williamdollace 6 / 10 08/07/2026 22:31:39 » Rispondi Fratello e sorella, Louis e Alice, si odiano da un tempo che sembra venire prima di loro, prima dei nomi, prima delle stanze, delle parole nei romanzi, delle parentele addirittura, e non sanno dirlo ovvero non sanno dir(ci) perché, si evitano, si cancellano, si schivano da anni come due sopravvissuti alla stessa esplosione che non vogliono più riconoscere il cratere medesimo d'uscita, generatore e distruttore, lui scrive e forse scrive di lei, per lei, contro di lei, dentro di lei, lei recita e odia ciò che lui scrive, o forse odia che lui sappia scrivere proprio lì dove lei non riesce più nemmeno a nominare, è odio antico, teatrale, infantile, assoluto, ridicolo, gigantesco, fino a un incidente dei genitori che li costringe a riunirsi senza davvero incontrarsi, perché anche il dolore ha le sue vie laterali, i suoi corridoi, le sue porte socchiuse, i suoi modi educati di non guardarsi. Poi qualcosa si slabbra, alla Desplechin, un realismo magico entrato dalla finestra sbagliata o lasciatosi andare da un cornicione immaginario, una risata nel pieno della tragedia, un gioco da ragazzi in un letto, fratello e sorella prima di essere fratello e sorella come sentenza adulta, quando il corpo dell'altro è ancora enigma, odore, caldo, disordine, prova generale del mondo, prima del sesso o già dentro il suo fantasma non saputo, non capito, non confessato, e allora il film diventa una seduta spiritica da tavola calda, un trattato di psicanalisi freudiana subito cancellato, perché Desplechin non lascia referti, lascia immagini a districarsi nella nostra immaginazione, immagini come nervi scoperti, madri e padri ricoverati, figli adulti ancora bambini feroci, parole che non curano, abbracci che non arrivano, colpe senza cartella clinica, amori marciti in una stanza chiusa da troppo tempo. Però. Che furia e libertà questi francesi, e anche questo finale, purificatore, epistolare.