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IL QUINTO SIGILLO regia di Zoltan Fabri

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stratoZ     8½ / 10  10/06/2026 12:05:06Nuova risposta dalla tua ultima visita » Rispondi
ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER

Splendida gemma ungherese del misconosciuto Zoltàn Fàbri, ambientato nel pieno dell'occupazione tedesca di Budapest durante la Seconda Guerra Mondiale, "Il quinto sigillo" è un film di stampo filosofico ed antropologico, un'opera che trovo narrativamente eccellente per via della sua abilità nel riuscire a porre delle scottanti domande senza dare risposte definitive, andando verso quella direzione che mostra la lunaticità dell'uomo, la sua natura istintiva, piena di dilemmi, a tratti contraddittoria, il contesto volutamente estremo di un'occupazione dispotica e sanguinaria va ben oltre la mera critica storica, anzi serve come mezzo più immediato per approfondire gli aspetti antropologici riguardanti i quattro personaggi principali e le dinamiche del potere, giocando abilmente con le contraddizioni dell'uomo e della sua stessa vita, ma andiamo per step.

La primissima parte è una veloce introduzione del contesto, in una Budapest grigia, quasi desolata, in cui in questa piccola locanda si riuniscono quattro amici per passare la serata, discutendo di argomenti anche elevati, che inizialmente spaziano e tengono un'atmosfera gioviale, con brevi momenti che aiutano a caratterizzare ognuno di essi, ma il punto di svolta è la domanda che ad un certo punto uno di essi, Gyuricza, pone, un po' per gioco, ai restanti, narrando le gesta di questo tiranno assetato di sangue che compie costantemente malefatte senza provare il minimo rimorso, per via anche di un contesto storico che lo mette in questa condizione, e quelle di uno schiavo, buono d'animo, che ha subito innumerevoli angherie dal tiranno, ma che si consola in fondo al suo cuore con la consapevolezza di essere una persona buona, migliore dello stesso tiranno, chiedendo, in un eventuale punto di morte, in quale dei due preferirebbero reincarnarsi, un dilemma che inizia per gioco e che viene portato a casa dal resto degli amici, che ci rimugina nelle scene che riguardano la loro vita privata, con una parte centrale che propone uno splendido montaggio alternato nel quale si vedono i dettagli del loro quotidiano, è qui che la narrazione mostra tre personaggi con un'etica diversa, tra quello che si macchia di adulterio andando a prostitute e bevendo come una spugna a quello che passa la serata con la moglie a rimuginare sulla domanda, che in fondo, dopo numerosi pensamenti e ripensamenti, realizzano di scegliere di reincarnarsi nel tiranno, opzione che obiettivamente sembra più conveniente, allo stesso tempo, viene mostrata anche la quotidianità di Gyuricza, uomo buono ed eticamente encomiabile che aiuta anche gli ebrei a non essere catturati dall'invasore nazista dandogli rifugio in casa propria.

Il film consolida il significato, ed allo stesso tempo mischia le carte, nella sua splendida parte finale dove per una futile scusa i quattro vengono portati in caserma dall'esercito di occupazione e vengono umiliati e picchiati, fino alla scelta finale che diventa effettiva materializzazione della domanda principale del film, con quest'uomo che si era ribellato alle forze naziste, ora catturato ed incatenato che dovranno schiaffeggiare per essere liberati senza conseguenze, ovviamente, lo schiaffo rappresenterebbe quel passaggio dal lato del tirano, rappresenterebbe perdere l'innocenza dello schiavo che subisce le torture ma ha la coscienza pulita, ed è interessantissimo l'esito finale che mostra un approccio totalmente diverso da quello teorizzato prima da ognuno dei soggetti, a mettere in evidenza la natura lunatica dell'uomo, come lo stesso in un contesto a mente fredda possa dare una risposta, che tuttavia è mutabile in una situazione differente, come l'istinto di sopravvienza e la coscienza convivano ed in una situazione del genere vengano portati allo scontro, ed allo stesso tempo mostra il paradosso psicologico su cui è basata la strategia del potere dei totalitarismi, partendo dallo splendido dialogo tra i gerarchi poco prima nel quale viene esplicitata la strategia di totale umiliazione e svalutazione dell'individuo per spegnere qualsiasi voglia di ribellione alla fonte, con l'uomo che sopravvive che uscendo barcollante ed umiliato dalla caserma diventa quello che eticamente è considerabile un morto che cammina, come avesse subito la stessa sorte dei suoi compagni caduti ma con una sofferenza che si prolunga nel tempo, arrivando a degli attimi finali amari e senza speranza, con un forte rimorso e un'autostima sottoterra, che probabilmente l'uomo si porterà a vita.

Film straordinario stilisticamente, caratterizzato da pochissime location e fiumi di dialoghi che per la loro qualità mantengono sempre alta l'attenzione, ma che allo stesso tempo non rinuncia ai momenti surreali, come la splendida visione di uno degli amici, quello adultero ed alcolista, che rimandano alla pittura di Bosch - mostrato esplicitamente più volte durante il film -, ma anche Magritte e Dalì, con un quartetto di attori estremamente in parte, ognuno che rappresenta un punto di vista diverso della vicenda principale, mostrando quanto l'animo umano in realtà sia così complesso, imprevedibile, inclassificabile.

Film splendido.