K.S.T.D.E.D. 7½ / 10 25/10/2007 13:43:31 » Rispondi Il primo obiettivo di un remake dev’essere quello di riuscire a vivere di luce propria, senza sperare in quella, seppur ancor viva, dell’originale. Ovvio in teoria, meno nella pratica. “3.10 To Yuma”, la teoria, riesce a metterla in pratica in maniera eccellente; anzi va oltre. Nonostante ammetta in modo palese il debito enorme nei confronti dell’omonimo più vecchio, riportando fedelmente interi dialoghi o intere sequenze, riesce comunque ad incastrare perfettamente le stesse nel nuovo mosaico. Si ha come la sensazione che il film faccia di determinate scene del western di Daves, delle tappe obbligate, concedendosi, però, al tempo stesso, la libertà di scegliere attraverso quale strada arrivarci. Sul piano della caratterizzazione, infatti, i personaggi principali si distaccano poco e niente dal Ben Wade di Glenn Ford o dal Dan Evans di Heflin e i punti cruciali della storia sono praticamente gli stessi. Tuttavia, tra un punto cruciale e l’altro, la nuova sceneggiatura aggiunge parentesi del tutto diverse e particolarmente accattivanti; circonda i quasi immutati protagonisti con personaggi secondari anch’essi completamente diversi ma in grado, comunque, di ritagliarsi perfettamente la loro parte all’interno della pellicola; Chiude il cerchio la regia che si occupa di colorare il tutto con quelle sequenze che 50 anni fa non era possibile girare, ossia quelle d’azione (anche se nella prima sequenza, quella in cui la diligenza viene attaccata, la regia non mi ha fatto proprio impazzire) oppure quelle più cruente. A venirne fuori non è semplicemente un “3.10 To Yuma” svecchiato nell’aspetto, quindi, bensì una rivisitazione a 360 gradi che può, proprio per questo, essere definita “remake” e non “inutile copia”.
Doverosi gli elogi a scenografia e interpretazioni. Scelta degli attori, direzione e prova degli stessi, assolutamente ottime, tanto che molte sequenze vivono solo di sguardi, come, nel western, è giusto che sia. Menzione particolare merita Ben Foster che si dimostra un caratterista incredibilmente convincente.
Nel finale c’è qualcosa che ha smorzato, anche se di poco, il mio entusiasmo. Forse il fatto che alla fine sia stato praticamente Ben Wade a scortare Dan Evans fino al treno e non viceversa (all’ammirazione sembra, in tal modo, mischiarsi anche un po’ di pena), mentre nell’originale Evans riesce nel suo intento e Wade ci mette del suo solo alla fine. La scena conclusiva, però, quella in cui Wade, sapendo che riuscirà comunque a fuggire, rientra in cella per completare l’opera, è stupenda.