Uno dei cult hollywoodiani per eccellenza, è un film che adoro, che mi emoziona terribilmente nella sua estrema semplicità, con una messa in scena di gran valore ma soprattutto, delle interpretazioni clamorose, con un Jack Nicholson ai massimi livelli ed una Louise Fletcher che non sfigura minimamente accanto ad una performance come questa, il film di Forman racconta la triste realtà degli ospedali psichiatrici - il realtà ambientato una decina d'anni prima rispetto all'uscita, lo si capisce dalla data che dicono alla radio quando trasmettono la partita di baseball - che tuttavia si fa metafora di qualcosa di più grande, di un sistema che opprime la libertà individuale e l'essenza di ognuno in nome del conformismo, che vuole tenere a bada chiunque, reprimere la spontaneità e le peculiarità della persona, è qui che Randall McMurphy, mandato dalla prigione per un semplice controllo sulla sua salute mentale, entra in contrasto con questo sistema, in un contesto dove i pazienti vengono come abbattuti, ingozzati di psicofarmaci e tenuti a bada dalla rigidità dell'infermiera Ratched, diventando un vero e proprio elemento di disturbo, la sua vivacità e l'opposizone alle regole imposte, mal vista dagli addetti ai lavori, causerà diversi problemi di ordine, ma allo stesso tempo riuscirà a smuovere le coscienze degli altri pazienti, intrappolati da convenzioni e sovrastrutture che li hanno convinti di essere pazzi, di doversi correggere a tutti i costi, con diversi che si sono internati volontariamente e sottostanno a questo rigido regime, la metafora sociale è chiara.
E Forman fa uno splendido lavoro di messa in scena, gli ambienti dell'ospedale, così freddi e asettici, con una regia equilibrata ed una camera che predilige piccoli movimenti ed inquadrature strette spesso a catturare l'emozione, con una prevalenza di primi piani che valorizzano tantissimo l'espressività degli attori, usando anche qualche elemento simbolico - la fontanella che sgorga, una volta che viene staccato il lavabo, chiara metafora di libertà - riservandosi una sola scena in cui il linguaggio cambia completamente, quella della fuga, con annessa gita per andare a pescare, l'unico momento in cui i personaggi sono al di fuori dell'ospedale, con diversi campi lunghi ed un certo stupore messo in evidenza dalle soggettive, una parentesi di svago e libertà lontano dalle ingombranti figure di potere che costringono i personaggi a rientrare nei ranghi.
Ma la sceneggiatura riserva tante belle scene, mi viene in mente la stessa festa sul finale, in cui Randall crea una splendida atmosfera gioviale, portando dentro le due accompagnatrici e fiumi di alcool - bellissima la trovata di mettere l'alcool nello stesso bicchierino usato per le medicine - tipico momento che spezza il moralismo solenne dell'istituzione e porta allo svago assoluto di soggetti costantemente repressi, che tuttavia avrà delle tragiche conseguenze la mattina, o ancora, i momenti dell'inserimento di Randall nel contesto dell'ospedale, le bische clandestine che organizza nella sala della vasca, in cui si giocano le sigarette, la riunione per cercare di convincere la Ratched a far vedere il campionato di baseball, in cui fuoriesce tanto la meschinità del personaggio, con un comportamento che agisce molto più per principio che per logica, ma che mette in evidenza lo stesso condizionamento dei pazienti, che quasi non alzano la mano per timore, o ancora, le belle scene al campo da basket, in cui Randall col suo carisma riesce a far intraprendere un approccio attivo a figure fino a quel momento totalmente ignorate, come avviene con Big Chief, personaggio che poi diventerà fondamentale nei risvolti.
Ed ovviamente, non si può non parlare dei momenti più crudi, quelli che denunciano queste pratiche, più vicine alla tortura che alla medicina, la terribile scena dell'elettroshock ed il tristissimo finale, che personalmente mi fa venire i brividi per il misto di emozione che causa, con quella corsa finale di Big Chief che è incredibile per potenza emotiva ed evocatività.
Capitolo a parte per il discorso attoriale, probabilmente uno degli elementi che eleva tanto il film, Jack Nicholson, da sempre uno dei miei attori preferiti, qui in stato di grazia, la sua espressività così istrionica è perfetta per il personaggio, sopra le righe, ribelle ed umano, pieno di debolezze e difetti ma straripante di empatia, con una gamma di emozioni vastissima, dai momenti in cui non riesce a contenersi - guardare la riunione riguardante le sigarette in cui spacca anche il vetro - a momenti di più sincera schiettezza, col suo ghigno, che poi diventerà l'elemento che lo rende riconoscibile per eccellenza. La stessa controparte, Louise Fletcher, nel ruolo dell'infermiera infida, fredda e spietata, è straordinaria, la sua presenza scenica riesce a portare con sé il timore già appena entra nella stanza, la sua ingombrante pedanteria si sente anche quando è fuori campo, altra interpretazione clamorosa.
E poi ci sono diversi altri grandi attori in piccoli ruoli, come Danny DeVito e Christopher Lloyd, entrambi alle prime armi, che già mostrano una certa pasta da caratterista che affineranno in futuro.