Una sequenza di omicidi e stragi apre il film con un ritmo che rende perfettamente l’idea della tempistica dei misfatti italiani negli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80, riproducendone appunto l’impressionante sequenzialità criminale con cui la politica e la storia recente italiana si è evoluta. È un incipit visivamente strepitoso, che ricorda tantissimo, nella potenza evocativa, il grande cinema di Scorsese e, in qualche misura, quello più pomposo – ma esteticamente (e politicamente) non meno efficace – di Oliver Stone.
L’uomo in più
Giulio Andreotti è la figura politica più complessa, longeva e rappresentativa della storia dell’Italia repubblicana: simbolo ecumenico e graffiante del Potere, riassume in sé i caratteri profondi della cosidetta Prima Repubblica (che in lui si identifica totalmente), col suo carico perverso e glorioso di sviluppo economico e delle strutture democratiche italiane al prezzo di tragiche doppie fedeltà e strategie occulte e sanguinarie. Praticare (anche) il Male per avere il Bene (del Paese, si sottintende) è il senso che “Il Divo” Andreotti (secondo Sorrentino, e non solo) dà del suo operato, ma che nel confessionale diventa piuttosto una giustificazione e una discolpa sulle proprie responsabilità politiche, storiche e – da ultimo – giudiziarie.
L’amico di famiglia
A un certo punto del film c’è una scena in cui Andreotti distribuisce pacchi di pasta, biscotti, giocattoli e soldi ad alcune famiglie indigenti. È l’unica concessione al minimalismo che vediamo nel film. Sorrentino sceglie di raccontare, dell’estesa storia andreottiana, il periodo che segna il tramonto del protagonismo politico del divo Giulio. Non è un film realista in senso stretto, né un’opera documentaria ed esaustiva sul personaggio di Andreotti. Sorrentino trova il modo migliore di raccontare una storia profondamente italiana senza ricorrere all’enunciazione didascalica (e un po’ pedante) di fatti e misfatti (come per es. in “Segreti di Stato” di P. Benvenuti, eloquente sin dal titolo), ma proponendo la sua particolare visione d’autore che reinventa un’intimità del personaggio di Andreotti, collocandolo nel contesto delle vicende italiane degli anni ’90. Con una splendida regia venata come sempre di surrealismo e grottesco, Sorrentino mostra un verosimile volto del Potere senza la pretesa, appunto didascalica (e pedagogica), di rivelarci la verità assoluta sull’ambiguità della figura andreottiana, che da sola rappresenta il potere stesso in Italia. Il Divo dialoga spesso con la propria coscienza, si autoesamina, si autoassolve prima che lo facciano pubblicamente in tribunale. Non aspetta il giudizio della Storia, anche se nella coscienza gli resta la ferita aperta del rapimento e uccisione di Aldo Moro, una sorta di spettro persecutorio che gli aleggia attorno costantemente. L’impossibilità storica di raccontare fatti ed eventi non provati trova una geniale soluzione nella rappresentazione onirica del bacio con Totò Riina: il surreale, in questo caso, descrive un’ipotetica realtà meglio di un convinto (e rischioso) realismo, accentuando i caratteri comico-grotteschi che attraversano il film in alcune sue parti. D’altronde l’ironia – anzi, il senso dell’umorismo – è proprio l’arma in più che possiede Andreotti, quella risata (a denti stretti) che ci seppellirà… Splendida colonna sonora, con brani originali di Teho Teardo.
“Presidente, sta arrivando una brutta corrente”
Pasionaria 11/06/2008 08:41:08 » Rispondi Ottimo, Gerry, commento intenso e bello il richiamo agli altri due film di Sorrentino, che idee ti frullano per la testa...;)
quella risata (a denti stretti) che ci seppellirà…
Mi ha fatto sorridere appunto la risata luciferina che gli sfugge quando sente la battuta di Grillo sulla sua gobba come forziere dei misteri italiani alla televisione.
gerardo 11/06/2008 13:32:14 » Rispondi Ghgh! :) Non so cosa mi passi per la testa, ma di sicuro la birra di ieri sera deve aver avuto la sua parte. :))) Penso che ci sia una forte linea di continuità in tutto il cinema di Sorrentino, coi suoi protagonisti un po' fuori dal comune, tanto surreali quanto veri.
Teardo è l'autore delle musiche de La ragazza del lago, tra gli altri. Negli anni '90 il Consorzio Produttori Indipendenti dei CSI gli produsse un album con gli "Here".
patt 11/06/2008 14:05:42 » Rispondi ho scar..sentito qualcosa, ma da "solo" e decontestualizzato sembra perdere fascino.
Lot 11/06/2008 14:06:35 » Rispondi Ottimo, grazie della segnalazione, ora recupero un po' di roba.
martina74 12/06/2008 12:15:18 » Rispondi Bravissimo gerry, ottimo commento per un film splendido. L'ho visto ieri sera e sono rimasta a bocca aperta per la bravura di Sorrentino.