L'inizio della leggenda, quello che rappresenta "Stagecoach" ha un'importanza straordinaria per il genere western, ma direi più in generale per il cinema classico, Ford firma uno dei film più importanti del periodo, capace di influenzare nei decenni a venire, stabilendo un vero e proprio archetipo che più autori nel tempo ricalcheranno, oltre che lui stesso, a partire dall'impianto narrativo, tipico da road movie, nel quale questa diligenza deve dirigersi dall'Arizona al New Mexico sotto la costante minaccia degli apache, ma ciò che colpisce di più è la caratterizzazione dei personaggi, fondamentalmente, tra i passeggeri troviamo una serie di emarginati o eticamente molto discutibili, tra il dottore alcolizzato, la prostituta cacciata dalle pudiche donne della città, un giocatore d'azzardo, un banchiere in fuga col denaro sottratto, che si mischiano a soggetti considerabili più in alto eticamente, come lo stesso sceriffo che li scorta e la moglie dell'ufficiale incinta, ed a loro si unirà il mitico Ringo, un fuorilegge fuggito di prigione che nel contesto diventerà uno degli antieroi più iconici del cinema, forse quello che è il primo grandissimo ruolo per John Wayne, ecco, la sua entrata in scena in questo film, quello zoom che arriva fino al suo primo piano, è il momento preciso che rappresenta, per quanto mi riguarda, l'inizio della leggenda.
Ford è un maestro nel gestire le varie componenti, a partire da quella del dramma, che si rafforza costantemente, episodio dopo episodio, fermata dopo fermata, confronto dopo confronto, capace di far empatizzare col corposo numero di personaggi, capace di cucire rapporti, creare ostilità, e giostrare bene la componente sentimentale che si andrà a materializzare efficacemente nella seconda parte con la storia tra Ringo e la prostituta, e tutto questo impianto catalizza ancora di più la tensione che aleggia nell'aria per buona parte della durata, fin dalle prime battute inserendo l'elemento di minaccia, di questi apache che potrebbero assaltare la diligenza da un momento all'altro, partendo da semplici dialoghi di avvertimento e riuscendo a creare forti impennate di angoscia con altri elementi come possono essere dei dettagli di terra bruciata lungo la strada che diventano un monito della loro presenza, o diversi segnali lanciati dalla stessa tribù a distanza, questo arrivando al culmine nella famosissima scena dell'assalto alla diligenza, per me tra i migliori momenti del western, ma forse anche del cinema in generale, Ford dirige l'assalto in una maniera tremendamente avanti per i tempi, donando una dinamicità raramente replicabile nel cinema classico, con la camera mobile che corre dietro ai cavalli o alla stessa diligenza senza rallentare, con un montaggio vivacissimo che risente delle influenze delle avanguardie, con l'efficace alternanza tra campi larghi e dettagli, interni ed esterni, diverse inquadrature che sono una chicca, come quella da terra con i cavalli che passano sopra la camera, una serie di genialate registiche che suggella una scena indimenticabile, colma di pathos ed azione.
Anche la parte successiva, una volta finito il viaggio, presenta un altro elemento tanto caro al genere, l'immancabile duello, la resa dei conti tra Ringo ed il fuorilegge che ha ucciso i suoi parenti, anch'esso colmo di tensione, con una regia che gestisce benissimo i tempi.
"Stagecoach" è un film registicamente clamoroso, Ford utilizza spesso e volentieri quello che sarà uno dei suoi marchi di fabbrica, il campo largo, con le sue splendide inquadrature da lontanissimo che riprendono la diligenza sullo sfondo di una Monument Valley che diventerà un'icona del genere - gli hanno dedicato pure il "John Ford point", all'interno del sito - dando ampio respiro al quadro, trasmettendo una sensazione di epicità, tensione e coinvolgimento emotivo impagabile.
Concludo facendo una considerazione sul contesto storico, se proprio si vuole trovare un difetto al film, è quello che mostra parecchio la sua età per come sono descritti gli apache, era ancora un periodo in cui l'America era profondamente razzista - non che oggi sia cambiato molto visto che hanno eletto quel coso per due volte, ma almeno oggi qualcuno con la consapevolezza degli orrori dell'imperialismo c'è, ai tempi, meh - e le tribù native erano spesso i cattivi della situazione, i selvaggi, brutti e spietati, bisognerà aspettare almeno una ventina d'anni, perché la situazione cambi, ma in ogni caso questo film rimane un interessante documento storico sulla visione del periodo, oltre che una delle opere più influenti di sempre.