Recensione 1997 fuga da new york regia di John Carpenter USA, Gran Bretagna 1981
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Recensione 1997 fuga da new york (1981)

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locandina del film 1997 FUGA DA NEW YORK

Immagine tratta dal film 1997 FUGA DA NEW YORK

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Immagine tratta dal film 1997 FUGA DA NEW YORK
 

John Carpenter, dopo l'exploit di critica e pubblico ottenuto con "Halloween" ed il più che lusinghiero successo di "Fog" (sicuramente l'escursione più vicina al gotico classico del regista americano), ha in mente il progetto del remake de "La cosa da un altro mondo" di Nyby, che verrà momentaneamente accantonato per lasciare il posto ad un nuovo progetto con la AVCO Embassy intitolato "Escape from New York".
Per il regista è l'occasione per rispolverare una vecchia sceneggiatura del 1975, scritta in un momento dove le istituzioni americane attraversavano il periodo di crisi più profonda: si cominciavano a leccare le ferite del dopo Vietnam, lo scandalo del Watergate, le dimissioni di Richard Nixon. Una reazione a catena che aveva portato ad una profonda sfiducia del popolo americano verso le istituzioni che lo governavano. Da aggiungere inoltre che per Carpenter è un modo per riannodare i fili ed espandere ulteriormente le tematiche di "Assault on precint 13", in cui il problema del degrado urbano di molte zone delle grandi città metropolitane degli Stati Uniti era più che una sensazione tangibile, era una realtà drammatica.
Realtà drammatica composta da cifre che indicavano un aumento sensibile del tasso di criminalità in tutto il paese (un esempio eclatante gli stupri, praticamente raddoppiati all'inizio degli anni '80), specialmente nelle zone metropolitane le quali, in aggiunta, soffrivano di una calo considerevole della popolazione che si spostava al di fuori delle città. Bisogna tenere conto anche degli abbassamenti dei redditi delle famiglie (quelle di etnia nera in particolare) e i notevoli tagli alla spesa pubblica con conseguente abbassamento della qualità dei servizi ai cittadini.

"Once you go in, you don't come out"

Il disagio delle grandi città e di New York in particolare, non era un argomento nuovo per i tempi, basti pensare allo sfondo delle vicende di "French Connection" di Friedkin e lo stesso controverso "Il giustiziere della notte" di Winner, quest'ultimo in particolare ha dato l'impulso allo stesso Carpenter per scrivere la sceneggiatura di "Escape fron New York". Oltre a questi due esempi non bisogna dimenticare lo straordinario "The Warriors" di Walter Hill più focalizzato sul problema delle bande criminali che imperversavano nelle città.
Carpenter quindi, utilizzando l'espediente fantascientifico tanto assurdo quanto straordinariamente affascinante, come quello di trasformare la città di New York in un immenso carcere per racchiudere l'intera popolazione criminale degli Stati Uniti, estremizza una situazione e una realtà ben presente nel paese e proietta nell'immediato futuro un trend che è andato completamente fuori controllo ("il tasso di criminalità è aumentato del 400%").
Il "1997: Now" che chiude l'introduzione al film non è quindi riferito soltanto ad un ipotetico futuro, ma è la chiara metafora di un drammatico presente.
John Carpenter non fa altro che "trasportare" il sobborgo di Anderson, Los Angeles, teatro della vicenda di "Assault on precint 13", su scala maggiore dove lo sfondo è l'intera città di New York diventata il carcere di massima sicurezza degli interi Stati Uniti.
Notevole è stato lo sforzo produttivo nella ricostruzione dello scenario newyorkese. Visto le difficoltà enormi di girare a New York per questioni di costi che avrebbero fatto lievitare sensibilmente il budget e di logistica per una città del genere, le uniche scene girate realmente su luoghi veri sono limitate a quelle ambientate nella stazione di accesso al carcere posta a Liberty Island, mentre quelle ambientate dentro il carcere sono state ricostruite ad arte dallo scenografo Joe Alves a St. Louis in una vasta area poco distante il porto colpita tempo prima da un violento incendio che aveva distrutto molti isolati ed al tempo delle riprese del film completamente spopolata tanto che, dalle dichiarazioni dello stesso Carpenter, nemmeno i barboni si rifugiavano in quei luoghi.
Uno scenario "naturale" perfetto che con piccoli ritocchi sarebbe stato pienamente funzionale per fare da sfondo alla visione pessimistica del regista americano. Una città ormai sconvolta dalle fondamenta, irriconoscibile, in cui i luoghi toponomastici noti al grande pubblico hanno perso ormai la loro funzione originaria.
Liberty Island con la Statua della Libertà non è più il simbolo di speranza in un mondo nuovo per milioni di immigrati, ma trasformata nell'anticamera dell'inferno prima di entrare nel carcere. Chi vuole, può scegliere di morire sulla sedia elettrica, piuttosto che affrontare per il resto della sua vita una realtà disumana. Dopotutto "una volta entrati nel carcere, non si esce più". Semplice e lineare, senza bisogno di interpretazioni inutili.

"President of what?"

Qual'è lo scenario di "Escape from New York" e soprattutto cosa sono diventati gli Stati Uniti nel 1997? Formalmente ancora una democrazia, sostanzialmente il governo americano ha avuto netta svolta autoritaria, senza tuttavia essere una nazione fascista in maniera più marcata come raffigurato in "Fuga da Los Angeles", ma indubbiamente la strada è tracciata verso una deriva totalitaria.
Probabilmente si è combattuta una guerra di vaste proporzioni in tempi recenti contro l'avversario sovietico, anche se il nome del nemico o dei nemici non è mai specificato in maniera precisa. Oltretutto non ci sono soltanto nemici esterni, ma anche agguerriti gruppi terroristici interni: il Fronte Nazionale di Liberazione Americano è una classica reminescenza degli anni '70 di cui John Carpenter ha tenuto conto dato che la sceneggiatura è stata scritta proprio in quel periodo.
Molto noto in quegli anni era il Esercito di Liberazione Simbionese, gruppo terroristico salito agli albori della cronaca per aver rapito l'ereditiera Patricia Hearst. La stessa Hearst fu influenzata (per alcuni) o plagiata (per altri) alle idee politiche del fronte ed essa stessa partecipò a più atti criminosi compiuti da questa organizzazione (colpì molto l'opinione pubblica americana la sua immagine con mitra spianato durante una rapina in una banca).
Il Fronte Nazionale di Liberazione Americano in fuga da New york non ha caratteristiche particolari, anzi è abbastanza bidimensionale da questo punto di vista, ma riveste un ruolo importante perchè è il motore dell'intera storia. Riesce a prendere possesso dell'Air force One con a bordo il presidente degli Stati Uniti e si va a schiantare deliberatamente contro una delle torri del World Trade Center (sinistramente profetico, col senno di poi).

"In un futuro prossimo New York viene trasformata dalle autorità in una enorme prigione dalla quale nessuno può fuggire, pena la morte. L'aereo presidenziale dirottato da terroristi cade nel quartiere dove domina il Duca con la sua banda. L'incidente fa si che il presidente venga catturato e tenuto in ostaggio dalla banda del Duca, allo scopo di ottenere la libertà. Il capo della polizia pensa allora di utilizzare Jena Plissken, un eroe di guerra carico di condanne. Jena ritornerà con la fedina penale pulita se riuscirà a riportare in salvo il presidente e i documenti segreti, soprattutto un nastro magnetico registrato che ha con sé. Ha solo ventiquattro ore di tempo e, per sommo ricatto, gli hanno messo nel sangue una micro-bomba che gli farà esplodere le arterie se non tornerà indietro nel tempo previsto."

Se i terroristi sono l'input che dà inizio alla vicenda, Snake Plissken (in italiano chiamato "Jena" sicuramente per ragioni fonetiche) ne detta i ritmi, essendo sempre presente sulla scena e trovandosi catapultato in una storia che ha accettato con notevole riluttanza.
"Ghermito", è il caso di dirlo, dall'Alto Commissario Hauk, stessa pronuncia fonetica di Hawk (falco in italiano), che lo vuole usare per recuperare il presidente e la cassetta che porta con sé, Snake sfrutta l'occasione per evitare la permanenza perpetua dentro il carcere, una motivazione quindi dettata dalla semplice necessità di sopravvivere, non certo per patriottismo o riconoscenza verso la propria nazione e magari fuggendo, se si presenta la possibilità, senza nemmeno adempiere ai propri compiti che in fondo non lo riguardano affatto. L'iniezione di due capsule di veleno però faranno prendere una piega diversa.

Il falco e il serpente

Un vero peccato che l'edizione italiana abbia mutato "snake" (serpente) con "Jena", se non altro perché svilisce in una certa misura il rapporto fra questi due personaggi molto più simili di quanto uno si aspetti. Pur agendo su due campi completamente opposti, possiedono forti caratteristiche comuni che ne fanno l'uno l'immagine speculare dell'altro.
Entrambi hanno combattuto la guerra, i loro dialoghi molto scarni, fanno intuire con ragione che si intendono al volo e allo stesso tempo prevedere i comportamenti dell'altro. Non a caso è proprio Hauk la mente che concepisce lo stratagemma dell'iniezione delle due capsule avvelenate nelle arterie di Snake, per impedirgli di fuggire con l'aliante.
Il volto di Lee Van Cleef, che interpreta Hauk, non fa che mettere in evidenza le forti connotazioni leoniane del personaggio di Snake Plissken. Le loro diatribe verbali condite da frasi molto taglienti, ricordano il rapporto fra il Monco e il Colonnello Mortimer di "Per qualche dollaro in più". Come già detto i due agiscono su campi opposti ma se Snake non vuole saperne di collaborare ancora con il governo, Hauk ha operato probabilmente una scelta più comoda e accondiscendente e molto probabilmente capisce le ragioni del proprio interlocutore.
Snake Plissken è un uomo dal passato non sconosciuto come l'eroe di "Per un pugno di dollari", ma quanto meno nebuloso. E' un eroe di guerra (il più giovane ufficiale decorato da Presidente), ma è sottinteso che la guerra ha lasciato in lui delle tracce molto profonde, tali da disprezzare profondamente il suo governo, di provare una sfiducia estrema verso tutte le istituzioni, tanto da far dubitare se veramente Snake ha compiuto qualcosa di eroico o almeno eroico secondo i suoi principi. E' assente quindi un certo lasso temporale in cui Snake matura questa sua forte conflittualità nei confronti dello Stato.
A differenza dei personaggi di Leone, in questo caso Snake Plissken è un uomo conosciuto da tutti, la sua fama lo precede ovunque lui vada, anche se le notizie su lui sono piuttosto imprecise visto che tutti lo ritengono morto. Snake stesso non dà molto peso alle voci che danno per dipartito, tranne quando incontra la donna che si è rifugiata insieme a lui al bar, prima dell'attacco dei Crazies, i cannibali che vivono nel sottosuolo, quando all'ennesima osservazione che lo dava per morto, si lascia scappare un laconico quanto criptico "Lo sono", teso a sottolineare che qualcosa dentro di lui si è spezzato.
Comunque è sempre il carattere hawksiano, la cifra predominante del personaggio di Kurt Russell, qui alla sua seconda collaborazione con John Carpenter dopo "Elvis – The movie". Pur nel suo atteggiamento ostile e antieroistico, Snake Plissken dimostra tutto sommato un forte senso di lealtà e cameratismo nei confronti dei suoi compagni d'avventura, va subito dritto al punto e non è disposto a facili compromessi, ma il mondo in cui credeva sta rapidamente scomparendo, lasciando spazio ad altri valori in antitesi con il suo credo. L'importante è andare avanti e sopravvivere.

Da Anderson (L.A.) fino al Polo Sud... passando per New York

E' molto interessante, il filo nemmeno tanto invisibile che lega questi tre film di John Carpenter: "Distretto 13", "1997: Fuga da New York" e "La Cosa". Si tratta appunto dell'evoluzione che subiscono i rapporti fra i personaggi di questi film.
In "Distretto 13" la minaccia incombente della gang degli Strett thunder faceva appianare tutte le differenze fra i vari protagonisti, criminali e poliziotti asserragliati nella stazione della polizia, esaltandone le virtù tipicamente hawksiane di sincerità e lealtà l'uno verso l'altro e, soprattutto, individuando ancora un'umanità in grado di preservare certi valori di fronte ad una società civile in piena decadenza.
"1997: Fuga da New York" invece rappresenta una tendenza verso il negativo. Hauk e Snake potrebbero riproporre potenzialmente il rapporto tra Ethan Bishop e Napoleone Wilson, ma così non avviene: la missione viene accettata per convenienza da Snake, per poi essere imposta con la sopraffazione da Hauk mediante l'iniezione delle capsule velenose. Snake è l'alter ego di John Carpenter, il perno fisso su cui ruota il film e lo sguardo del regista stesso sul mondo che lo circonda.
Snake non ha un atteggiamento positivo, ma perlomeno il comportamento è coerente con il suo pensiero e quindi durante le sue peripezie nel carcere di New York viene evidenziata una certa solitudine che aleggia sul personaggio. I suoi rapporti con Cabbie o Mente sono estremamente provvisori dettati da convenienza e doppiogiochismo a seconda dei casi. Cabbie in fondo è una persona semplice pronto ad aiutarlo in cambio però della possibilità di fuggire, ma in fondo si nota una certa vigliaccheria come quando fugge non appena scorge le auto del Duca.
Vecchio compagno di avventure di Snake, fuggito lasciando il Nostro nei guai, "Mente" Harold rappresenta metaforicamente la doppiezza e l'ambivalenza che incombono sulla società che sta evolvendo in peggio, improntata su una logica utilitaristica tipica del reaganismo che sta muovendo a grandi passi nei primi anni '80. Depositario della mappa con la posizione delle mine sul ponte della 69esima, tiene in scacco persino il Duca, il quale a sua volta è ben consapevole della sua utilità dimostrando quindi una grado di pazienza maggiore nei suoi confronti. Fra Snake e Mente è un susseguirsi di improvvise rotture e fragilissime alleanze dettate dalla pura e semplice convenienza reciproca, in cui il "credito" di fiducia può esaurirsi in brevissimo tempo.
Unica eccezione è Maggie, la "pupa" di Mente, che non presenta caratteri in sostanza diversi di donna forte dalla Brenda di "Distretto 13" , ma con la differenza fondamentale di essere fedele all'uomo sbagliato (Mente) e quindi sotto certi aspetti all'ideale sbagliato contrariamente a quello più "giusto" rappresentato da Snake.
La sua fedeltà a Mente la condurrà fino a seguire il suo compagno fino alla morte, ma tuttavia questa sua sincera lealtà riesce ad incrinare la corazza di cinismo di Snake. Dopo la morte di Mente, saltato su una mina, si fa dare la pistola da Plissken per affrontare da sola il Duca, invece di fuggire con lui verso la salvezza alla fine del ponte. Nessuna parola fra i due, solo uno sguardo reciproco, straordinario per intensità, in cui traspare la consapevolezza di morire da una parte e l'ammirazione dall'altra.
In definitiva le certezze presenti in "Distretto 13" vengono erose in profondità in questa pellicola. Il pessimismo di Carpenter si fa molto più marcato, ma è solo una tappa interlocutoria verso l'Antartide de "La Cosa", dove vige il motto "Nessuno si fida più di nessuno ormai".
L'indeterminatezza della minaccia opera in modo così sottile che farà crollare ogni rapporto umano, le certezze sono annullate perchè tutti possono essere dei potenziali nemici. Persino nel finale lo stesso MacReady, quello che può essere considerato il punto fermo del film, Carpenter fa instillare il dubbio che lui stesso possa essere stato contagiato dalla Cosa.
"La Cosa" quindi rappresenta la fine di ogni certezza e lo sgretolarsi di ogni sicurezza da chiunque ti stia accanto.

Tra l'incudine e il martello: il Presidente e il Duca

Dopotutto sia il Presidente degli Stati Uniti che il Duca di New York non rappresentano valide alternative per Snake, anzi le similitudini fra i due non sono poche, proprio come fra Snake e Hauk. Cambiano i modi ma non intaccano la sostanza delle loro caratteristiche peculiari e dei loro obiettivi. Certamente il Duca si propone in maniera più diretta rispetto al Presidente, tuttavia quest'ultimo riuscirà a dimostrare la propria violenta bestialità quando falcerà il Duca stesso con la mitragliatrice ripetendo ossessivamente "Tu sei il Duca... tu sei il numero uno" come quando il Duca lo costringeva a dire quando era in ostaggio.
Inoltre bisogna dire che entrambi, pur essendo i leader dei loro rispettivi schieramenti, la cosidetta "società civile" e il mondo criminale, non sono a loro volta indispensabili a ciò che rappresentano: il Duca (ben interpretato con il giusto carisma dal cantante e musicista Isaac Hayes) è la personalità più potente di New York, ma non ne ha il controllo assoluto, tant'è che i crazies hanno il dominio totale del sottosuolo e non si farebbero certo scrupoli a prendere lo stesso Duca come riserva di cibo.
Quando una delle auto del Duca (guidata da Snake) attraversa Broadway viene letteralmente presa d'assalto dalla banda locale. Per confermare e rinforzare la propria leadership ha bisogno del Presidente in ostaggio per ottenere l'amnistia che porterà alla liberazione dei detenuti del carcere.
Lo stesso Presidente non è certo in una situazione migliore: l'uomo più potente degli interi Stati Uniti e del mondo è comunque, in una situazione estrema come questa, sacrificabile per un fine più importante della sua stessa persona. Nella sua valigetta è custodita un'audiocassetta che verrà fatta ascoltare ad un vertice politico molto importante ad Hartford. Il contenuto della cassetta è una formula per la fusione nucleare. Se non verrà recuperata entro il tempo prestabilito per l'inizio di questo vertice, il presidente verrà lasciato al suo destino.
Lo sguardo di Snake (e di Carpenter a sua volta) verso queste due figure è privo di ambiguità. Rappresentano il degrado sociale e morale degli Stati Uniti. Ognuna di esse rappresenta un modello a cui il protagonista cerca di fuggire a tutti i costi.
Il Duca verrà "sistemato" dalla sventagliata di mitragliatrice del Presidente. Il Presidente a sua volta, rientrato nel suo ruolo istituzionale e dopo il tipico quanto ipocrita ringraziamento di circostanza, verrà sbeffeggiato in mondovisione dallo stesso Snake che ha sostituito l'audiocassetta della formula nucleare con un'altra di musica jazz, per poi successivamente distruggerla nell'epilogo finale.

"Escape From New York" offre un apparato visivo di livello assoluto malgrado un budget di portata medio-bassa (sette milioni di dollari). Detto delle scenografie reali del quartiere di St. Louis, bisogna considerare anche il lavoro di matte painting svolto da Joe Alves che crea il perfetto sfondo angosciante della città, unito alla maestria di Dean Cundey nella fotografia. Per quest'ultimo è l'ennesima riprova della sua bravura soprattutto nelle ambientazioni notturne e con poche fonti di luce. Cundey è stato uno dei collaboratori fondamentali di John Carpenter: pellicole come "Halloween", "Fog" o "La Cosa" recano il suo marchio, favorendo anche la fama dello stesso regista che venne considerato ai tempi un vero maestro proprio nelle ambientazioni in notturna.
Il countdown delle ventitre ore, la corsa contro il tempo inoltre, conferiscono al film un ritmo narrativo molto sostenuto e senza sosta che raggiunge il suo apice di adrenalina nella resa dei conti finale fra Snake, il Duca e il Presidente davanti al muro di cinta del carcere. Comunque anche nelle scene di pausa, la calma è solo apparente. E' sempre frequente quel sottofondo di frenesia creato dal processo di scioglimento delle capsule di veleno iniettate con l'inganno a Snake: un'atmosfera da Spada di Damocle che rimane costante per tutta la durata della pellicola.

Tanti sono gli elementi che caratterizzano questa pellicola, ma la colonna sonora composta dallo stesso Carpenter e da Alan Howart è uno di quelli che l'hanno resa famosa in tutto il mondo e capace di resistere nel tempo. Si sposa perfettamente alle immagini del film, contribuisce ad esaltare quel clima angosciante e claustrofobico di una New York annientata nel suo profondo.
La colonna sonora è sempre stata un segno distintivo dei film di questo regista, ma se in altri suoi film il tema principale rimane una componente predominate rispetto al resto, in "Escape from New York" tale gap è più ristretto tanto da rappresentare un elemento portante dell'ossatura del film.
Non è soltanto il tema principale che rimane impresso nella mente, ma è tutto il complesso dei brani di questa colonna sonora ("The Duke Arrives", "Over The Wall", "Arrival At The Library" per citarne alcuni) che ha contribuito al successo del film, tant'è che nel tempo è stata oggetto anche di varie rimasterizzazioni. Con ogni probabilità è il miglior lavoro musicale concepito da Carpenter per un film.

"Escape from New York" rappresenta una delle opere più mature del regista americano, capace di suscitare un fascino ancora oggi a quasi trent'anni dalla sua uscita e di influenzare in qualche modo anche un certo tipo di cinema di genere (basti pensare alle scenografie di "Blade Runner" di Scott). E' anche uno dei vertici commerciali di Carpenter, prima che il disastroso flop al botteghino de "La Cosa", immediatamente successivo a questo film, lo ha posto in rotta di collisione con l'industria cinematografica hollywoodiana.

"You going to kill me now, Snake?"
"I'm too tired. Maybe later."

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Recensione a cura di The Gaunt - aggiornata al 30/08/2010 17.08.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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