Zazzauser 8 / 10 09/10/2006 21:06:10 » Rispondi Opera di straordinaria importanza per questo regista ventinovenne (ovviamente all'epoca), in cui mi sono imbattuto 3 o 4 giorni fa perché Rete4 ci ha concesso l’onore di darlo in televisione. Ho dovuto però affittarlo perché con le continue pubblicità questo filmone da oltre tre ore (in realtà sul lettore dvd appare 175 minuti…) non sta tutto nella cassetta (per i vhs registrabili da quattro ore mi sto attrezzando…). Che dire, a livello di regia e di fotografia è impeccabile, la trama ha un tocco di genialità: è incredibile come Anderson si dimostri un maestro a sviluppare un mosaico di storie le cui tessere vengono piano piano ricomposte a formare un’unica realtà, dove una storia è legata ad un’altra da una sola “tessera” o da più tessere. I personaggi sono veramente straordinari, dal Jason Robards sul letto di morte tormentato da rancori e rimorsi, al William H. Macy la cui vita sta per essere ripercorsa da Stanley (Jeremy Blackman) che per fortuna si accorge dei suoi sbagli. Storie il cui epilogo è sempre sul filo del rasoio, condizionate in molte occasioni dal fattore caso (che la vita sia tutta una coincidenza, in realtà?) oppure (precisazione secondo me doverosa) frutto di un disegno divino, che fa sì, per esempio che John C. Reilly incontri William H. Macy durante la pioggia di rane (piccola allusione alla piaga biblica?). E così anche l’evento meteorologico diventa elemento che può cambiare radicalmente il decorso della propria vita: “quando il sole bene non fa, Dio manda pioggia sull’umanità” dice giustamente il marmocchio e così il povero Reilly perde la pistola e vive momenti di puro terrore. In tutti il tema dei rapporti fra persone, soprattutto fra padre e figlio (“Le disgrazie del padre ricadono sui figli”) , è analizzato; il passato è una brutta bestia per molti, per il vecchio Philip Baker Hall come per Jason Robards, come per la Julianne Moore, anche per Tom Cruise, il cui personaggio è quello che personalmente m’è piaciuto di più e secondo me interpretato in maniera perfetta (sto cominciando a rivalutare l’attore americano), “Noi possiamo chiudere col passato ma il passato non chiude con noi”. Tuttavia verso il finale questo film perde un po’ della verve che tanto aveva conquistato lo spettatore nelle prime due ore, una volta che i petali della Magnolia si sono aperti, le scene diventano ridondanti e l’epilogo di queste vicende si diluisce in un’altra ora di pellicola. Troppo lunghi i dialoghi fra il poliziotto e la drogata ad esempio. Come è invece accaduto in altri casi, qua non mi sembra che Anderson voglia fare lo sborone e raggiungere per forza le tre ore di film ma si tratta comunque di un runtime eccessivo. E comunque ci si aspettava una fine più carica di colpi di scena, piccole parentesi d’azione, e di messaggi espliciti, perché quelli impliciti già s’erano capiti a tre quarti di film. Guai a chi dice che Crash è la cartacarbone di questo film! Sono certo che Haggis abbia attinto un po’ di particolari (John C. Reilly = Matt Dillon…) o ci siano scene simili (la tematica “pregiudizio” affrontata in alcuni casi dalla figura della Moore è perno del film del 2004). Però, mi dispiace, Crash è tutt’altra cosa. Ma adesso non è il caso di parlarne. Ci sono altri che lo paragonano ad American Beauty che per la cronaca non mi ha esaltato più di tanto, ed in effetti vi è in entrambi la volontà di delineare un ritratto di un certo tipo di America con le stesse caratteristiche di puntuale descrizione e caratterizzazione dei personaggi. Per il resto le canzoni cantate da Aimée Mann sono veramente spettacolari, soprattutto quella iniziale “One is the loneliest number”, canzoni che fanno da sottofondo a quasi tutta la visione del film. Simpatico il karaoke finale… Però capolavoro è un altra cosa...