la casa di jack regia di Lars Von Trier Danimarca, Francia, Germania, Svezia 2018
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la casa di jack (2018)

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locandina del film LA CASA DI JACK

Titolo Originale: THE HOUSE THAT JACK BUILT

RegiaLars Von Trier

InterpretiMatt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Grňb°

Durata: h 2.32
NazionalitàDanimarca, Francia, Germania, Svezia 2018
Generedrammatico
Al cinema nel Febbraio 2019

•  Altri film di Lars Von Trier

Trama del film La casa di jack

Stati Uniti, 1970. Jack Ŕ un ingegnere psicopatico con tendenze ossessivo-compulsive. Dopo aver ammazzato una donna che gli aveva chiesto soccorso per strada, si convince di dover continuare a uccidere per raggiungere la perfezione. Ogni suo omicidio deve essere un'opera d'arte, sempre pi¨ complessa e ingegnosa. Inizia cosý una partita a scacchi con la polizia, lunga dodici anni, condotta dal pi¨ astuto e spietato omicida seriale.

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Voto Visitatori:   7,72 / 10 (23 voti)7,72Grafico
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Voti e commenti su La casa di jack, 23 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

7219415  @  02/04/2019 11:33:35
   8 / 10
Che stile Lars. Non sono un appassionato ma questo film mi è davvero piaciuto tantissimo. Bellissima la scena sui lampioni e sulle ombre.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento emans  @  21/03/2019 23:59:53
   7½ / 10
Nell'ultimo periodo della sua carriera, diciamo da "Antichrist" in poi, Lars Von Trier è sembrato andare alla ricerca di scene forti, per dare scandalo, in modo da farsi censurare in tutti i modi possibili, quindi far parlare di se.
Se nel caso di "Antichrist" alcune scene di violenza erano pero' fine a se stesse in questo "la casa di Jack" c'è un disordine morale che le giustifica. E certamente non è da vietare ai minorenni per la violenza mostrata ma per la crudelta' con cui queste scene prendono forma.
Von Trier non è certo il primo che ci parla di un serial killer pazzoide e ossessionato da qualcosa, ma lo fa con il suo inconfondibile stile e con una sceneggiatura spiazzante...e questo era scontato.
La fanno da padrona i dialoghi tra il protagonista e questa sorta di Virgilio che accompagnati da immagini storiche o disegni affrontano svariati temi inserendo aneddoti estremamente interessanti.
Il tocco del genio sta ovviamente anche nel finale, degno di un autore come lui.
Un film che malgrado la sua durata rivedrei con piacere perche il male, da sempre, affascina l'uomo, e a volte sembra proprio avere un "aiuto" anche dall'alto...
Una curiosita', questo è l'ultimo lavoro di Bruno Ganz, famoso soprattutto per essere stato l'angelo di Wenders in "Il cielo sopra Berlino", curioso come chiuda la carriera proprio scendendo all'inferno...

Jumpy  @  18/03/2019 09:55:54
   7½ / 10
L'ho trovato eccessivamente lungo, le 2 e mezza mi son pesate un po' anche se non perde mai il ritmo.
Alcune scene sono agghiaccianti, da togliere il sonno, l'impatto visivo è superbo, sopratutto nei passaggi finali...

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Tra simbolismi e allegorie ho dato la mia personale interpretazione...

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6 risposte al commento
Ultima risposta 19/03/2019 20.08.29
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Oskarsson88  @  14/03/2019 19:12:52
   8 / 10
Bello, mi è piaciuto parecchio, inquadrature in stile dogma, molti passaggi di primo piano da una persona all'altra, e Lars è tutto pazzo. Comunque stiloso!

Gruppo COLLABORATORI SENIOR ferro84  @  13/03/2019 23:54:55
   9 / 10
Eppure LarsVon Trier ce la mette tutta per farmi odiare il suo cinema: telecamere a mano, colonne sonore ossessive, lungaggini estenuanti eppure alla fine della visione di un suo film sei consapevole di aver vissuto un'esperienza cinematografica.
La casa di Jack, in realtà è un'opera volutamente disturbante, grottesca, irritante per alcune forzature della sceneggiatura, tutto concentrato nel cercare di provocare lo spettatore.
Non si risparmiano nemmeno i bambini, uccisi brutalmente e nemmeno lo scempio dei loro cadaveri. Lo immagino Von Trier sorridere mentre mette in scena il suo lato oscuro senza filtri, lo immagino sorridere mentre mettendo a nudo se stesso in realtà mette a nudo i suoi spettatori.

E mentre pensi che "La casa di Jack" sia un "Ninphomaniac"della violenza, ti ritrovi i 15 minuti finali di una tale bellezza estetica e narrativa da lasciare a bocca aperta chiunque abbia familiarità con l'estetica cinematografica.
Un grande film, non per tutti come solo Lars Von Trier sa essere.

horror83  @  10/03/2019 16:47:07
   5½ / 10
Che mattone! avevo alte aspettative per questo film ma mi ha abbastanza delusa. Prima di tutto ha un ritmo troppo lento e dura 2 ore e mezza, un accoppiata micidiale! Poi la storia non è male ma non mi ha entusiasmata. Qualche scena è stata creata bene, ma non basta a salvare il film!!! Di questo regista mi è piaciuto di più Antichrist!

Manticora  @  08/03/2019 18:35:17
   8½ / 10
Probabilmente assieme ad Antichrist e Dancer in the dark rappresenta il trittico migliore della cinematografia di LVT. Lo stile Dogma che si concentra in questo caso sulla vita di un serial killer che conversa con Virgilio

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un Virgilio che rappresenta l'ultima interpretazione di un Bruno Ganz perfetto, mentre Jack è interpretato da un Matt Dillon in formissima, che riesce a far dimenticare in parte il fatto che sia un serial killer affetto da sindrome maniaca-compulsiva. Le vittime poi, rappresentano una metafora, la prima, una Uma Thurman svampita, ironica ma soprattutto insopportabile

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il secondo incidente invece è premeditato, con Jack che si finge prima poliziotto e poi assicuratore, qui devo dire che dopo l'omicidio la situazione assume contorni grotteschi, con Jack che nel pieno dell'ossessione crede di avere lasciato tracce di sangue della vittima e torna in casa a pulire per quattro volte

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Jack comincia ad accumulare i corpi delle vittime in una cella frigorifera abbandonata, che diventerà un vero e deposito di cadaveri, spesso deturpati o in putrefazione, gli omicidi si susseguono, ogni volta è una metafora diversa dalla precedente, il film stesso è una metafora, in parte ispirata a Jack the ripper, un ingegnere che vuole diventare architetto, ma nel costruire la sua casa, non è mai soddisfatto del risultato, ed ogni volta la fà demolire. Ogni volta Jack avvicina le sue vittime con una vita fittizia diversa che usa per conquistarne la fiducia, per poi stancandosi del rapporto arrivare a distruggere quello che rappresenta. Infine e l'apparizione di Virgilio che traghetta Jack

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Vestito con una vestaglia rossa Jack attraversa l'ade, in un susseguirsi di ambienti fantastici, fino al tentativo di raggiungere un altra via perchè la via è interrotta ma il tentativo

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"nel mezzo del cammin della nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura, che la diritta via era smarrita" D. A.

19 risposte al commento
Ultima risposta 26/03/2019 12.46.17
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Macs  @  08/03/2019 13:10:07
   7½ / 10
Film totalmente fuori di testa che fonde un fortissimo intento simbolico con la metafora della violenza "artistica": Jack in fondo non è altro che un artista (architetto) mancato, un ingegnere freddo e incapace di amare che vorrebbe essere quello che la natura non gli ha consentito. Questa lacerazione interiore è alla base della sua assoluta, metafisica, e orgogliosissima "devianza". E per realizzare l'obiettivo impossibile (arte / amore), Jack sublima la propria psicosi attraverso la resa "artistica" dell'omicidio. Il personaggio di Jack è approfondito e rappresentato in modo geniale: accompagnati per mano da un Bruno Ganz / Virgilio all'ultima interpretazione, il film ci racconta la discesa negli inferi – mentali e fisici – del protagonista. Un uomo "costruito" e che si costruisce completamente al di sopra, al di fuori, a lato della morale – e ovviamente la casa che costruisce, specialmente nella sua versione finale e sublimata, è la rappresentazione allegorica dell'unica ingegnerizzazione di se stesso che è capace di partorire. Ho adorato poi il fatto che la lucidissima psicosi di Jack sia fotografata senza pietà né concessioni retoriche o buonistiche, rappresentata con precisione tagliente, in un ambiente psichico che non lascia alcuno scampo – né fisico né dialettico – a chi si imbatte sul suo cammino. I discorsi di Jack sono quelli del genio, malato e deviato ma pur sempre genio: di una mente eletta che ha nel DNA solo intransigenza, rifiuto di qualsiasi compromesso, massimalismo estremo in ogni esternazione, verbale o fattuale, della propria personalità. Forse un'allegoria dell'acuirsi della depressione di LVT? Si può sospettare che il regista concretizzi nella parabola di Jack – prototipo dell'outsider "sociale" per eccellenza – il proprio faticoso percorso artistico – di un outsider formale dello show business – percorso incentrato sulla lotta a quel male che lo divora dentro. Un male che LVT combatte con la "sua" arte – il cinema – e che Jack tenta di esorcizzare attraverso l'"arte" dell'omicidio. Di certo Matt Dillon fonde nella sua magistrale interpretazione l'anima disturbata del Willem Dafoe dell'"Anticristo" e la scanzonata splatterosità del Bruce Campbell degli "Evil Dead" (e annessi). Infatti un grande pregio del film è la quasi costante ironia nera che lo accompagna. Da una storia con queste premesse, nelle mani di un autore meno geniale poteva nascere un film pesante, perché il rischio di prendersi troppo sul serio era palpabile. Questo non avviene, non si può evitare di sorridere della messa in scena così volutamente, e violentemente, sopra le righe da sforare nel grottesco, certamente volontario. Il lato tecnico poi (ma che ve lo dico a fare) è sublime, o quantomeno affascinante: regia "sporca" con reiterata camera a mano; montaggio (talvolta alternato) spesso frenetico; movimenti di macchina che sfidano costantemente la grammatica e le regole del medium; fotografia fredda e tagliente ma dove i colori caldi compaiono random a sottolineare – specie col rosso fuoco – il simbolo del sangue e dell'inferno; uso di filtri volutamente "sbagliati" che offuscano e sfocano l'immagine; continui riferimenti dotti a letteratura, poesia, arte pittorica, musica con Vivaldi che spunta fuori di continuo; certe trovate poi vanno a braccetto solo con l'immaginazione del genio, come tutta la metafora delle ombre generate dalla luce del lampione. Ci sarebbe da scrivere e parlare per ore, giorni di un'opera così complessa – perché per ore, giorni, anni ci sarebbe da scrivere e parlare della mente umana, e in particolare di quella del serial killer e della sua genesi, composizione e caduta. Insomma un film per pochi, assolutamente vietato ai bimbiminkia, e a chi vive la vita superficialmente senza sapere o volere sapere cosa siano l'alienazione, l'isolamento, la depressione.

Riguardo l'annosa questione: non credo LVT voglia esprimere misoginia in questo film. Si tratta di un'artisticamente sublime richiesta di aiuto da parte di una mente geniale e malata, in precario equilibrio al limitare di una follia ambigua che da una parte ancora lo atterrisce, ma dall'altra comincia già ad attrarlo e a indurlo a gettarsi – volontariamente – in quell'abisso di dannazione eterna in cui finisce – sul piano metaforico come quello immaginifico – anche il suo alter ego. In fondo, siamo proprio sicuri che Jack nel finale tenti la sua impresa disperata perché davvero convinto di poter raggiungere la salvezza? Non è forse il richiamo di quelle fiamme eterne, a risultargli irresistibile e a spingerlo verso l'auto-distruzione, ossia verso la decisiva, finale, risolutiva e appagante auto-sublimazione? E' proprio nel coraggio stesso di proporci questa possibile identificazione, tra auto-distruzione e auto-sublimazione, che si rivela il genio di questa pellicola e della mente sfrenatamente eversiva che l'ha concepita.

daaani  @  08/03/2019 07:19:58
   6½ / 10
Eccessivamente lungo ma comunque ben recitato e interpretato. Visto ieri e oggi quasi già dimenticato.

76mm  @  07/03/2019 13:32:47
   7 / 10
SPOILERONI

Lars ha sempre (o quasi) fatto film con protagoniste femminili.
Lars, ciò nonostante, viene unanimemente (e giustamente) considerato un misogino della peggior specie.
Lars, dopo Nymphomaniac, ha capito che continuando a raccontare storie dal punto di vista femminile non sarebbe più riuscito ad abbattere i nuovi confini della misoginia su celluloide (da lui stesso creati) e ha deciso finalmente di affidarsi ad un alter ego serio: maschio, bianco, adulto, con seri problemi psicologici, comportamentali e relazionali…omicidi a parte, c'è una corrispondenza quasi omozigotica col regista.
Lars è Jack, Jack è Lars, e voi non siete 'n caz.zo.
Lars/Jack ci parla di ciò che ama: arte, musica, nazisti.
Lars/Jack ci parla di ciò che odia: America, bambini, donne.
Già, le donne, ma che gli avranno mai fatto?
Che poi, se uno ha voglia di lambiccarsi il cervello, ci sono diversi possibili gradi di lettura per tutto questo.
Primo grado: Lars è un misogino e mette sullo schermo il suo risentimento nei confronti del genere femminile.
Motivo: sfogare tutto il suo odio su pellicola evitando così di diventare un vero serial killer di donne.
Secondo grado: Lars non è un misogino, ma vuole che tutti lo pensino per alimentare la sua fama infausta.
Motivo: scandalo>curiosità>interesse>pubblicità>$
Terzo grado: Lars è un misogino e, sapendo che tutti lo considerano tale, fa un film così eccessivamente, spudoratamente e consapevolmente misogino da far sorgere il dubbio che stia solo facendo il paracu.lo, rendendo difficoltoso capire se ci è o ci fa.
Motivo: tentare di confondere le idee sulla sua reale natura di misogino.
Si potrebbe andare avanti così all'infinito…
Per chi non ha tempo o voglia di creare inutili sovrastrutture parlano le immagini del film, e parlano piuttosto eloquentemente:
Lars/Jack ci fa capire che il modo migliore per mettere al proprio posto una donna che parla (oggettivamente troppo in questo caso, ma non è questo il punto) è quello di ridurle la faccia in poltiglia.
Lars/Jack, con la sua proverbiale "ars affabulatoria", tenta di convincere la donna più stupida del mondo (almeno fino all'incidente successivo) di essere, nell'ordine: un poliziotto, un assicuratore e l'equivalente USA di Tito Boeri, promettendole di riuscire a raddoppiarle la pensione con una semplice telefonata…la scema ci casca in pieno e viene giustamente punita per la sua idiozia…non ci mancherà.
Lars/Jack si diverte a giocare al safari con la nuova donna più stupida del mondo (almeno fino all'incidente successivo), che tiene bel calcato sulla sua testa e su quella dei suoi figli il loro bel cappellino-bersaglio rosso, nella convinzione che sia meglio beccarsi un colpo di schioppo che un colpo di sole…punita anch'essa, insieme ai bambini, che con una madre del genere sarebbero potuti diventare solo dei cretini a loro volta…bene così.
Lars/Jack cerca di convincere in tutti i modi la "nuova" nuova donna più stupida del mondo (e questa non la batterà più nessuno, almeno fino al prossimo film) di essere un serial killer…lei inizia ad avere qualche leggero sospetto solo quando le fa partire la prima tetta, ma in realtà continua ad avere il dubbio che si tratti solo di una pratica bdsm piuttosto spinta…anche in questo caso fine meritata.
Bambini a parte, gli unici maschi uccisi - nel film - vengono fatti fuori per legittima difesa, o se non proprio per legittima difesa comunque per fini utilitaristici (salvarsi il didietro) e non per il puro gusto di eliminare un essere inferiore dalla faccia della terra.
Quando aveva finalmente l'occasione di mettere pari in un sol colpo il conteggio delle vittime (una pallottola per 5 teste), all'ultimo momento qualcosa lo fa desistere…fossero state 5 donne scommetto che la pallottola se la sarebbero beccata, con tanto di cervelli spappolati ovunque.
Indipendentemente dal grado di lettura che si desidera dare, è innegabile che ci sia dell'ambiguità in tutto questo.
E si arriva così al gran finale, che ha diviso il pubblico e la critica fra colpo di genio e cag.ata pazzesca.
Di sicuro è una furbacchiata, l'ennesima burla del buontempone danese.
L'unica cosa che mi ha davvero spiazzato è la caduta finale…possibile che un narciso megalomane borioso arrogante di tal pasta si auto-condanni al fuoco eterno per i propri peccati?
Io avrei scommesso che sarebbe arrivato dall'altra parte, indenne, in un paradiso abitato da tanti angeli femmina a cui strappare le ali (ma gli angeli ce l'hanno il sesso?).
Tutto sommato mi è piaciuto.

7 risposte al commento
Ultima risposta 08/03/2019 21.51.29
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Larry Filmaiolo  @  06/03/2019 13:08:36
   8 / 10
Sono 'ndato fino a Brescia per vederlo integrale (mai l'avrei visto doppiato e tagliato), ma tant'è, è andata benone. Grazie Videa per questo spiraglio di meno peggio nella scelleratezza.
Un po' come Nymphomaniac, ma per fortuna meglio e più contenuto. Lars, che sta male, fa il suo film più disperato e personale, e forse è anche tra i più provocatori della sua carriera. Si serve di un Dillon che definire in stato di grazia è ben poco. Catabasi di questo personaggio ambiguo-parlo di Lars-che nel corso della sua discesa al punto più basso della (non?) esistenza cerca di blaterare un po' le solite cose, e un po' cerca di dirne altre nuove, che contano. L'umorismo pece è un plus che rende il tutto ancora più godibile.
Magnifico il finale, esteticamente esaltante nella sua limitatezza di mezzi.

Spera  @  05/03/2019 19:36:43
   7½ / 10
Cominciamo malissimo in quanto il film inizia con l'avviso che sono stati fatti dei tagli all'originale.
Il solito circuito becero del cinema italiano e della censura che si aggrappa alle nostre palle come un' orchite seguendoci ovunque, anche quando decidi di andare a vedere cinema d'autore come questo e pensi di lasciare certe fregature fuori dalla sala.

SPOILER
Detto questo è sempre difficile giudicare un film di questo controverso e disturbante regista.
Al primo assaggio mi sono sembrati tanti gli elementi difficili da far quadrare in questo ritratto di serial killer, anche perchè, come già detto da qualuno, non funziona benissimo se visto in quest'ottica.
Il film è parecchio sopra le righe quindi alcune scelte non mi hanno infastidito più di tanto essendo coerenti con il suo tono grottesco.
Thurman davvero inutile, dopo 5 minuti si prende un crick in faccia e mi sono chiesto il perchè della scelta di questa attrice per questa parte che poteva interpretare chiunque.
Dillon ha le espressioni giuste e la regia è fantastica: camera a mano, scavalcamenti di campo, movimenti sporchi, panoramiche a schiaffo, zoommate e tutti gli elementi che caratterizzano il cinema di Lars si sprecano in questa follia omicida.
Chi ne esce peggio da questo follia sono come al solito le donne di cui viene tracciato un profilo destabilizzante: Lars secondo me è stato bravo a rendere in modo molto schematico, forse troppo, la tipica dinamica di coppia dove l'uomo, prepotente e superiore, incalza la donna, stupida e indifesa, creando così le basi per la sottomissione e la violenza.
Ma il nostro Jack non risparmia ne bambini ne maschi, tutto condito da un pezzo musicale eccezionale del grande Bowie che contribuisce a dare un tocco ancora più grottesco e spassoso alla storia nonostante il dramma.
Ultimamente Lars peró si prende un po' troppo la licenza di andare a toccare vari temi, apparentemente poco connessi con la vicenda ,per fare degli incisi culturali interessanti ma un pó stranianti per l'economia del racconto, inserti poco omogenei con tutto il resto.

Ultima mezz'ora davvero grandiosa e risolleva parecchio un film che non mi aveva entusiasmato fino a quel momento (chicche a parte come gli incisi sull'arte o il disegno dei lampioni per spiegare la spinta interiore da Killer del nostro protagonista).

Non il Lars che ho preferito ma notevole nella forma e nei contenuti.
Quando il cinema è arte e non solo intrattenimento.

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Ultima risposta 07/03/2019 09.03.51
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Scuderia2  @  04/03/2019 20:56:48
   4½ / 10
Divieti, tagli, fughe dalla sala, imprecazioni.
Molto orrore per nulla.
Forse è proprio questo il il merito principale di Von Trier: aver saputo depotenziare l'orrore.
Perché l'opera come film su un serial killer non funziona.
Cioè, un tipo che per 12 anni si è aggirato allegramente con un furgoncino rosso fuoco che ha solo lui nella storia della motorizzazione, ammazza una sessantina di persone, ha sì una mania compulsiva per la pulizia, ma allo stesso tempo lascia impronte ovunque.
Incidente 1: impronte sulla macchina della Thurman.
Incidente 2: impronte ovunque nell'appartamento della donna.
Poi, impronte sulla lettera autoreferenziale inviata ai giornali.
Impronte dopo l'operazione di mastoplastica.
E ancora, bellissima foto ricordo dei trofei di caccia: ma nessuno era a conoscenza del rapporto di quest'uomo con quella famiglia?
Io capisco che magari la polizia locale sia un po' distratta ma ad un certo punto credo che i federali siano entrati nella questione. Nessuno lo acchiappa.
Va bene, anche il delitto può essere una forma d'arte ma il mondo reale non è un museo, questo serial killer è il più inverosimile della Storia.
Dillon, però, potrebbe entrare negli albi: in ordine alfabetico, prima di Jack lo Squartatore, come Jack il Capocantiere.

Anche come compendio didattico non è un granché.
Un sacco di argomenti, un sacco di foto di repertorio, una dopo l'altra, repentine, in un carosello intellettuale enciclopedico.

La solita discesa negli inferi di Lars, stavolta letterale.
Più colto che bravo.

4 risposte al commento
Ultima risposta 06/03/2019 19.51.40
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Djenter  @  03/03/2019 23:19:51
   6½ / 10
Un film del genere è quasi incommentabile; lo sforzo di ricerca, di accurata scelta dei simboli e dei richiami presenti all'interno di questo lavoro è talmente (e palesemente) enorme che non credo molti se non LVT stesso sarebbero in grado di analizzarlo come merita. Per questo, mi sento di poterne parlare solo in base all'esperienza che ho avuto in sala, al di là degli arrovellamenti successivi: ho trovato La Casa di Jack un film molto, troppo auto-celebrativo, con delle grandi idee dietro e una direzione artistica innegabile, che cade però vittima sia del marketing assolutamente sbagliato (sembrava dovesse essere un torture porn inguardabile, quando in realtà c'è ben poco di così macabro) sia di un ritmo altalenante che in alcune parti lo rende quasi soporifero. In ogni caso, i venti minuti finali sono così brillanti e poetici che eleverebbero anche i peggiori film a un livello superiore.

Tautotes  @  02/03/2019 19:55:16
   8½ / 10
Notevole, nichilismo e doc all'ennesima potenza. Un pugno allo stomaco, sconsigliabile però a menti influenzabili.

mrmassori  @  02/03/2019 10:58:17
   7½ / 10
Lars sa perfettamente come dipingere l'inferno dell'animo di una persona malata; in questo caso di un serial Killer spietato. Disturbante e pieno di genialate.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento williamdollace  @  01/03/2019 19:38:21
   10 / 10
Lars ha buttato le medicine nel water.
Finora FILM DELL'ANNO, non ci sono libri verdi che tengano.

1 risposta al commento
Ultima risposta 02/03/2019 00.35.55
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Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  01/03/2019 01:46:27
   7½ / 10
Dal punto di vista filosofico e allegorico, il nuovo film di Von Trier troverà i soliti detrattori (vero Mereghetti?) e i soliti ammiratori, ma una cosa mi disturba, questo Culto della Morte che non posso etichettare come oltranzista/fascista ma che non mi sento nemmeno di condividere. Il Bene e il Male viaggiano negli stessi binari, o l'incarnazione del Male diventa l'opera d'arte definitiva come azzardo' Stockhausen davantivall'11 Settembre? Mi sembra anzi che la sua valutazione della violenza sia qualunquista, superficiale, cinica e pretestuosa. Non altrettanto il film, dove un Matt Dillon solitamente attore simpatico si lascia meccanicamente distruggere dal regista danese, facendo di Jack uno dei più spaventosi personaggi del cinema moderno, con un ghigno degno di un Jack (?) Palance. Il film offre molteplici sfumature raccontando e filmando - anche quando sembra una sorta di Malick malefico - un personaggio alienante che può ricordare Alex ("Arancia meccanica") o la dimensione cinema/realtà di "Peeping Tom" di Powell. Von Trier sembra desideroso di dirci che le vittime, nella loro inopportuna mediocrita', meritano di finire etichettate in quanto tali. Tigri contro agnelli, e la società abnega il ruolo di ciascuno. Tra un Glenn Gould che suona le Variazioni e la poetica maledetta di William Blake, ogni episodio diventa l'inconfessabile disincanto del Male, come nella più insostenibile delle morti, la Famiglia distrutta in un terreno da caccia. Diseguale anche nel suo formalismo didattico, il film si apre nel segno di un Inferno che ricorda più Sokurov di Faust che il Pasolini dei racconti di Canterbury. E' un film certamente imperfetto che evoca l'alter-ego del Mostro convinto di essersi spinto oltre ogni limite senza aver dato importanza fino in fondo al suo sogno ancestrale, la costruzione architettonica di una casa. Sorvolo se il film possa essere definito Pulp, credo che nonostante le intenzioni non riesca a uscire completamente dai canoni horror che si era imposto di tradire. Restiamo comunque nell'ambito di un Grande esperimento visivo, dove il regista cita spesso se stesso e il suo nichilismo consapevole, affascinante insidioso ma anche un po' gratuito

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Ultima risposta 31/03/2019 13.38.49
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Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  23/02/2019 21:47:05
   8½ / 10
Jack è un ingegnere che vorrebbe essere un architetto. Vorrebbe creare ma è soltanto un esecutore. Ha in mente di costruire una casa in riva ad un lago, ma la demolisce in continuazione in un continuo circolo vizioso senza fine, perchè non sa creare. Jack è un serial killer spietato come pochi se ne sono visti sul grande schermo, conce pisce i suoi delitti come opere d'arte in cui l'arte stessa colpisce vittime e spettatori in tutto il suo potenziale distruttivo, in tutto il suo sadismo.
La casa di Jack è un viaggio nella mente grottesca di un serial killer, con le pulsioni e paranoie distruttive. I delitti sono efferati però con un sottofondo da commedia nerissima, realmente destabilizzante. Il film di Von Trier è nato per dividere e dividerà, su questo ne sono certo. Offre una delle più intense interpretazioni di Matt Dillon, forse la migliore della sua carriera o dai tempi di Coppola, coadiuvato molto bene dal compianto Bruno Ganz. E' un film che offre tantissimo, perchè è estremamente stratificato e può essere visto anche come un viaggio nella parte più oscura di Von Trier stesso. Non è certo un film da giudizio a caldo. Per forza dirompente siamo ai livelli di Antichrist. Sconsigliato ai bimbominkia.

Invia una mail all'autore del commento Jason XI  @  02/02/2019 09:07:11
   8 / 10
Forse un pò monocorde la prima parte ma necessaria per portare a termine un altro saggio di cinema anomalo, Lars affronta il tema alla sua maniera, un tema super sfruttato nel cinema da sempre e spesso uguale a se stesso, stereotipato e prevedibile, ma qui siamo su un altro pianeta... forse su Melancholia.....

Gruppo REDAZIONE VincentVega1  @  03/01/2019 18:48:06
   9 / 10
Come il commento di Terry prima del mio, se potessi gli darei un SV.

Perché parliamo di qualcosa di talmente estraneo all'idea di cinema nella sua forma più classica che ridurre tutto con un voto sarebbe un insulto nei confronti di Von Trier. Gli puoi dare 1 o 10, ma sfido chiunque a dimenticare gli ultimi venti minuti di film. Davvero notevoli, per come arrivano e per come vengono rappresentati.

Il resto è un diluvio di immagini che descrivono l'arte come nessun altro saprebbe fare.

Gruppo COLLABORATORI Terry Malloy  @  03/01/2019 13:20:04
   8 / 10
Premetto che il voto non è indicativo di alcunché, questi sono film invotabili.
Ho seguito da sempre il percorso di LVT, uno dei registi più importanti della nostra generazione, del cinema europeo, un artista coraggioso, insondabile, capace di osservare il mostro dentro di noi, a modo suo, non di certo ai livelli raggiunti da Kubrick, ma comunque capace di mostrare cose che sanno toccare delle corde nascoste della nostra mente senza mai scadere nel banale, nel gratuito. Per questo la mia stima verso di lui è come sempre enorme.
In questo film più che il rapporto con la violenza (scontato), LVT mette in scena il suo rapporto tormentato coi simboli, un tema che se può apparire banale, è invece fondamentale per un uomo, e soprattutto per un uomo europeo. Il contrappunto tra il tema, tipicamente americano, del serial killer e quello dell'arte come manifestazione dell'interiorità e come pubblicazione del recondito, in rapporto a un complesso iconico di simboli e immagini di repertorio culturale, è l'aspetto vincente del film. Come al solito LVT si rivela un maestro indiscusso della direzione degli attori, Matt Dillon è mostruoso, gli attori di contorno sono scelti accuratamente come sempre, la messa in scena della violenza sconvolge, ma senza autocompiacimento. Il finale è di una classe che non si può raccontare fino a che non lo si vede. LVT ha raggiunto un livello in cui finalmente lui stesso è oggetto di arte pura, di autocitazione come autobiografia finzionalizzata, la sua testualità è ripresa non narcisisticamente, ma per un tormentato percorso artistico che si riavvolge continuamente su se stesso alla ricerca della macchia sfuggita all'attenzione, della paranoia destabilizzante di non aver costruito che violenza. La dialettica "creatore/distruttore", così tipica del manicheismo americano, è ripresa con intelligenza attraverso 5 incidenti (che riprendono le cinque variazioni trieriane) che mostrano il tentativo dell'artista di sottrarsi a qualunque responsabilità morale. Il contrappunto con le registrazioni di Gould e le immagini dei campi, ancorché didascaliche, sono fondamentali per una concezione cinematografica che va ben oltre le regole del cinema classico americano. LVT è tra i pochi registi che ancora vuole offrire un'idea di cinema diversa da quella dominante. Personalmente l'omicidio n°3 mi sembra il più efficace a livello simbolico, l'alternanza delle immagini di caccia con quelle, macabre, della caccia alla famiglia è tra le cose più riuscite mai viste su uno schermo, almeno da parte mia.

VincVega  @  24/12/2018 17:30:09
   9 / 10
QUALCHE SPOILER PRESENTE

Titolo alternativo (della prima parte almeno): "Storia di un serial killer imbranato". A prima vista, potrebbe sembrare un mero esercizio di stile, in realtà l'ultimo lavoro di Lars Von Trier è un raggelante ritratto dell'animo umano più oscuro. Il regista danese si introduce nel profondo inconscio di Jack, persona all'apparenza normale, intelligente e allo stesso tempo tormentata, pieno di contraddizioni e debolezze, in perenne ricerca dell'omicidio perfetto, dai primi riusciti più per pura fortuna fino ad acquisire sempre più esperienza nell'ammazzare, per ricreare immagini di morte/arte e un modo per stare meglio con se stesso.
Humor nero presentissimo, alcune sequenze sono davvero divertenti, pensando che il tutto fa parte delle azioni di un serial killer, non viene da chiedersi se non siamo un po' sadici, in particolare noi che abbiamo apprezzato un modo di fare cinema che divide, perchè "The House Of Jack Built" non ha mezze misure. Basti pensare anche all'accoglienza a Cannes, in cui alcuni hanno abbandonato la sala. Ma cosa vai a fare, se sai che la proiezione è "storia di un serial killer con regia di Lars Von Trier?". Visibilità per caso? Non tutti, ma alcuni sicuramente.
I luoghi comuni non sono di casa nel film di Von Trier. Astenersi chi cerca qualcosa per passare il tempo, "The House of Jack Built" fa qualcosa di diverso, di intimo, basti pensare la camera, sempre vicino al protagonista, Jack, che con il passare del tempo vuole quasi farsi prendere, fino a far capire che il mondo/società non è in grado o semplicemente non ha voglia di fermarlo. Lui è un serial killer, ma noi cosa siamo? Rimaniamo nel nostro orticello, quello ci basta. Ci può essere la guerra mondiale davanti a noi, ma non è detto che riusciremo a notarla.
Matt Dillon poi nei panni del protagonista, sfodera una delle sue migliori prestazioni degli ultimi anni, se non in assoluto (lui che da il meglio in produzioni non hollywoodiane). Nel cast, in un particina ma importante anche Uma Thurman e Bruno Ganz in una sorta di Virgilio (non a caso so chiama Verge)che guida Jack all'inferno.

Un ritratto a 360°, come raramente si vede nel panorama odierno. Non per tutti (difficilmente in Italia vedrà la luce della sala), per stomaci forti sicuramente. Ma l'obiettivo è centrato Mr. Von Trier.

2 risposte al commento
Ultima risposta 25/12/2018 10.12.34
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