Ho apprezzato molto questo ultimo lavoro di Kelly Reichardt, un heist movie dalle implicazioni ben più grandi, una di quelle destrutturazioni del genere - con qualche debitino al cinema di Altman se vogliamo - che si porta con sé svariati elementi interessantissimi, a partire dalla rappresentazione del periodo che fa da sottofondo alla vicenda, i primi anni settanta, periodo di particolare instabilità per gli USA, tra proteste e l'incertezza sul futuro, è qui che si svolge la storia di Mooney, un padre di famiglia disoccupato alla ricerca del successo tramite questo colpo al museo della città in cui abita, mostrando in un primo momento tutte le aspettative e le pressioni ricevute, perlopiù dalla famiglia, per un maggiore benessere economico, come si vede nel turbolento rapporto con i genitori, col severo padre, famoso giudice, e con la madre costantemente preoccupata per il suo impiego, ai limiti del pedante.
Il titolo in sé contiene già una forte ironia di fondo, altro che mastermind, il protagonista in realtà è un uomo goffo ed incapace, anche la stessa rapina si svolge in maniera particolarmente improvvisata, qui la regista si diverte a scardinare la tipica complessità e spettacolarità dell'heist movie americano, portando questi due complici a rapinare il museo in pieno giorno senza particolare arguzia e scappando davanti a delle guardie particolarmente inefficienti, ma il cuore del film è la conseguenza della rapina, vista inizialmente come l'evento che sistemerà il protagonista portando benessere nella sua vita, ma che si rivela fare tutto il contrario, tramite una serie di eventi, causati perlopiù dall'incapacità del protagonista di gestire la situazione, l'uomo verrà risucchiato dai suoi stessi errori, con un clan di malavitosi che si approprierà dei quadri, mostrando come in queste circostanze ci sono sempre pesci più grossi e più ambiziosi che lasciano men che le briciole, e portandolo, in seguito alle indagini ed alle confessioni di un membro del colpo, poi catturato per un'altra rapina, questa volta in banca a dover vagare senza meta lontano da casa, in una sorta di limbo nel quale, in seguito al diffondersi della notizia, verrà respinto un po' da tutti, amici e famiglia, portandolo a perdere il poco che già aveva, in questa parte, dai tempi dilatanti e lievemente straniante, il film concentra la sua riflessione sul periodo, sull'uomo comune, senza particolare abilità, che si trova perso nei meandri di una società che lo ha rifiutato, lo stesso personaggio di Josh O'Connor è la rappresentazione di questo, non distaccandosi dalla media del resto delle persone, ma anzi risultando peggiore, manipolativo ed egocentrico, mai umile ed approfittatore, il finale è la ciliegina sulla torta, con la meschina rapina alla vecchietta che rientrava in casa e l'arresto al corteo in cui si era infilato semplicemente per sfuggire dalla vecchietta, un'ironia della sorte potente e d'impatto che getta ancora più disillusione sulla vicenda.
Molto carino stilisticamente, con una fotografia poco contrastata, con un leggero alone che contribuisce ad evidenziare lo spaesamento del protagonista e diverse interessanti soluzioni registiche, come il 360° a tavola con i membri della famiglia riuniti per la cena, ma di base è una regia minimale che tende a lavorare per sottrazione, eliminando quasi del tutto la tensione ed il pathos, così come la spettacolarizzazione, e lasciando spazio alla disillusione.