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MARTY SUPREME regia di Josh Safdie

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stratoZ     8 / 10  17/02/2026 14:50:45Nuova risposta dalla tua ultima visita » Rispondi
ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER

Gran film di Josh Safdie, che dire, una pellicola che col suo stile ansiogeno, teso, dinamico, mette in scena tutta l'ossessione ed in fondo, la decadenza, del sogno americano, una pellicola ambientata nell'America degli anni cinquanta, che gioca con i tanti paradossi dello stesso, tramite la storia di questo ragazzo, Marty, di umili origini, ma estremamente talentuoso nel ping pong, gioco ai tempi ancora emergente che dava una grossa notorietà soltanto ai campioni del mondo, è qui che il protagonista si ritrova sempre a lottare per il suo sogno, vincere i campionati, creando una vera e propria reazione a catena per le sue azioni, le prime sequenze servono per creare il contesto e la caratterizzazione del personaggio, e lo fanno splendidamente, Marty è ossessionato dal successo, dallo status, dalla celebrità, dal dimostrare che è il migliore, l'inizio nel negozio di scarpe, posto che gli sta troppo stretto, con annessa rapina per prendersi i soldi a lui dovuti e partire per Londra a giocare i campionati, mostra tutta la dedizione e quanto sia disposto a rischiare per questi riconoscimenti, lo svolgimento dei campionati stessi ricalcano la sua personalità e riescono a creare una forte intesa con lo spettatore, per quanto il personaggio sia vicino all'antieroe, l'immedesimazione è tale da tifare costantemente per lui, questo anche grazie ad una regia che si rivela ansiogena ed isterica fin dai primi momenti, esaltando la personalità del protagonista, con una camera costantemente in movimento che si fissa con primi piani, dettagli e particolari, lasciando poco respiro allo spettatore, approfondendo il tutto nella parte centrale, il corpo del film nel quale avvengono le peggiori peripezie, nel quale Marty deve rendere conto di tutte la azioni compiute fino a quel momento, una catena di eventi ad un ritmo martellante, che come detto da molti, ricorda proprio una partita di ping pong, nel quale il personaggio è impegnato a trovare questi benedetti soldi per andare in Giappone, è in questa serie di eventi che la sottile ironia, il forte pathos, la divertente dinamicità delle sequenze, lasciano pian piano spazio ad un'amarezza latente che smonta il sogno stesso, la voglia di emergere lottando contro qualsiasi cosa, che siano forze dell'ordine, un vecchietto che gli ha dato fiducia per medicare il proprio cane - tra l'altro, epica interpretazione di Abel Ferrara -, dei coetanei che si sfidano a ping pong.

E da qui emergono le svariate tematiche, quella delle opportunità e dell'idealismo, espressa benissimo in una serie di paradossi col Sig. Rockwell, che offre a Marty una grossa opportunità rifiutata in maniera rude perché in quel momento non ne aveva bisogno, ma che poi diventerà dopo infinite peripezie, l'ultimo appiglio per non rinunciare al suo sogno, dovendo scendere ad umilianti compromessi, mostrando l'approccio diametralmente opposto che viene usato in base alla propria situazione, o ancora, la storia con Kay, la moglie del Sig. Rockwell, una sorta di rapporto di compromesso che da un lato alimenta l'ego di Marty, visto che inizia come un vero e proprio capriccio durante i mondiali a Londra, dall'altro, diventa l'ennesimo elemento da cui approfittare una volta che Marty ne ha bisogno per racimolare i soldi per partire in Giappone, sfruttando la sua insoddisfazione nella vita matrimoniale, passando per altri personaggi secondari come gli imprenditori di palline da ping pong, anch'essi pedine che Marty prova a muovere a suo piacimento e Rachel, ragazza incinta che aspetta un bambino proprio da Marty, falsamente convinto di aver preso abbastanza precauzioni, altro elemento di contrasto tra il suo ego e la realtà.

E poi vi è la rivalità con Endo, il campione di ping pong che batte Marty ai primi mondiali, con una certa rabbia di quest'ultimo per le nuove racchette utilizzate, lui rappresenta l'obiettivo reale, una nuova sfida per dimostrare di aver superato i precedenti limiti, un ulteriore modo per appagare il suo ego assetato di riconoscimento, la vera posta in gioco alla base di tutte le peripezie, l'ultimo ostacolo al successo planetario, la parte finale dove finalmente riesce ad arrivare in Giappone, nella sua forte disillusione, in fondo diventa consolatoria, l'ultimo guizzo di orgoglio, al costo di attirarsi le antipatie di Rockwell e dell'organizzazione, sembra, almeno in parte, risanare l'ego ferito di Marty, e prepararlo ad una nuova fase della vita.

Tecnicamente straordinario, un montaggio serratissimo che tira lo spettatore nel bel mezzo delle sequenze senza lasciargli il minimo respiro, proprio come accade a Marty, costantemente braccato dai personaggi che gli danno la caccia, ma anche dalla sua interiorità, un'inerzia inarrestabile, un Timothee Chalamet che recita costantemente sopra le righe risultando sempre credibile, un'estetica vintage un po' sgranata di estremo fascino, che catapulta lo spettatore nel periodo, diverse sequenze in bilico tra ironia ed adrenalina, paranoia ed urgenza, uno dei film più belli dell'anno.