglie ed è costretto a farlo fuori, con la moglie che fin da subito viene accusata dell’omicidio, ingiustamente e con Ed stesso che non riesce a scagionarla e vedrà successivamente sgretolarsi la vita pezzo per pezzo, i soldi che era riuscito ad ottenere andranno dispersi assieme al socio, l’avvocato considerato più bravo, unica speranza per un’assoluzione della moglie, li costringe a mettere in ipoteca il locale da barbiere, lavorando praticamente per la banca, ma il tutto si rivela una fatica sprecata perché il dramma si abbatte quando la moglie assalita dai sensi di colpa si toglie la vita prima del processo, facendo cadere in depressione il cognato che non ha più voglia di lavorare, anche se le peripezie non sono finite lì e come in ogni noir che si rispetti il destino bussa sempre puntuale alla porta e da il colpo di grazia ai personaggi.
“The Man who wasn’t there” è un film nero come la pece, senza speranza, un grande omaggio ai tanto amati noir classici dai fratelli che non lascia trasparire minimamente l’ironia che avevamo visto nei precedenti lavori, a volte anche nelle opere più drammatiche si concedevano divagazioni ironiche, qui no, la narrazione è un continuo sprofondare nell’abisso di tragedie causate dall’inettitudine di un protagonista che perde il controllo e rimane inerme nelle mani del destino, un protagonista che riversa le proprie speranze e ambizioni nella figlia di un amico, che vuole aiutarla a realizzare il suo sogno, venendo anche frainteso, una coscienza sporca con cui difficilmente riesce a convivere.
La messa in scena dei Coen è splendida, neanche a dirlo, azzeccatissimo l’uso del bianco e nero con la fotografia di Deakins così contrastata, con le luci di taglio, un continuo uso di silhouette e luci volumetriche, anche grazie alle perenni sigarette presenti in bocca ai personaggi, creando un’ambientazione dall’immenso fascino, così torbida, così misteriosa, così introspettiva, capace di rispecchiare la coscienza più sporca del protagonista, ma in generale di tutti i personaggi, con delle interpretazioni di assoluto livello, Thornton con la sua impassibilità, il suo viso continuamente tra il corrucciato e l’inespressivo, indice della sua stessa vita in cui non prova ormai nessuna soddisfazione, soltanto apatia e voglia di uscirne, complice un matrimonio considerato fallito e una carriera senza ambizioni, ma anche i personaggi di contorno fanno il loro figurone, dalla McDormand, una femme fatale sfuggente - tra l’altro curioso come i Coen l’abbiano introdotta in scena col dettaglio della calza che si sfila, che può ricordare la cavigliera della Stanwyck in “Double indemnity” - che ormai il protagonista sa di aver perso, fino ai vari arrivisti come Gandolfini stesso e il potenziale socio del protagonista.