Commediola innocua di Scott Hicks, di certo non un genio ma un regista furbetto che spesso e volentieri è stato capace di ben impacchettare le sue opere, qui dirige un film particolarmente melenso, che alterna le componenti drammatiche, date dalle vicende familiari della protagonista, rimasta con la nipote a carico in seguito alla tragica morte della sorella, a quelle della più tipica commedia sentimentale basata sugli opposti che si attraggono, la protagonista, un'affascinante Catherine Zeta-Jones è una rinomata chef estremamente fissata col lavoro, pignola ed egocentrica, che si ritroverà a condividere lo spazio lavorativo con questo esuberante chef di origini italiane che ha un'attitudine di vita agli antipodi, non tenendo particolarmente all'ordine in cucina, cantando i pezzi dell'opera durante il lavoro, prediligendo un certo estro creativo.
Il film si muove su binari molto prevedibili, entrambi i rapporti della protagonista sono delle montagne russe, sia quello con la nipote, inizialmente freddo e con un senso di inadeguatezza per non aver mai badato ad una bambina, che vivrà momenti di impegno ed altri di negligenza, a quello ancora più burrascoso col collega, che andrà a parare verso l'ovvia storiella d'amore nella quale il carattere forte dei due tende a cozzare e creare contrasti abbastanza spesso, facendoli diventare occasioni di crescita, specialmente per la protagonista, con l'ancora più prevedibile finale, inserendo diverse scene riguardanti le sedute con lo psicologo che a mio parere non aggiungono nulla al film.
Messa in scena discreta, funziona la color che propone un contrasto tra le fredde ambientazioni della cucina, tra il bianco dei grembiuli ed il grigio dei metalli, con i caldi interni della casa, tante sequenze riguardanti il cibo che fanno salire una fame da lupi ed un ritmo che in fondo funziona, facendo procedere il film senza intoppi. Proponendo una metafora culinaria adatta: l'odore è buono, è la sostanza che deficita.