Uno dei film spartiacque per eccellenza, il valore storico di "Roma città aperta" è incommensurabile, non soltanto nei confronti del movimento neorealista, che già aveva messo i suoi prodromi con opere come "Ossessione" di Visconti, e trovava degli antesignani nel cinema estero - guardare "Toni" di Renoir e "Una locanda di Tokyo" di Ozu - ma di cui diventerà il principale ispiratore - non il manifesto, attenzione, quello verrà formalmente considerato "La terra trema" - ma proprio nella concezione stilistica ed ideologica, nel suo girare tra le macerie di un'Italia distrutta, nella quale non vi è il minimo indispensabile per arrivare a fine mese, è così che il cinema diventa sentimento popolare, è così che l'autore scende per strada e filma la realtà applicando meno filtri possibili, è così che la finzione, pur non scomparendo, come è giusto che sia, si piega alla rappresentazione della realtà, o se non si piega, quantomeno si lega parecchio alla stessa. Il cinema italiano, fino ad allora noto per le rappresentazioni-riproposizioni storiche del muto e le frivole commedie dell'epoca dei telefoni bianchi, rifonda da capo tutto, diventando a posteriori uno dei movimenti più influenti dell'intera storia, fonte di ispirazione per i maggiori autori del futuro.
L'opera di Rossellini, si distingue per la sua feroce rappresentazione degli orrori dell'occupazione nazifascista di Roma nel 44, uno degli aspetti che più valorizza il film è la creazione dell'atmosfera opprimente che si viveva al tempo, Rossellini riesce a far respirare allo spettatore le pedanti sensazioni che la popolazione ai tempi subiva costantemente, introducendo pochi personaggi ma caratterizzati egregiamente, a partire don Pietro, interpretato dal mitico Aldo Fabrizi, un parroco che dona aiuto ai rifugiati politici e lavora segretamente per i partigiani, lui rappresenta la fede pura ed incontaminata, la reale applicazione della parola divina, fatta di inclusione, perdono, misericordia e libertà, ben lontana dalla strumentalizzazione che ne faceva il partito fascista, protagonista di diversi momenti di grande spessore, come il confronto con il generale nazista che vuole estorcergli informazioni, scontrandosi con la sua volontà di ferro, arrivando al finale che è sempre un colpo al cuore ed enfatizza, per quanto possibile, la grossa sensazione di ingiustizia alla base della vicenda.
Poi vi sono anche i civili, membri della resistenza, da Manfredi, militante comunista protagonista della famosa scena delle sevizie durante l'interrogatorio, di una crudeltà allucinante, specie considerato il pericolo, a Francesco, altro membro della resistenza che dovrebbe sposare Pina, è qui che il dramma dell'occupazione subentra nella vita privata dei personaggi, Rossellini tratta da vicino il loro rapporto, la donna porta in grembo il futuro figlio della coppia, simbolo di speranza, di rinascita, ma viene atrocemente fucilata in quella che è la scena più famosa del film, un dolore immenso tra la corsa e le urla disperate della Magnani, che dimostra la sua assoluta bravura e rende tangibile il dramma intrinseco dell'opera.
Rossellini con la sua regia riesce ad equilibrare bene i sentimenti, regalando anche qualche momento di simpatica comicità per dare allo spettatore una pausa dalle opprimenti sensazioni dell'opera, ma anche per far apprezzare quegli scorci di vita che i sopravvissuti ancora si godono e per la quale sono grati, come la simpatica scenetta col vecchietto che don Pietro è costretto a stordire per non farsi scoprire dai nazisti, ma vi sono anche momenti di grande tensione, come la fuga dei personaggi all'interno del condominio mezzo diroccato o i successivi assalti alle camionette da parte della resistenza.
Opera di straordinaria importanza per lo sviluppo del cinema moderno, un apripista che simboleggia la rinascita artistica dopo la guerra e che darà vita ad una serie di celebratissime correnti, ma che funziona benissimo anche sotto il punto di vista delle emozioni: film totale, struggente, amaro, devastante, imprescindibile.