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DUE SETTIMANE IN UN'ALTRA CITTA' regia di Vincente Minnelli

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stratoZ     6½ / 10  oggi alle 12:50:31 » Rispondi
ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER

A dieci anni dalla produzione di "The bad and the beautiful", Minnelli torna con un film che presenta analogie con la sua celebre opera, questa volta spostando l'ambientazione a Cinecittà, dove questo attore, ormai in una fase calante della carriera, e rinchiuso in un ospedale psichiatrico dopo aver tentato il suicidio, torna per lavorare con un suo vecchio amico regista, con cui nel passato si è trovato molto bene a collaborare, accettando il ruolo come semplice doppiatore pur di tornare a lavorare.


L'opera presenta inizialmente una struttura semicorale, con una lunga contestualizzazione che si porta dietro una spiccata critica all'ambiente cinematografico, dalle star viziate, produttori noncuranti dell'opera in sé ma solo dei guadagni, vecchie fiamme e lunghe sequenze di festeggiamenti vuoti, probabilmente ispirati ad un film di Fellini di due anni prima, ambientato nella stessa città e che tratta le stesse tematiche, non c'è bisogno che dica il titolo, e sono abbastanza sicuro che Minnelli si sia ispirato tanto a quell'opera per come tratta la decadenza del personaggio, il suo malessere interiore, le ferite aperte del passato che non riescono a rimarginarsi.

Nella seconda parte di film il destino sembra venire incontro al protagonista che in un certo senso inizia un percorso di redenzione professionale a causa della sfortuna dell'amico regista che non può più dirigere il film per via delle condizioni di salute, è qui che riemerge ancora più aggressiva la critica ad un sistema di squali dove il protagonista si trova costretto a difendersi con le unghie e con i denti, andando spesso molto vicino al baratro psicologico, mostrando come nell'ambiente non vi sia spazio per amicizia o relazioni, ma soltanto un'estrema competitività, invidia, cupidigia e rancore.

Buona messa in scena di Minnelli, tra gli esterni di una Roma pittoresca, valorizzata dai colori saturi, interni prettamente pacchiani, per i quali non vado matto, con quel maledetto appartamento dai muri rossi, già visto in "Gigi" che per me è un pugno nell'occhio, ma soprattutto, la presenza di due attori formidabili come Kirk Douglas, nel ruolo del protagonista e quella leggenda di Edward G. Robinson, nel ruolo di Kruger, il regista che richiama il protagonista a lavoro, oltre alla curiosa partecipazione di Daliah Lavi, nome noto per gli amanti del cinema di genere, che l'anno successivo a questo film prenderà parte come protagonista a due opere di culto assoluto come "Il demonio" di Rondi e "La frusta ed il corpo" di Bava.