Non so se nella storia del cinema ci sia mai stato un omaggio così grande e profondo al giocattolo (e non al gioco tout court, concetto molto più ampio). Eppure l'argomento è molto più importante di quello che potrebbe sembrare. Non importa in quale nazione, epoca, condizione economica o di vita, contesto felice o infelice si sia nati; tutti i bambini del mondo crescono con la propria immaginazione e nel 90% dei casi il giocattolo è la reificazione di quest'ultima, che sia un robot hi-tech di un bimbo di Los Angeles o un sasso dalla forma umana in un villaggio africano. In alcuni casi il giocattolo è addirittura l'unica oasi felice in un'infanzia rubata o negata. L'immaginazione, il gioco, il giocattolo. In questo senso la straordianria sequenza "western" di apertura non è semplicemente uno spettacolo e uno spasso, ma la dimostrazione di quanto sia potente e libera la mente di un bambino, quanto con poco possa creare il massimo, un altro mondo, un altro universo. Fidatevi, la Pixar lo sa, conosce il sentimento e a volte lo antepone alla sicurezza commerciale e Wall-e ne è l'esempio lampante. Toy Story è un insegnamento sotto tanti punti di vista. E' anche uno straordinario spettacolo, un piacere per gli occhi, una carrellata infinita di personaggi. A questo proposito meravigliosi i "nuovi": il riccio amante del teatro di posa, la scimmia urlatrice, ken e soprattutto l'indimenticabile clown doppiato da Faletti. E come dimenticare alcune sequenze mozzafiato come l'arrivo dei bambini assatanati all'asilo, il volo di Woody nel cielo e l'incredibile scena nella discarica, tutta la scena, dal cassonetto alla fornace, visivamente magnifica. MI piace però, come sempre, prendere l'anima di un film e Toy Story ne ha da vendere. Se vogliamo è forte anche la tematica della sopraggiunta inutilità, che sia quella di un giocattolo che il bambino non vuole più, quella di un comico che non fa più ridere (Luci della ribalta), quella, semplicemente, di un vecchio di cui nessuno si intereressa più. In questi 3 casi i bambini, il pubblico o i familiari sono facilmente assimilabili, la loro indifferenza uccide l'altro. E' qui che "l'antropoformizzazione" dei giocattoli acquisisce più valenza. Per vivere ognuno di noi ha bisogno della presenza o dell'affetto di un altro. Checchè se ne dica.