Devo dire, la pausa di Van Sant, dopo gli ultimi deludenti film, gli ha fatto molto bene, "Dead man's wire" racconta un fatto realmente accaduto e utilizza la vicenda per mostrare il contesto dell'America del tempo, con le dovute frecciate al capitalismo estremo, a queste grandi aziende senza la minima etica o morale, con un'ottima narrazione che evita qualsivoglia polarizzazione e mischia continuamente bene e male, d'altronde, lo spettatore spesso è portato a biasimare entrambe le parti, se in un primo momento la reazione del protagonista può sembrare eccessiva, ricorrendo al sequestro per degli affari andati male, approfondendo la vicenda e le motivazioni dietro ad essa si trova un uomo logorato dagli eventi, una pressione schiacciante di questa grande società di prestiti che prima illude e poi disintegra il sogno dell'imprenditore più piccolo, una serie di conflitti di interessi nascosti da pratiche burocratiche, cavilli legali ed avvocati abbastanza abili da restare sempre sul filo della legalità. Ad abbattere le barriere di questo sistema è il proprio il protagonista, passando a vie di fatto, sequestrando il figlio del creatore dell'azienda, ora divenuto presidente, pretendendo un rimborso per quello che ha subito a livello economico e soprattutto, cosa da non sottovalutare, delle scuse pubbliche da parte dello stesso fondatore, un'arma a doppio taglio che da un lato punta a fargli riavere quello che gli è stato sottratto, dall'altro mostrare a tutto il mondo i continui imbrogli e doppigiochi dell'azienda, è qui che vi è terreno fertile per uno spietato Al Pacino, che ad ottantacinque anni suonati e apparendo in scena si e no per dieci minuti in totale, fa sentire la sua presenza ed influenza, diventando il simbolo di un'etica aziendale votata solo al profitto ed alla pubblicità, a tal proposito è emblematica la telefonata mentre il protagonista tiene il figlio in ostaggio, mostrando una forte disumanità dietro al personaggio, talmente impantanato nei suoi affari, nel suo egoismo, nella sua mentalità imprenditoriale senza scrupoli da non riuscire a fare un passo indietro nonostante il figlio sia in pericolo.
"Dead man's wire" è un film dolceamaro, che per buona parte della durata logora lo spettatore, pone interessanti interrogativi sui mezzi e sulla liceità degli stessi, sulla sopportazione di un uomo e sulle possibili conseguenze psicologiche, il finale è una sorta di nota dolce nel bel mezzo di un mare di risentimento, una piccola vittoria nei confronti del sistema, ma soltanto parziale.
Van Sant dirige ottimamente una pellicola senza fronzoli, riuscendo ad ottimizzare la tensione in diversi momenti - raggiungendo un notevole picco nella scena della conferenza stampa, con delle scelte di montaggio azzeccatissime - ma anche concentrandosi sul cuore del racconto, sulle sensazioni, sulle motivazioni dei personaggi, ed in questo Bill Skarsgard offre una prova d'altissimo valore, assieme al già citato Al Pacino. Niente male.