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CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO! regia di Sydney Pollack

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stratoZ     8½ / 10  15/07/2026 13:28:38 » Rispondi
ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER

"Jeremiah Johnson" è un bellissimo western revisionista di Pollack, un film dal respiro epico, dalle ambientazioni stupende, che narra la storia di questo trapper, no non uno che faceva musica trap, bensì un uomo che decide di evadere dalla società andando a vivere nelle montagne rocciose del west, che ha il grosso merito di proporre una nuova visione del rapporto tra l'uomo bianco e le tribù native, coerentemente alle tendenze di quegli anni di revisionismo storico, e questo aspetto è uno di quelli che mi ha più convinto nel film, la presenza di tre diverse tribù mostra tutta la stratificazione culturale che vi è, le usanze diverse, il grado di occidentalizzazione di ognuna di esse, come si vede nella tribù delle teste piatte, che a differenza delle altre è stata cristianizzata, mostrando dei nativi sia il lato accogliente, la riconoscenza ed il debito verso chi fa loro dei regali, arrivando ad offrire una delle donne della tribù in sposa, sia quello di guerrieri vendicativi per chi non rispetta le tradizioni a cui sono più legati, il film non propone un banale ribaltamento dei ruoli, il film scava in profondità nelle usanze, non rinnega la natura selvaggia, le consuetudini, spesso troppo grezze per l'uomo bianco, anzi accade il contrario, è l'uomo a venire trasportato nel mondo di queste tribù, dovendo adattarsi, sopravvivere, averne riguardo, ed è proprio questo bilanciamento di bene e male, mai troppo netti, che mi fa apprezzare l'approccio del film.

Pieno di ottime sequenze, dall'adattamento al contesto estremo della montagna, con l'incontro tra quello che diventerà una sorta di mentore per il protagonista, il cacciatore di grizzly, che inizia Jeremiah alla vita montana, con interessanti dialoghi che fanno trasparire come l'abitudine alla solitudine e la lontananza dai contesti civilizzati facciano vivere l'uomo in una bolla di pace con se stesso, senza ormai sentirne la mancanza, fino a momenti molto più cruenti, di cui il film è pieno, dalla strage iniziale, nel quale il protagonista adotta questo bambino rimasto orfano a cui si affezionerà particolarmente, al massacro ai danni della moglie e del figlio adottivo, probabilmente la scena più straziante del film, o ancora, la bellissima sequenza del passaggio al cimitero indiano, in tutta la sua sacralità, in tutta la sua solenne tensione, la scintilla che scatenerà una faida all'ultimo sangue, con un silenzio spettrale e le splendide scenografie innevate, l'uomo bianco che ancora una volta è negligente delle usanze delle tribù, seppur per un fattore di praticità - obiettivamente, qualsiasi spettatore sarebbe passato da quel cimitero, considerato erano in gioco delle vite umane -, andando ad innescare una reazione a catena molto dolorosa.

E poi i momenti finali, quelli che aggiungono una forte componente epica all'epopea di Jeremiah, la creazione del mito, il rancore che si trasforma in rispetto, con un approccio che comunque rimarca le differenza culturali ma non ne fa un fattore divisivo, anzi.

Tecnicamente superbo, Pollack predilige i campi lunghi e regala della composizioni straordinarie, accompagnato da una fotografia eterogenea per via del continuo cambio di ambientazione, passando dalle vette innevate in cui il bianco predomina alle calde praterie più a valle - bellissima l'inquadratura del fiume con la montagna sullo sfondo per introdurre la visita all'accampamento dei testa piatta - un Robert Redford che si presta ottimamente al ruolo, qui senza il suo faccino pulito tipico del periodo ma con un barbone da boscaiolo, assieme alle ottime musiche, regalano un western bellissimo, estremamente coinvolgente emotivamente, che riesce ad avere una gamma di sensazioni ampia, dal dolore per la perdita dei propri cari ad una dura resistenza contro la natura selvaggia, dalla rabbia nei confronti di una tribù avversa al rispetto per persone dalla grande integrità.

Molto bello.