Ammetto che non è stato un film che ho gradito particolarmente, ma qui bisogna fare un discorso specifico, quello del separare l'etica dalla semantica, perché questo ultimo film di Sorrentino, in fondo, propone tanto ed esprime una serie di concetti che ho trovato molto interessanti sulla carta, il problema è il mezzo, uno stile che si è andato ad esaurire in nome di una verbosità che impregna fin troppo il film, un didascalismo eccessivo che rimarca e rigira sulle tematiche imboccandole costantemente ad uno spettatore sazio, che sta per scoppiare.
E che dire, tutta la vicenda riguardante il protagonista, tra l'altro, interpretato divinamente da Servillo, propone un sacco di spunti, il contrasto tra la teoria, quella che lui in quanto giurista conosce a menadito, e la realtà, quella che invece dipende da fattori incontrollabili, dalle emozioni, da sfumature non riportabili su un testo scritto, il suo costante vivere nel passato, nel trauma del tradimento della donna che amava e nella mancanza di essa, il vedere un futuro vuoto che va a porre ulteriori riflessioni sulla definizione di libertà, che si tratti del presidente della repubblica, onorato ed acclamato da tutti, che si tratti di un uomo in galera, la libertà sembra consumarsi verso la fine dei giorni, una consapevolezza della morte che striscia nelle coscienze e rimane latente, il rapporto con la figlia, cresciuta in un contesto rigido e che diventa la sua assistente, l'orgoglio del padre che la vede realizzata nel suo stesso campo e ormai la considera anche più brava di lui, peccato che è proprio questo che la opprime e la fa quasi esplodere, ed infine, la riflessione sull'eutanasia, una legge che per chiunque abbia più di tre neuroni è sacrosanta - ok qui mi sto esponendo parecchio - ma che il protagonista continua a rimandare alla camera per paura delle reazioni in seguito alla sua decisione, andando a trattare l'immobilismo politico, tratto che ha caratterizzato e caratterizza ancora, la scena odierna, la dipendenza nei confronti dell'opinione pubblica per fare in modo di non scontentare nessuno e che si traduce in una vita passata ad accontentare gli altri, ad apparire rispettabile ed autorevole e mai a vivere, si noti il contrasto con la cara amica, Coco Valori, una sorta di nemesi etica del protagonista.
Tutto molto interessante sulla carta, ed infatti se fosse stato un libro mi avrebbe soddisfatto parecchio, ed invece no, invece a livello cinematografico non funziona, Sorrentino propone una regia quasi irriconoscibile, senza mai regalare una sequenza dal minimo sentore evocativo, farcendo l'opera con dialoghi interminabili che rispiegano per la centesima volta gli stessi concetti, "Di chi sono i nostri giorni?" ripetuto ben tre volte, tutta la vicenda di Elvis, il cavallo moribondo del presidente, che obiettivamente, rimarca per l'ennesima volta il pensiero sull'eutanasia, gli incontri con i due detenuti in attesa della grazia, così come quello col sindaco, col ministro della giustizia, tutti dialoghi bulimici, pieni di massime di cui non si sentiva affatto il bisogno, che rendono il film ridondante ed estremamente didascalico.
Apprezzabile il percorso del protagonista, il suo progressivo lasciarsi andare, quella sigaretta, quel pasto fuori programma, l'ascoltare Gué, ma obiettivamente, ho trovato una messa in scena totalmente indigesta, uno dei peggiori di Sorrentino.