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NITRAM regia di Justin Kurzel

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Invia una mail all'autore del commento williamdollace     8 / 10  01/06/2026 17:32:38Nuova risposta dalla tua ultima visita » Rispondi
Il silenzio, l'assenza, la pseudo normalità che precedono il fragore, lo schianto, non con un lamento, ma con un massacro.
Martin, Nitram al contrario, lo chiamavano così ai tempi della scuola, piccola infamia sillabica da corridoio, battesimo elephant storto, nome masticato e risputato, ragazzo australiano della Tasmania, siamo negli anni Novanta, case basse, surfisti, luce sporca, famiglie esauste, negozi di armi, televisori accesi, psicofarmaci, villette come acquari senz'acqua. Nitram non vive, sbatte, contro la madre, contro il padre, contro Helen, contro il mondo, contro niente, non c'è un grande demone, non c'è il Male, non c'è la spiegazione da sonni sereni, c'è un ragazzo rotto, infantile, ingestibile, instabile come la vita quando sa essere assurda, e attorno a lui una realtà che di lui non sa che farsene, lo sopporta, lo attira e lo respinge, lo medica, lo lascia andare.
Caleb Landry Jones è mostruosamente bravo, creatura senza grammatica, dal corpo troppo grande o troppo bambino, uno sguardo che chiede amore e subito lo sporca, lo nasconde, lo ritaglia, una goffaggine che diventa minaccia, una tenerezza che marcisce prima di arrivare, Nitram è ridicolo, tenero, repellente, pericoloso, asfissiante e assente, tutto insieme, e in questo tutto insieme sta la sua mostruosità più vera, non nel gesto finale, non nella cronaca che sappiamo già, ma in quella materia sbagliata, nel jeans rappreso, che Caleb Landry Jones porta addosso.
Di Helen la donna che conosce per caso rimangono stanze dalla luce spenta in una casa buia e tappezzata, poi anche lei sparisce e lascia spazio, spazio disponibile, spazio per il botto, soldi per le cartucce. Nei giorni sempre uguali a sé stessi in un nulla di provincia insiste la tragedia prima della tragedia, omissioni, psicofarmaci, solitudine, stanchezza, famiglie senza strumenti, istituzioni in ritardo, dolore asciugato al sole, armi cariche, colpa che non attecchisce, tutto ordinario, ed è lì che Nitram diventa davvero insopportabile, non quando mostra il fuori norma, ma quando mostra quanto il fuori norma sappia mimetizzarsi dentro i gesti locali, comuni, comunali. Justin Kurzel non fa cinema da strage, fa cinema da innesco, il massacro di Port Arthur resta lì, dietro il film, come un animale che respira dietro una porta chiusa, ma Kurzel non gli spalanca la gabbia, non serve, l'orrore è già prima, nella cucina, nella macchina, nei cani, nei tappeti della casa di Helen e nel tosaerba inceppato, nella madre-pietra, nel padre sconfitto, in Helen casa provvisoria e casa bunker e ultima deviazione prima di accartocciarsi, nelle armi comprate con una facilità burocratica, nella tragedia che cresce come muffa dentro la normalità. Kurzel guarda, da antropologo, non urla, non assolve, non predica, non costruisce il santino nero del killer né la morale per il panchinaro del cinema, tiene la macchina da presa ferma sul quasi, sull'odore della miccia, cinema da combustione lenta il suo, d'aria viziata e compressa, di oggetti che aspettano di diventare prove. Martin non cade dal cielo, non arriva da un altrove comodo, non si precipita qui dall'inferno, è in salotto, nella sala d'attesa, in macchina, sulla spiaggia, nel parcheggio, nel negozio, nella foto di famiglia venuta male, nel punto esatto in cui la società non dà appigli e non ammette inciampi.