"Drive" è in un certo senso un punto di svolta nella carriera di Refn, non tanto per l'impennata di popolarità che gli ha dato, quanto perché si tratta del passaggio definitivo al nuovo stile del regista, una sorta di secondo inizio di una carriera dove il suo stile progressivamente è mutato, passando dai grezzissimi film in terra danese, come la trilogia di "Pusher" e "Bleeder", per me opere di altissima fattura, arrivando ad archetipi molto distanti a livello sia visivo che concettuale come questo stesso ed i successivi. "Drive" è caratterizzato da uno stile visivo estremamente postmoderno, molto accostabile al neo-noir, in una Los Angeles notturna taciturna e spoglia, in cui il buio è spezzato solo da queste stranianti luci al neon che spesso illuminano il volto del protagonista, un Gosling volutamente apatico ed inespressivo, come facevano le luci dei semafori sul viso di Travis Bickle in Taxi Driver, film che sia sotto questo punto di vista, che per diversi aspetti riguardanti il soggetto, ha sicuramente influenzato l'opera in questione.
Il protagonista è un meccanico che è un guidatore eccezionale ed arrotonda nel tempo libero tra le comparse come stuntman nei film e qualche rapina dove fa da guidatore, interessante è la caratterizzazione spoglia del carattere, è un personaggio che non vuole fare trasparire nulla, nessuna emozione, fatta eccezione qualche esplosione emotiva nel finale, senza approfondire il background o le motivazioni dietro le scelte, lasciando allo spettatore la possibilità di carpire gli stati d'animo dello stesso, il motivo per cui aiuta la donna ed il figlio, dando anche una mano al marito appena uscito da galera per togliersi i debiti, finendo in un piano ben più grande di lui, che inevitabilmente, da buon film postmoderno che si rispetti, lascia una scia di sangue che travolge tutti i personaggi possibili.
Tramite un'ottima regia, asciutta ma che riserva qualche bel virtuosismo, un montaggio dilatato che permette di assimilare la condizione straniante dei personaggi, il pessimismo di fondo della vicenda ed allo stesso tempo impenna la suspense, lasciando lo spettatore in diversi momenti col cuore in gola, Refn ci racconta una storia di violenza ed amore incondizionato in una Los Angeles disumana, governata da tipi loschi che pensano solo ai loro affari senza il minimo riguardo per la vita altrui, il protagonista in fondo può assumere anche un'entità divina, una sorta di angelo vendicatore arrivato a proteggere l'innocente famigliola scatenando una violenta vendetta sui carnefici, splendide le sequenze in cui la violenza esplode, a volte senza preavviso, a volte con una tensione che si taglia a fettine, come la splendida scena in ascensore, o le due rese dei conti, quella con Ron Perlman, tramite inseguimento ed uccisione estremamente brusca, che tira in mezzo una violenza quasi gutturale, e quella finale, con la splendida scelta registica di mostrare la violenza tramite le ombre dei personaggi, quasi come la visione del regista sia stanca di questo bagno di sangue e decide finalmente di allontanarsi.
Refn dirige un noir di ottima fattura, stilisticamente eccezionale, a partire dagli stessi titoli di testa, ed arrivando alla splendida colonna sonora, un film fatto di sensazioni forti, mood decadenti, silenzi dolorosi, ambientazioni stranianti.