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UN EROE regia di Asghar Farhadi

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AleWiseGuy     9 / 10  oggi alle 04:28:03Nuova risposta dalla tua ultima visita » Rispondi
Signori questo è veramente grande cinema, Farhadi ci regala un'altra perla di valore, un'opera che trova nella scrittura e negli interpreti i veri elementi chiave del suo linguaggio filmico. Si intuisce che il vero tema qui è lo sbaglio, l'errore di valutazione, la mancanza di consapevolezza di quasi tutti i personaggi che, con una serie di scelte sbagliate, danno luogo ad un rapido susseguirsi di eventi nefasti (praticamente un guaio dopo l'altro), che a loro volta generano altri conflitti e tensioni.

Rahim ha un "cuore puro", è vittima della sua stessa ingenuità, ma nasconde comunque qualcosa di inquietante, di oscuro, un alone di inspiegabile propensione a farsi travolgere dall'assurdità del sistema sociale iraniano. Perché è proprio questo, forse, l'obiettivo del regista: esporre una critica profonda al proprio paese tramite la narrazione di fatti dall'andamento vagamente kafkiano.

Nella stessa scena iniziale, un campo lunghissimo dove vediamo il protagonista che cammina lungo la spianata dei templi nella roccia, si carpisce un profondo senso di ineluttabilità, solitudine e rassegnazione, forse la stessa del popolo iraniano contemporaneo. Subito a seguire uno stacco su Rahim che sale le scale delle altissime impalcature di un cantiere, con la cinepresa che indugia a lungo sulla lenta salita, come se si volesse sottolineare la fatica del vivere di Rahim e l'assurdità del contesto nel quale viene a trovarsi, tra il sacro dei templi e il profano degli operai. In cima il cognato lo accoglie poi con affetto, riportandolo però subito giù a prendere un tè insieme. Metaforicamente la salita di Rahim si rivela inutile, come tutti i tentativi che farà durante il film per emanciparsi dalle sue difficoltà.

Il cognato è forse uno dei pochi cardini di fermezza e temperanza intorno ai quali ruotano gli altri personaggi, tutti più o meno governati da varie forme di meschinità o imprudenza. Il figlio balbuziente di Rahim invece, nel suo timido candore, ne rappresenta forse l'alter ego bambino, con l'innata tendenza ad essere sfruttato e manipolato.

Il sistema carcerario iniquo, un'economia fragile dove i commercianti devono spesso rivolgersi agli strozzini per finanziare le loro attività, le ipocrite associazioni benefiche che tengono più alla loro reputazione che al senso di giustizia: Farhadi attraversa alcuni aspetti del sistema sociale iraniano con occhio impietoso e rassegnato, raffigurando forse l'impossibilità di vedere un futuro roseo per il proprio paese.

Da queste ceneri nasce però un film prezioso, con bravissimi attori capaci di emozionare e coinvolgere, ispirando poi non poche riflessioni...soprattutto per chi ha abbastanza attenzione da cogliere le numerose sfumature e i sottotesti presenti nella storia.