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DAYDREAM (1964) regia di Tetsuji Takechi

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CyberWYX     7½ / 10  21/08/2026 20:15:35 » Rispondi
Dalla locandina Daydream potrebbe sembrare semplicemente un erotico, uno dei primi esempi di pinku eiga, ma per quanto mi riguarda siamo solo in parte su quel territorio.

Il film è sicuramente morboso e, soprattutto considerando che siamo nel 1964, sorprendentemente audace. Limita magari la vista, perché in realtà mostra molto meno di quanto si potrebbe pensare, ma non limita affatto il pensiero. Anzi, parla piuttosto esplicitamente di desiderio, sesso, SM, bondage e voyeurismo, lasciando spesso che sia lo spettatore a completare ciò che l'immagine preferisce soltanto suggerire.

Eppure continuo a non considerarlo semplicemente un film erotico.

Daydream è piuttosto uno strano incontro tra dramma, grottesco ed erotismo, con continue ricadute nel surreale. Non per niente il titolo significa proprio "sogno ad occhi aperti": ed è una definizione che finisce per diventare anche una possibile chiave di lettura dell'intero film.

È soprattutto sul piano artistico che mi ha sorpreso. Quello che si vede è molto sentito: dietro le immagini si avverte chiaramente l'espressione di un autore e, anche quando ciò che accade diventa sgradevole o disturbante, il film riesce a trascinarti dentro la situazione e a provocare sensazioni piuttosto forti.

Come si ascolta anche nell'introduzione al film, la sceneggiatura è tratta da un racconto di Junichiro Tanizaki del 1926, un periodo in cui il Giappone era fortemente condizionato dalla censura, e questa trasposizione cinematografica, dalla forte impostazione teatrale, sembra quasi cercare una libertà che sulla pagina e sullo schermo, fino a pochi anni prima, sarebbe stata difficilmente concepibile. E questo rende ancora più sorprendente la sua modernità.

Nonostante sia del 1964, infatti, Daydream scorre ancora molto bene, incuriosisce e sorprende. Qualche scena l'avrei probabilmente accorciata, perché in alcuni momenti il film tende a dilungarsi più del necessario (quasi come se da contratto fosse richiesto un minutaggio oltre l'ora e mezza) ma nel complesso non avverte particolarmente il peso dei suoi anni.

Interessante soprattutto l'inizio, che fornisce immediatamente una possibile chiave interpretativa per tutto ciò che verrà dopo. Da quel momento rimane continuamente il dubbio su quale sia il confine tra ciò che sta realmente accadendo e ciò che invece appartiene alla fantasia del protagonista. O forse, come suggerisce il titolo stesso, stiamo semplicemente assistendo a un lungo sogno ad occhi aperti.

Storicamente viene indicato come uno dei film che hanno contribuito alla nascita del pinku eiga giapponese, ma ridurlo a questo secondo me sarebbe limitante. Si vede anche che il film dispone di un budget più alto rispetto ai soliti prodotti del genere, cosa che probabilmente contribuisce a quella sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che appartiene al pinku eiga solo fino a un certo punto. Erotico certamente, almeno nelle intenzioni e nell'immaginario; ma anche grottesco, psicologico, surreale e a tratti persino disturbante.

Indipendentemente dall'interesse che si possa avere per il pinku eiga o per le forme più morbose dell'eros cinematografico giapponese, ne consiglierei quindi la visione a qualsiasi appassionato di cinema, e in particolare a chi vuole esplorare quello orientale andando un po' oltre i territori più conosciuti.