amterme63 9 / 10 06/08/2007 12:09:09 » Rispondi Ho iniziato a vederlo con molta pazienza, piano piano mi ha preso e alla fine mi ha commosso. L’affetto, l’amore, la solidarietà ci viene sempre da quelli da cui non ci si aspetterebbe mai. Si pensa che siano i parenti, oppure le persone più acculturate quelle più portate all’aiuto, all’altruismo completo, al sacrificio, alla rinuncia. Invece parentela e cultura non c’entrano niente. E’ una povera sottoposta ignorante la portatrice dell’umanità, della solidarietà senza niente in cambio, l’unica speranza in un futuro di aiuto reciproco e di verità di sentimenti. Questa è la parte universale del film. Il resto è nella tradizione del grande teatro scandinavo, che scava a fondo nella crisi morale della borghesia di inizio Novecento, la stessa dell’infanzia di Bergman. Le tre sorelle appartengono ad un mondo che non deve faticare per vivere, vive nel lusso, ha tutto il tempo a disposizione. Eppure la materialità e la forma di questo mondo strangola le protagoniste, le imprigiona e le isola l’una dalle altre. Perversioni, insoddisfazioni, crudeltà, ipocrisie intorbidano un’esistenza piatta e noiosa. Il quadro è impietoso, il fallimento totale. Una classe sociale moralmente persa, spazzata via però dalla modernità tecnologica degli anni Sessanta che ha accellerato il ritmo di vita e sparigliato le carte in gioco. Quelle figure, in sé, non sono più attuali. La sofferenza, il bisogno, la verità dei sentimenti, quelli sì che sono attuali e la parte finale del film ce li mostra in maniera esemplare, dando alla storia quasi un aspetto sovrannaturale. E’ la parte più riuscita del film, il quale è quasi provocatorio nell’essere fuori dagli schemi, quasi estremo nella sua rappresentazione di un mondo chiuso in se stesso. Come nei film di Dreyer, tutto è concentrato sulla storia, tutto concorre al significato, anche l’arredo e i colori e gli sfondi usati. Il ritmo del film segue il ritmo di vita dei personaggi (quante inquadrature sull’orologio!). La morbosità delle scene invece è tutta di Bergman, che non ci vuole nascondere niente dell’interiorità dei personaggi. Ah Ingmar che coraggio a fare un film del genere!