williamdollace 8 / 10 02/01/2026 11:42:04 » Rispondi Prodotto da Jennifer Lawrence (e fra gli altri da Martin Scorsese) che ne è anche protagonista Die my Love di Lynne Ramsay mette in scena il delirio capitale di una madre che affronta una gravidanza la messa al mondo di un figlio e il suo essere madre in un luogo alieno e alienante, in una condizione di solitudine assordante in un Montana isolato e i conflitti con il compagno che si inaspriscono esponenzialmente. Lynne Ramsay dopo A Beautiful Day You Were Never Really Here torna con il suo cinema sensoriale, di grazia e ferocia, con una Jennnifer Lawrence che mette in scena una performance incredibile, selvaggia, inerme, calcolatrice, ormonale, distruttiva, borderline, potentissima, folle e sensuale, cercando in ogni modo di riprendere il controllo sul suo corpo e il suo centro-ancestrale, sulla sua fic.a e la sua sessualità come centro universale, sul suo essere donna desiderabile, chiavabile, sc.opabile, capace di piacere ancora mentre tutta la sua psiche crolla vorticosamente sia letteralmente che attraverso una serie di simbolismi fino all'epilogo dissociato e dissociante, una rivolta di simbolismi esterni e interni che crescono a dismisura, la sua faccia che utilizza per infrangere vetri, leccare, mordere, fottere, il suo corpo a quattro zampe, le sue mani che graffiano le pareti o rovistano nelle mutande, la sua libido sfrenata, pronta a lanciarsi da ogni mezzo in movimento, mentre il compagno, un buon Pattinson ma non all'altezza dell'innarrivabile Jennifer, soccombe, assiste, desiste, annientato dal panico, impotente. Una strafottuta rabbia giovane femminile che tenta di scollegarsi come un quadro di Otto Dix dalla figura genitoriale che incombe assente (e ancora "salvaci dai suicidi dei nostri genitori") e che sia chiaro quanto anch'essa influisca sul vuoto tumultuoso disciplinato e accidentale lucido come il delirio che lei è costretta a subire insieme al resto auto-inflittosi con il suo impersonabile e innominato bambino-detonatore, il bambino che non ha un nome, il nominato continuamente e innominabile c.azzo di bambino, la miccia di una follia vorticosa e urticante. Momenti di grande cinema, con una fotografia ora nitida ora graffiante e pastosa che soffoca le figure e le spalma sui colori come spalma i nostri pensieri e i nostri occhi sbarrati sullo schermo dipinto.