Visione dalla quale sono uscito alquanto deluso, considerato quanto abbia apprezzato le opere precedenti di Joachim Trier, "Sentimental Value" è il suo film della standardizzazione, dell'exploit in senso negativo, del compromesso, un'opera boriosa e prolissa che adatta lo stile del regista alle esigenze di una Hollywood - con particolare gradimento dell'Academy - che vuole spiegare tutto per filo e per segno allo spettatore, rinunciando all'evocatività, perdendosi in sequenze infinite e dialoghi innecessari nei quali vengono esposti gli stessi concetti ripetuti pedissequamente ed in maniera reiterata.
Il soggetto in sé è comunque interessante, non il massimo dell'originalità, girando un po' attorno alle tipiche tematiche del cinema nordico, ma in ogni caso, ha i suoi contenuti forti, parlando di questa famiglia disfunzionale, specialmente concentrandosi nel rapporto tra padre e le due figlie, col primo che è il perfetto standard di padre assente che ha deciso di trascurare le figlie per dedicarsi alla carriera di regista, con una certa puzza sotto il naso - vedasi le considerazioni sul teatro - ma che in seguito alla morte della madre, sua ex moglie, viene colpito da una sorta di ripensamento e cerca di tornare ad essere presente nella vita delle figlie, ormai grandi ed indipendenti ma comunque traumatizzate dalla sua costante assenza, tuttavia anche questo aspetto sembra avere un doppio fondo, visto che il padre cerca di tornare ad avere un rapporto con una delle due figlie per via di un progetto cinematografico nel quale la vorrebbe protagonista, in questo elemento vi è forse la chiave di lettura più palese del film, ovvero l'incapacità del padre di relazionarsi con la figlia in maniera autentica, utilizzando il mezzo cinematografico, che include in ogni caso la sua passione artistica e le ambizioni di carriera, per ritornare ad avere un rapporto con lei, una trovata furba che permetterebbe all'uomo di ovviare a due importanti aspetti della sua vita, senza essere disposto a togliere del tempo all'altro, restando in bilico tra quello che sulla carta è un sincero pentimento e la poca volontà di fare una rinuncia come l'attività lavorativa per esso.
Nella parte centrale, quella della produzione del film, in cui vi è il personaggio di Rachel Kemp, interpretato da Elle Fanning, la narrazione propone inserti metacinematografici, a mio parere poca roba, restando spesso sul superficiale, il disagio che vive l'attrice, nel non riuscire ad entrare in empatia col personaggio, a non metabolizzare le motivazioni alla base dei comportamenti, è una banale riflessione sul ruolo dell'attore, dell'impersonificazione dello stesso, sul ruolo delle maschere, una serie di elementi ampiamente trattati già dal cinema nordico, a cui Trier fa spesso a volentieri riferimento, certe volte in maniera anche abbastanza goffa, come con quella sequenza dei volti che si alternano, simbolismo ormai particolarmente inflazionato.
Ma nel complesso, resta poco, se non nulla, una serie di interessanti considerazioni iniziali che continuano a rigirare per oltre due ore su percorsi che già conosciamo, una costante riproposizione dei traumi che risulta presto didascalica, l'aspetto che ricorderò positivamente del film è lo splendido design fotografico e scenografico, con gli interni della casa così minimali e freddi, quelli li adoro, spero un giorno di avere una casa arredata così, per il resto, mi dispiace, ma poteva durare tranquillamente la metà.