Potrebbe essere il film che preferisco di Van Sant, un'opera nera sulla tossicodipendenza che ho apprezzato molto stilisticamente, concettualmente molto vicina alle opere della New Hollywood, ma allo stesso tempo con degli ottimi inserti postmoderni, come una lieve ma costante componente grottesca, che dona al film un mood particolarissimo, lontano dal pessimismo a tutti i costi, o da momenti retorici, "Drugstore Cowboy" narra con pochi fronzoli le vicende del protagonista ed il suo gruppetto, fatto da sua moglie, il suo migliore amico ed una giovanissima donna da poco reclutata, che passa le giornate rapinando farmacie per soddisfare le loro dipendenze, è interessante la componente psicologica che Van Sant riesce a descrivere grazie ad una curata sceneggiatura, la dipendenza mascherata da ambizione, come si vede nel rapporto marito-moglie, con lei che dopo un grande colpo vorrebbe festeggiare facendo sesso e lui che rifiuta perché vuole già pianificare la prossima rapina, nonostante la grande quantità di roba già a sua disposizione, o ancora, i momenti di trasferimento, dove creano degli incastri incredibili soltanto per restare costantemente sotto gli effetti della droga, senza farsi prendere dalle forze dell'ordine, fino alle superstizioni, dalla storia del cane alla vicenda del cappello sul letto, inconsciamente un capro espiatorio del loro fallimento, talmente radicato nella loro psiche che diventa un fattore primario.
Matt Dillon offre un'intepretazione di altissimo livello, il suo personaggio mangiato dalla dipendenza, che tuttavia ancora conserva spiragli di coscienza, che ovviamente si paleseranno con lo shock della morte di Nadine, che gli faranno intraprendere un percorso di redenzione, "perché l'ho promesso a dio, nel caso fossi riuscito a farla franca", inserendo anche la tematica della fede, che qui diventa un ultimo baluardo per andare avanti nella tanto bistrattata vita quotidiana, fatta di un ripetitivo lavoro in fabbrica ed un appartamento fatiscente, ma che sembra non bastare comunque, come si vede in quel particolarissimo cameo di Burroughs, leggendario autore della beat generation, nei panni di un vecchio prete tossicodipendente, provocazione ben chiara di Van Sant, ma che estende la debolezza anche ad elementi convenzionalmente considerati autorevoli.
Registicamente di gran fattura, una regia che alterna splendidi momenti di suspense, come nelle varie sequenze che riguardano le rapine o le perquisizioni delle forze dell'ordine, basti vedere quella iniziale in farmacia con la finta crisi epilettica e Dillon che gattona sotto il bancone per rubare i farmaci, o ancora, quando non devono farsi scoprire dal convegno di sceriffi col cadavere di Nadine, momento teso e particolarmente colmo di una grottesca ironia, fino ad arrivare ai momenti di stampo surreale, quei particolari trip del protagonista, ed ovviamente il finale, che si conferma in linea con l'andamento del film, amaro ma ironico allo stesso tempo, che mostra come il torbido passato riesca ad essere sempre presente, come sia difficile la redenzione, come l'ambito risucchia il personaggio, ma allo stesso tempo, regala un po' di quell'ironia della sorte che spezza la solennità.
Tra la bella ambientazione della provincia Americana, qui l'Oregon in particolare, interni degradati e città buie nelle quali i personaggi provano a trovare una temporanea consolazione alle loro mancanze, il film di Van Sant narra una bellissima storia, andando dritta al punto senza retorica o particolari pietismi, gran bel film.