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BUEN CAMINO regia di Gennaro Nunziante

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Mauro@Lanari     6 / 10  30/04/2026 04:20:18 » Rispondi
"In medio stat virtus"? Al botteghino sì: "attento a non scontentare nessuno" (Paola Casella), Zalone si smorza, s'affievolisce, depotenzia ogn'incursione attenuandola con un controbilanciamento: l'arrivo alla cattedrale di Santiago e la sacca d'urina al lato del viso, la scena lesbo risolta in due brevissime inquadrature, un ininterrotto "mordi e fuggi" ch'annacqua l'effetto del suo umorismo mordace anche quando "tocc'argomenti scottanti, dall'Olocausto a Gaza". Ma non fanno da sempre così anch'i Nolan quand'il rientro del budget dev'essere garantito (28 milioni di euro)? Incuriosito dalla reazione cattolica, scopro ch'"Avvenire" lo loda per lo "sguardo che sceglie la vita, con una risata che apre alla speranza" (Angela Calvini: https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/litalia-pop-di-zalone-e-quella-elitaria-di-sorrentino-chi-ci-rappresenta-di-piu_103428): scontenta un po' tutti, ma non al punto da perdere pubblico. Scordiamoci quello degl'esordi, non paragoniamolo all'ultimo Pieraccioni ma neppure al Benigni post- "L'altra domenica", sta tenendo in piedi da solo il fatturato del cinema nostrano mentre s'è arricchito a sua volta e non si permette più d'affondare il colpo. Slavato, buonista, piacione, familista ma forse non del tutto inert'e pariolinizzato quanto Verdone, almeno finché leggo ch'ancora scandalizza qualcuno (Crespi su "Repubblica" e Alò sul "Messaggero").
PS: è stato l'unico film nella top 25 del sito fin'a 5 giorni prima di Pasqua.
Mauro@Lanari  30/04/2026 09:56:10 » Rispondi
Riformulo del tutto.
Zalone e il ritrovato Nunziante cambiano tipo e scopo della trama: abbandonano le tematiche sociali per raccontare un road/walk movie come percorso di conversione valorial'e non spirituale. Ci sarebbe pure l'allargamento del discorso dall'individualismo alla relazionalità paterna, un "Adolescence" de noantri, ma è così abbozzato, bozzettistico, labil'e macchinoso che solo "Avvenire" giunge alla difesa d'ufficio ("lo sguardo che sceglie la vita, con una risata che apre alla speranza": Angela Calvini, https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/litalia-pop-di-zalone-e-quella-elitaria-di-sorrentino-chi-ci-rappresenta-di-piu_103428). La modifica più rilevante è che la trama non ha un'importanza intrinseca bensì è pretestuosa, usata come contenitore per le battute d'un one-man show. Anch'in questo caso c'è una mutazione: il veleno somministrato con l'antidoto per smorzare, sminuire, depotenziare ogni possibile ostacolo. L'arrivo alla cattedrale di Santiago e il rischio devozionale? A lato del viso di Checco la sacca dell'urina (e il quotidiano della CEI è costretto a omettere). Il rapporto lesbo a rischio woke? Liquidato in due fugac'inquadrature. Umorismo annacquato pure quando "tocc'argomenti scottanti, dall'Olocausto a Gaza, [...] attento a non scontentare nessuno" (Paola Casella)? Ma il vetriolo su ebrei e palestinesi è stato giudicato irricevibile dalla critica militante (Crespi su "Repubblica" e Alò sul "Messaggero"). Scordiamoci il Zalone degl'esordi (indie con un budget di 28 milioni d'euro?), non paragoniamolo all'ultimo Pieraccioni e per fortuna nemmeno al Benigni post-"L'altra domenica": sta tenendo in piedi da solo il fatturato del cinema italiano mentre s'è arricchito a sua volta e affonda meno i colpi. Slavato, buonista, piacione, familista ma forse non del tutto innocuo e pariolinizzato quanto Verdone, almeno finché leggo ch'ancora scandalizza qualcuno.
PS: è stato l'unico film nella top 25 del sito fin'a 5 giorni prima di Pasqua.