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UN MATRIMONIO ALL'INGLESE regia di Stephan Elliott

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stratoZ     5½ / 10  21/05/2026 12:20:00 » Rispondi
ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER

Sarebbe un film simpatico se non mi avesse dato quella costante sensazione di aver già visto l'opera in un miliardo di altre salse, "Easy Virtue" è l'ennesima riproposizione di quella tipica critica antiborghese o antiaristocratica se vogliamo, che gioca con modelli già rodati da tempo senza proporre nulla di nuovo, si passa dal Renoir de "La regola del gioco" ad Altman, per soprattutto "Gosford Park" e "The Wedding", riproponendo l'elemento esterno che viene inserito all'interno di questo rigido contesto, tra Pasolini con "Teorema" a Visconti "Gruppo di famiglia in un interno" il tutto però è trattato in maniera molto più frivola, giocando con le obsolete tradizioni di famiglia, i dogmi e le regole assurde della casata, il forte puritanesimo che viene costantemente dissacrato, - e qui si inserirebbe ovviamente l'immancabile Bunuel - insomma sembra di assistere ad una sorta di highlights di quel filone antiborghese che ormai va avanti da quasi cent'anni a questa parte.

La trama narra di questa famiglia inglese nobile, sulla via della decadenza, durante gli anni trenta, nella quale il figlio più giovane sposa questa giovane ed emancipata donna, divenuta famosa per aver vinto una gara automobilistica a Montecarlo, avendo fatto scandalo perché riservata agli uomini, da qui si sviluppa il graduale inserimento all'interno della famiglia, mostrando fin da subito l'attitudine tirannica della madre, forse il personaggio più negativo del film, che vuole costantemente imporre le sue regole e convenzioni all'interno della proprietà ed allo stesso tempo mostra una certa possessività nei confronti dei figli, volendoli sempre con lei e cercando il più possibile di ritardare la partenza della coppia, da qui il film scandaglia e costantemente dissacra questi aspetti, dalle formalità imposte, ad un comportamento eccessivamente altezzoso nei confronti dei lavoratori all'interno della casa, creando fin da subito una sorta di silenziosa guerra tra la madre e la personalità intraprendente della donna appena arrivata.

Nel frattempo, il film descrive anche i personaggi di contorno, dalle due sorelle, praticamente dipendenti dalla madre, che non riescono a formulare un pensiero proprio e le vanno costantemente dietro, dando la sensazione di aver vissuto sempre dentro una bolla e sotto la sua protezione, al disilluso ed ironico padre, interpretato da Colin Firth, che è totalmente cambiato in seguito al trauma della guerra e mostra una certa riluttanza nei confronti dei familiari e delle loro attitudini, diventando il principale alleato della protagonista.

Diverse scene di stampo ironico pervadono il film, quasi tutte basate nel contrasto tra la personalità della madre e l'irruenza della protagonista, ma spesso funzionano ben poco, dai siparietti che si vengono a creare per la morte del povero cane, schiacciato dalla protagonista per sbaglio, francamente, poco divertenti, alla scena del ballo che anticipa il finale, nel quale fuoriesce prepotentemente tutta la critica nei confronti di quella mentalità chiusa e bigotta.

Nel complesso però è un film che si fa dimenticare presto, poco originale, mai davvero incisivo, che mostra una certa cinicità ma sembra avere paura di affondare il colpo, quasi impalpabile.