Secondo episodio della trilogia di Noriko, abbastanza simile sia stilisticamente che tematicamente a "Tarda primavera", in questo film Ozu continua il suo approfondimento sulla società giapponese del dopoguerra ed il nucleo familiare, si nota uno stile sempre prevalentemente statico, ma con qualche inserto dinamico in più, l'autore regala spesso e volentieri i suoi punti di vista dal basso con la camera poggiata sul tatami creando quadri prospettici e di natura rigida, ma ogni tanto si concede dei saltuari movimenti di macchina, soprattutto nelle scene in esterno, con piccoli e ponderati zoom o carrelli, mi viene in mente una delle scene più evocative del film, quella di Noriko e Fumiko in spiaggia, nella quale vi è una prospettiva da crane, inquadrandole per una volta dall'alto, o ancora, l'uso di elementi simbolici, se in "Tarda primavera", vi erano le onde del mare sul finale a rappresentare l'inesorabile scorrere del tempo, qui vi è quella bellissima inquadratura dei campi di grano, smossi dal vento ed in costante movimento, mentre la camera leggiadra procede impercettibile, il tutto crea una componente stilistica gradevole e delicata, poetica e mai invadente, che si sposa molto bene con la tematica del film, giocando con tematiche come la quotidinità, ben enunciata nella prima parte che sembra rinunciare ad una narrazione consequenziale ma si limita a mostrare scorci di vita della famiglia, giocando col contrasto tra le stesse fasi della vita, gli adulti responsabilizzati e pieni di faccende, che si smazzano tra lavoro e doveri familiari, i bambini ben più spensierati, che diventano delle piccole spalle comiche, combinando diverse marachelle al nonno, evidentemente non più lucidissimo, che viene a sua volta deresponsabilizzato in quella che è la fase finale della sua vita.
E poi c'è Noriko, donna di 28 anni che ancora non ha trovato marito, lei è quella che deve fare il grande passo, il passaggio alla vera e propria età adulta, qui costantemente messa sotto pressione dalle domande e dalle aspettative altrui, spesso anche troppo invadenti, con la narrazione che torna a descrivere le pedanti sovrastrutture della società del periodo, mettendo in contrasto la tradizione con l'inesorabile avanzare della modernità - anche qui vi sono palesi riferimenti all'America ed alla sua industria, come quello ad Audrey Hepburn - ed infine, prende come elemento principale della trama il contrasto tra l'amore di compromesso, quello imposto, quello che farebbe felici tutti gli altri ma non la protagonista, e quello di cuore, il vero amore sentito, Noriko si trova a ricevere tante pressioni per sposare questo collega del suo capo, molto benestante e mai sposato, eppure, decide di sposare un vicino di casa molto più modesto economicamente e con un figlio a carico, facendo prevalere la componente sentimentale, il cuore che vince sulle sovrastrutture, l'amore che si insidia irrazionalmente ed inconsciamente - e lo si vede bene nel dialogo tra le due amiche, nel quale Noriko non riesce ad ammettere che ne è innamorata, anche se è palese -
Arrivando ad uno splendido finale, nel quale Ozu incrementa la componente nostalgica, la foto di famiglia, elemento del ricordo per eccellenza, che imprime il tempo, lo cristallizza, a differenza di quanto fa la mutevole realtà, sottolineandone ancora di più la sua natura sfuggevole ed emozionando lo spettatore.