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Film stupendo di Woody, che non esiterei troppo a definire capolavoro, per me al suo apice, se la gioca con "Annie Hall", ma, considerata una grossa dose di soggettività, il mio prediletto è questo, un'opera nera nella quale Woody esprime la sua visione del mondo, due trame che viaggiano in modo parallelo e si incontrano solo sul finale e conducono a grandi riflessioni di stampo filosofico, esistenziale, etico, morale, religioso, psicologico, un'unione perfetta di queste tematiche che da vita ad un'opera che personalmente, mi ha lasciato col magone, prendendo spunto sia dalla letteratura classica, come già detto da molti, Dostoevskij è una delle principali influenze, ma anche dai dilemmi dei maestri del cinema, come lo stesso Bergman, con diversi rimandi agli interrogativi che il regista svedese si poneva sulla fede e l'etica.
Una trama racconta la storia di Judas, interpretato da Martin Landau, un medico di grande successo che praticamente ha tutto, apprezzato universalmente, ha una fondazione a scopo filantropico, è considerato un luminare nel suo campo, una famiglia che lo stima, tuttavia, anche lui ha un piccolo scheletro nell'armadio, una relazione extraconiugale con una donna che ultimamente lo mette alle strette, per qualche promessa di troppo e che minaccia di rivelare tutto alla moglie e scoprire qualche altarino riguardante un prestito dalla fondazione, da questa situazione di pericolo scaturisce uno stato psicologico nel personaggio che lo porta a ricercare una soluzione estrema, inizialmente non detta, ma ben intesa una volta che si mette in contatto col fratello che organizza l'omicidio della donna.
In questa parte il film mostra diversi elementi interessantissimi, uno di questi è il senso di colpa, trattato in maniera straordinaria, andando a ricollegarsi al background del personaggio, Judas essendo un uomo di scienza si è da tempo distaccato dalla religione e dai concetti espressi dai suoi familiari devoti all'ebraismo, tuttavia, uno dei principali messaggi del film è proprio l'impossibilità di distaccarsi del tutto da concetti radicati nell'uomo fin dal momento della formazione, per quanto possa aver sviluppato un pensiero critico e razionale, c'è come un elemento latente che gli fa tornare in mente le prediche religiose subite da piccolo e scatena un forte senso di colpa, ovviamente, l'omicidio della donna, da Judas solo commissionato, è una cassetta scatenante di ciò, portandolo a mettere in dubbio ogni certezza sull'etica con cui era andato avanti fino a quel momento ed andando a ritrovare la religione come ultimo punto di riferimento, a tal proposito è straordinaria la sequenza in cui va a visitare la vecchia casa ed ha una visione di un pranzo di famiglia di quando era bambino - altro riferimento a Bergman, vedere "Il posto delle fragole" - ma allo stesso tempo, questa parte di film mostra la relatività di questo aspetto, il senso di colpa, così come il dramma, sembra svanire nel tempo, lo ripete anche il personaggio di Lester a proposito dell'umorismo sull'omicidio di Lincoln, ai tempi doloroso e che esige rispetto, ma sul quale oggi si può fare humor molto tranquillamente, ecco la concezione del misfatto di Judas è la stessa, nell'etica dell'uomo un fatto ha una gravità enorme solo quando è fresco, quando la percezione lo ingigantisce, una volta che viene levigato dal tempo, sembra ridursi a poco più che una sciocchezzuola.
La parte di trama riguardante Cliff, interpretato da Woody, ha un registro meno drammatico di quella di Judas, con qualche inserto umoristico in più qua e là,
"After all, he is an American phenomenon." "Yeah, but so is acid rain." E narra le vicende di quest'uomo spiantato in crisi sia professionale che coniugale, con un rapporto con la moglie ormai spento da tempo - "The last time I was inside a woman was when I visited the Statue of Liberty" - e la grossa difficoltà nello sfondare nel mondo del cinema, sua grande passione, verso la quale nutre una forte devozione, al punto da andare quasi tutti i giorni in sala con la nipote e non piegarsi mai alle esigenze produttive commerciali, il contraltare è il cognato Lester, comico che ha sfondato nel circuito commerciale, realizzando film dozzinali che piacciono molto alla massa, verso il quale Cliff prova una forte antipatia, ma che tuttavia, finirà a lavorare per lui visto il momento esiguo, da qui nasce la vicenda sentimentale con Halley, produttrice dall'animo profondo che collaborerà con Cliff per realizzare un documentario su un grande intellettuale che entrambi stimano, ma che purtroppo manderà in fumo le sue teorie sulla celebrazione della vita commettendo suicidio.
Questa parte è quella più struggente del film e porta svariate riflessioni, dalla caduta dei miti, come appunto il professore che con l'atto estremo rinnega ogni teoria elaborata fino a quel momento, lasciando Cliff in enorme sconforto, ad una certa cinicità dell'amore, il rapporto tra Cliff ed Halley, in realtà mai decollato, va ad infrangersi contro l'ingombrante status di Lester, che alla fine finirà per conquistare la donna, che preferisce andare con lui rispetto che con un uomo modesto come Cliff.
Il finale è la congiunzione di queste due trame parallele, un momento amaro e riflessivo che raggiunge il suo picco nel dialogo tra Judas e Cliff, e che mostra la disillusa concezione del regista di un mondo nel quale la passione e la spiritualità vengono divorate dalla futilità e dalla convenienza, con un infame come Judas che la fa franca, e Cliff sofferente che rimane con nulla in mano.
Tecnicamente ottimo, con una splendida fotografia dai toni caldi, una regia che regala diversi momenti toccanti e riflessivi, caratterizzata da un grande uso dei primi piani che valorizzano i numerosi dialoghi, capace di alternare il registro drammatico a quello di stampo ironico con una certa naturalezza.