Recensione acacia regia di Park Ki-Hyung Corea del Sud 2003
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Recensione acacia (2003)

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locandina del film ACACIA

Immagine tratta dal film ACACIA

Immagine tratta dal film ACACIA
 

Mi-sook vive con suo marito Do-il e il padre di lui. Il suo più grosso cruccio è di non riuscire ad avere figli, motivo per cui i due decidono per un'adozione.
Mi-sook si innamora dei disegni di Jin-sun, uno dei ragazzi dell'orfanotrofio, e sceglie di adottarlo. Dopo poco tempo scopre che il ragazzino è ossessionato dagli alberi e che passa il suo tempo sotto la grande acacia nel giardino di casa.
La situazione si complicherà quando la donna darà inaspettatamente alla luce un figlio.

L'orrore, quello vero senza bisogno di mostri o di eccessi di emoglobina, è sempre inquietante.
Spesso ambientato tra le pareti di casa, a negazione del fallace sentimento di sicurezza che esse solitamente evocano, risulta ancora più disturbante.
E se c'è qualcosa che può peggiorare la già dolorosa sensazione di essere testimoni di un abuso, di sicuro è il fatto che a subirlo sia un bambino, cosa che rende al limite del sostenibile l'intera esperienza.

Jin-sun è un ragazzino gracile e amante degli alberi. Passa il tempo sotto i rami spogli di un'acacia e ne abbraccia il tronco con una fame d'affetto che fa male all'anima di chi lo guarda.
I suoi genitori adottivi sono premurosi e attenti ai suoi sentimenti. Cercano di farlo sentire a casa, anche quando arriva un indesiderato fratellino. Ma qualcosa va storto e il ragazzino sparisce.

La famiglia a mano a mano si sgretola. La madre lentamente sprofonda nell'ossessione. Il padre nell'aggressività immotivata. E i nonni hanno degli strani incidenti. L'albero di acacia fiorisce per la prima volta dopo molti anni. E la bambina dei vicini, unica amica di Jin-sun si comincia a sedere sotto il tronco.

"Acacia" è un horror dal taglio essenziale. La regia limpida, senza sottolineature insinua una blanda inquietudine nello spettatore, il quale viene presto catturato dai dettagli lasciati cadere qua e là che sottintendono più che indicare una realtà altra, opposta a quella inizialmente dichiarata.
Il senso ultimo di raccontare una storia che in definitiva parla di sentimenti negati e di follia è da ricercarsi nella modalità originalissima di rappresentazione del dolore. Con il solo espediente di sovrapporre gli attori di oggi al dramma del momento passato in cui tutto si è compiuto, la regia crea una intrigante confusione di ruoli, che fino a pochi istanti dalla fine non lascia mai presagire l'effettivo coinvolgimento di tutti gli attori nei fatti rappresentati.

La fotografia accurata riesce nel difficile compito di rendere ansiogena la sola vista di un albero, filmato in luminose sequenze oniriche le quali accrescono la magia sottintesa al racconto, aumentando la sensazione dello spettatore di essere capitato in una favola, ma di quelle nere.

Shim Hye-jin, già in "Ginko Bed" e in quel piccolo gioiello di "Green Fish", riesce a rendere ambigua l'anima di una madre senza mai strafare, usando a volte la sola piega dello sguardo che, a seconda dell'inquadratura può essere amorevole e minacciosa in un attimo.
Mentre Kim Jin-geun, successivamente nel bellissimo "The Scarlet Letter", rivela insospettate capacità di rappresentazione di una follia tanto più letale quanto inaspettata.
Ma quello che resta nel cuore dello spettatore è il volto del piccolo Mun oh-bin, perfettamente in bilico tra il dolore della perdita e la scelta della fuga di fronte al rifiuto altrui. Proprio come se per i bambini come lui non ci fosse mai una possibilità di lieto fine. E purtroppo non ci sarà neanche questa volta.

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Recensione a cura di Anna Maria Pelella - aggiornata al 16/03/2010

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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