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SIRAT regia di Oliver Laxe

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Light-Alex     7½ / 10  01/09/2026 09:28:11 » Rispondi
Un padre si mette alla ricerca della figlia, le cui ultime tracce sono nei pressi di un rave in Marocco. "Scomparsa", però, non è forse la parola giusta: la figlia si è semplicemente allontanata, e il padre sembra non riuscire ad accettare di lasciarla andare. La insegue, dunque, come se attraverso quella ricerca potesse ancora ricucire qualcosa.

Questo è l'incipit e, almeno apparentemente, il filo conduttore di Sirat. Ma ben presto il film si trasforma in qualcosa di diverso: un road movie dal sapore surreale, in cui le tappe del viaggio sono intervallate da sequenze quasi oniriche di paesaggi desertici e da musiche rave ipnotiche, avvolgenti, estranianti. Il deserto diventa uno spazio mentale oltre che fisico, e il viaggio sembra progressivamente perdere la sua dimensione realistica.

Per buona parte del film ci si aspetta che questo percorso conduca, in un modo o nell'altro, a una catarsi del protagonista. Il ritrovamento della figlia, magari; oppure l'accettazione del fatto che se n'è andata. O ancora, più semplicemente, una scoperta di sé. Ci aspettiamo insomma una crescita, uno sviluppo, una traiettoria: non necessariamente un lieto fine, ma almeno l'approdo a qualcosa che dia un senso al viaggio.

E invece no.

A partire dalla seconda metà, e soprattutto dalla tragedia che avviene durante il viaggio, Sirat ci trascina progressivamente in un abisso nichilista. Ed è forse proprio qui che il film trova la sua forza più spiazzante: ci fa capire che non ci sarà nessuna catarsi. Non tutte le esperienze dolorose producono una crescita, non tutte le perdite nascondono una lezione, non tutti i viaggi conducono da qualche parte.

Talvolta le cose vanno semplicemente male. Talvolta la vita ti punisce senza che tu abbia fatto nulla per meritarlo e ti fa precipitare nell'abisso. E per alcuni, anche senza colpa, non ci sarà alcuna rinascita, nessuna presa di coscienza, nessuna possibilità di trasformare il dolore in qualcosa di positivo. Ci sarà soltanto l'abisso e la pena.

Da quel momento in poi, il film diventa un progressivo pugno nello stomaco. E il finale, invece di ricomporre ciò che abbiamo visto, allarga ulteriormente la prospettiva. I pochi superstiti salgono su un treno insieme a dei migranti, in un accostamento che sembra voler ricordare come l'esperienza nichilista e apparentemente assurda vissuta dai protagonisti non sia poi così diversa dagli orrori, spesso altrettanto assurdi e soprattutto altrettanto privi di colpa, che molte persone sono costrette ad affrontare ogni giorno nel tentativo di raggiungere un luogo migliore.

Anche per loro il viaggio non garantisce alcun approdo. Non è affatto detto che il luogo verso cui stanno andando sia quello che speravano di raggiungere.

Ed è forse questo il gesto più amaro di Sirat: negare allo spettatore la consolazione di un senso, di una crescita o di una redenzione, e ricordargli che a volte il viaggio non trasforma nessuno. A volte si parte per ritrovare qualcuno, o per trovare un posto migliore, e semplicemente si finisce nell'abisso.