Bel western di Kelly Reichardt, un'opera che mischia sapientemente il western revisionista ed il road movie, con la storia di questa carovana con diverse persone in viaggio attraverso il deserto dell'Oregon che vengono affidate alla guida di tale Stephen Meek, uomo, che tra l'altro ho scoperto essere esistito veramente, che avrebbe dovuto portarli a destinazione in due settimane, ma che in realtà si rivela non sapere dove stia andando di preciso e che prolungherà questo viaggio con conseguenze abbastanza tragiche, portando il gruppo a restare a corto di viveri, soprattutto acqua, fin quando un giorno catturano un nativo americano, appartenente ad una tribù del posto, che Meek vorrebbe uccidere, ma che risparmia con la speranza possa portarli ad una fonte d'acqua il più presto possibile.
Tramite questo semplice soggetto il film riesce a trattare diverse tematiche legate all'origine degli stessi Stati Uniti, a partire dal personaggio di Meek, elemento che presenta tratti crepuscolari, andando ad intaccare il mito di un uomo a suo modo simbolo della conquista del west, rendendolo fallibile ed enfatizzandone i peggiori difetti, dal razzismo alla misoginia e tramite questi elementi collegandosi ad altri importanti elementi, alcuni di stampo più universale, come la scelta di non uccidere il nativo immediatamente, cosa che si intuisce abbastanza facilmente, avrebbe fatto senza problemi in una situazione diversa, mettendo in secondo piano il radicatissimo razzismo della sua mentalità solo in favore di un bisogno ancora maggiore, quello della sopravvivenza, vedendo nel nativo l'unico modo per riuscire ad andare oltre la terribile situazione che il gruppo stava vivendo.
La sceneggiatura inoltre inserisce anche altri elementi di stampo sociale, il ruolo della donna ad esempio, qui ottimamente trattato tramite il personaggio di Michelle Williams, il suo essere sempre relegata in secondo piano, il modo di porsi di Meek, costantemente aggressivo e noncurante dell'opinione del resto delle donne, arrivando ad un finale dove vi è una sorta di ribaltamento di ruoli.
Kelly Reichardt impone la sua solita regia, che personalmente apprezzo molto, con inquadrature statiche, alcune visivamente bellissime, poco da fare, vi sono dei campi larghi delle distese dell'Oregon che sono una gioia per gli occhi, tanti silenzi che fanno emergere il disagio di fondo della vicenda e stimolano a riflettere sui paradossi e sui rapporti che si vengono a creare, una certa alternanza di scene diurne e notturne, con queste ultime che sfruttano il quasi assoluto buio come elemento semantico che rappresenta la condizione dei personaggi, dispersi in un posto che non conoscono, ed in fondo potrebbe farsi specchio di quella tipica metafora di caduta del sogno americano.