Grandissima opera di Miyazaki, una delle sue più celebri, e per quanto mi riguarda, una di quelle più mature, ben più oscura dei suoi tipici prodotti, con dei messaggi forti e ben visibili ed allo stesso tempo un estro straordinario nel mettere in scena una storia così colma di mito e attualità, andando a riproporre le sue tematiche più care, come l'ecologismo e lo scontro tra uomo e natura, ma anche andando ad analizzare cinicamente una natura umana guerrafondaia, un eterno conflitto, che sia con la natura stessa, che sia tra le stesse popolazioni in competizione per qualcosa, senza tuttavia scadere in uno sterile manicheismo, quanto mostrando il tutto da un'ottica che lo pone all'interno di uno schema selvaggio come la natura stessa, tracciando un solco tra sopravvivenza e cattiveria nemmeno troppo netto.
L'incipit mostra l'arrivo di questo cinghiale gigante che è diventato una creatura maligna, ad attaccare il villaggio del protagonista, che verrà colpito da una maledizione che lo porterà inevitabilmente alla morte, è così che decide di andare nelle terre di provenienza del cinghiale alla ricerca di una cura, da qui arriva nelle foreste dell'ovest dove vi è in corso questo contenzioso tra gli umani, che hanno fondato una vera e propria città dove estraggono il ferro e producono armi, e gli animali, che si ribellano all'uomo che ha invaso il loro territorio, da qui il protagonista approfondirà questo rapporto venendo a contatto con entrambe le realtà, dalla cittadina comandata dalla Signora Eboshi alle creature della foresta, la stessa Principessa Mononoke, una ragazzina cresciuta dai lupi che prova un forte astio verso gli umani ed il mitico dio bestia, almeno secondo il doppiaggio originale curato da Germano Mosconi, un essere sovrannaturale considerato il dio della foresta che ha il potere di guarire o di assorbire la vita, dall'approfondimento dei contesti si vede come nessuna delle due parti sia realmente cattiva, quanto in realtà sia la paura a dominare le menti delle fazioni, gli abitanti della città del ferro spesso sono degli emarginati, lebbrosi o gente rifiutata dalla civiltà, anche le stesse donne lavoratrici, che tirano avanti la fabbrica, sono considerabili come outsider, almeno per il tempo, tuttavia la poca conoscenza degli esseri della foresta, inevitabilmente porterà ad una faida dalle conseguenze tragiche, come mai nella filmografia del regista il film prende una piaga pessimista, salvo poi finire con un concetto tendenzialmente universale, quello della natura che rinasce sotto altre forme, seppur diversa da prima.
Il film presenta diverse scene straordinarie in cui Miyazaki scatena il suo talento creativo, tra i momenti nella foresta, come la prima comparsa del dio bestia nel laghetto a curare il protagonista, o i vari momenti in cui sono presenti i Kodama, i piccoli spiritelli della foresta, estremamente suggestivi, arrivando ai momenti di lotta che presentano un forte pathos, nei quali le atmosfere si fanno più cupe, una delle scene cardine, ovvero la sottrazione della testa al dio bestia, con questo essere gigante che è formato da liquido nero che tenta a tutti i costi di recuperare la testa, rappresenta l'incubo di una natura distrutta dall'uomo che ne subisce le conseguenze dell'estrema ribellione, non credo sia una coincidenza l'affinità visiva col petrolio, così come il design degli animali indemoniati, con quei vermiciattoli schifosi che sembrano usciti da "Shivers" di Cronenberg, altro elemento oscuro che rende il film un prodotto più orientato ad un pubblico maturo.
Nel complesso è una splendida avventura, tra mito, ecologia, ma anche introspezione, una scrittura ispiratissima accompagnata da una componente visiva di altissimo livello, film stupendo.