Recensione alice nel paese delle meraviglie (1951) regia di Clyde Geronimi, Wilfred Jackson USA 1951
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Recensione alice nel paese delle meraviglie (1951)

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locandina del film ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE (1951)

Immagine tratta dal film ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE (1951)

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"Go ask Alice
When she's ten feet tall
"

"Và e chiedi ad Alice
com'è sentirsi alti dieci piedi
"

"White Rabbit" - Jefferson Airplane

Una delle favole più amate di tutti i tempi da grandi e piccini è opera di una delle tante, controverse figure dell'Ottocento, nata in un'epoca e in un luogo essi stessi controversi: l'Inghilterra vittoriana.
L'autore, che anagraficamente risponde al nome di Charles Lutwidge Dodgson, tradotto in latino e poi anglicizzato in Lewis Carroll, era un illustre professore di matematica, ordinario all'università di Oxford, tra le menti più brillanti del periodo tanto che scrisse, con il suo vero nome, vari trattati di matematica e logica.
Sotto il rispettabile abbigliamento di universitario e uomo di scienze però, si nascondevano una vitalità e una genialità difficili da tenere a bada, oltre che una smisurata passione per le lettere. Così, mentre il professor Charles Dodgson perdeva tempo a "forzare i ragazzi svogliati a un apprendimento per cui non sono portati", il signor Lewis Carroll passava il suo a contatto coi bambini, facendo loro foto – e coltivando al tempo stesso quest'altra sua passione – apprendendo dalla loro spontaneità forse più di quanto loro apprendessero dalla sua sapienza.
E' una consuetudine che oggi – ma anche allora – non verrebbe vista di buon occhio: un ventiquattrenne che prova interesse più per i bambini che per i suoi coetanei fa un effetto strano; ma d'altra parte perché meravigliarsi se, in quella stessa Inghilterra, c'era un medico che di notte si divertiva a fare a pezzi le prostitute? Un'epoca illuminata, certo, ma non è pur vero che dove c'è luce ci dev'essere anche ombra?
La contraddizione insita in questa constatazione giustifica allora l'esistenza di taluni personaggi dalla doppia vita: perché le persone dovrebbero astenersi dal contraddirsi, se è proprio la società che li domina che lo fa?

La questione è di enorme importanza perché il romanzo "Alice in wonderland", e con esso il film, è tutto giocato sulla contrapposizione del mondo fantastico con quello reale, sul ribaltamento, sull'effetto specchio.
Charles Dodgson e Lewis Carroll continueranno le loro vite assieme, l'uno di spalle all'altro ma comunque strettamente uniti: il primo manterrà la cattedra fino alla fine dei suoi giorni, il secondo, ispirato dalle figlie del rettore di Oxford – una delle quali di nome Alice – e grazie proprio alla sua malvista passione, produrrà un capolavoro mondiale della letteratura per ragazzi; due metà opposte indissolubilmente legate.
Tant'è che Dodgson, una volta abbandonato lo pseudonimo di Carroll nel 1897, non riuscì a resistere più di un anno prima di arrendersi alla morte. La fine di una metà determina, a ragione, la fine del tutto.

Una celebre frase di Orson Welles recita:
"In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos'hanno prodotto? Gli orologi a cucù".

L'ordine e il buon governo mortificano l'arte, la quale si palesa solo con un gesto di rottura, una violazione del rigido codice morale. Il genio, incasellato in una semplice pedina all'interno del complesso sistema che è la società, deve venir fuori, infrangere le regole che gli stanno strette e solo così può consegnarsi alla storia. L'alternativa è vivere in uno stato di apatia e morire irrealizzati, dimenticati da tutti.

E' intorno agli anni '30 che il celebre animatore americano Walt Disney comincia ad interessarsi ad "Alice in wonderland" di Carroll, prendendo in considerazione perfino di realizzare un lungometraggio misto di personaggi reali e animati.
Causa conflitto mondiale però, il progetto slitta ai primi anni '50 e vede la luce il 28 Luglio 1951 (data della prima uscita negli Stati Uniti), divenendo il tredicesimo classico Disney secondo il canone ufficiale.
La sceneggiatura è frutto di una rielaborazione dei due romanzi di Carroll, "Alice nel paese delle meraviglie" e "Attraverso lo specchio", scritta in modo che il film non durasse troppo e perciò figlia di una rigida selezione di personaggi e scene; si può notare difatti come il ben più fiacco seguito rechi la sua impronta solo con qualche personaggio tra i più riusciti (Tweedledum e Tweedledee, diventati Pinco Panco e Panco Pinco in italiano) e figure di contorno (i fiori parlanti). In ogni caso la trasposizione su pellicola, compito arduo specie in casi come questo, è ciò che consegna definitivamente l'opera di Carroll alla storia e ci mostra come Disney non disdegnasse le imprese rischiose e, anzi, le accettasse per potersi scoprire vincitore: il film è, in un certo qual modo, un'opera a sé stante o, meglio, più ricca e più completa del libro, perché compendiata da un sostrato profondo di critica sociale e allusione, sapientemente nascosto al pubblico più giovane, cioè quello a cui principalmente si rivolge.
Disney si dimostra genio al quadrato, capace non solo di sceneggiare ma anche di ammodernare, personalizzare e affilare la già ambigua storia per bambini di Carroll.
E diciamo personalizzare perché il padre dell'animazione occidentale non era nuovo a scelte, per così dire, discutibili e a scene dubbie: lo aveva già fatto (l'allucinogena sequenza di un Dumbo ubriaco nell'omonimo classico del 1941 e, un anno prima, l'orgiastica danza di colori e musica di Fantasia), continuerà a farlo.
Non dovrebbe più suonare strano saperlo capace di dotare i suoi cartoni di doppio fondo, soprattutto con la cattiva pubblicità che la satira (Griffin in testa) fa oggi di lui: massone, pedofilo, antisemita e chi più ne ha più ne metta. Cosa di tutto questo sia vero, di tutti i presunti messaggi subliminali con cui avrebbe bombardato l'infanzia di mezzo mondo, non è dato sapere, sta di fatto che anche lui, Walt Disney, era un personaggio controverso, proprio come l'uomo che gli ha donato la storia per il suo più grande capolavoro. E' lecito chiedersi se questo possa aver contribuito.

Inutile parlare di trama, termine che indica la struttura di un tessuto e perciò stesso implicante un intreccio di fatti e situazioni; già il libro di Carroll era venuto fuori da una storiella improvvisata, allungato appositamente in forma scritta per poter ambire alla dignità di romanzo, ma il film di Disney, come già detto compresso per non risultare troppo lungo, si riduce a una sfilata di bizzarri personaggi, abbozzati, più che disegnati, con rapide e precise pennellate, una corsa frenetica che non lascia spazio alla caratterizzazione, alla contestualizzazione e al ragionamento.

La storia, la conosciamo tutti, è quella di Alice, bambina stufa dell'incolore mondo reale che, seguendo un coniglio bianco in un tunnel, si ritrova nel paese della contraddizione, del paradosso e del nonsenso.
L'importanza dei singoli incontri che scandiscono il viaggio di Alice nel mondo fantastico ci porta a fare un'analisi più approfondita dei personaggi, che poi sono la colonna portante dell'intera opera, cercando di cogliere anche eventuali rimandi alla realtà e possibili significati metaforici.

La prima creatura con cui Alice viene a contatto è il coniglio bianco, Bianconiglio nella resa cinematografica, che la distoglie dalla noiosa lezione di storia con la sorella in un sonnacchioso pomeriggio estivo. La visione del coniglio in panciotto e orologio da taschino è un trait d'union tra il mondo reale e quello onirico; Alice tenterà per tutto il viaggio di raggiungerlo, senza sapere a quale scopo, come fosse un escamotage per fuggire dalla realtà.
Dopo l'ingresso nella tana del coniglio, comincia una lenta caduta in un pozzo profondissimo dove le leggi della fisica sembrano non esistere: è già la prima negazione della rigidità del mondo "di sopra", che appare ancora più marcata se pensata in rapporto ad un'epoca, come quella vittoriana, imbevuta del pensiero positivista.
Alla fine della corsa Alice si ritrova in una stanza con la porta minuscola: è questo il vero ingresso al paese delle meraviglie e la stanza è un limbo, un'anticamera dove sarà chiamata ad affrontare una prova di iniziazione – i vari cambi di statura – prima di poter passare; la porta ha funzione di filtro verso chi è troppo grande, e quindi verso chi non riesce a pensare come un bambino, a immaginare. Trascurabile il ruolo della serratura parlante, non presente nel romanzo.

Dalla stanza si passa ad una sorta di tunnel sotterraneo, una fogna invasa dalle lacrime di Alice. Si nota che non c'è successione logica tra i luoghi - e così sarà fino alla fine – proprio come nei sogni, quando la nostra mente, in assenza di una coscienza ordinatrice, si può concedere simili balzi spaziali.
Nella fogna Alice incontra capitan Libeccio, uno spassosissimo personaggio secondario che parla con termini marinareschi e organizza una folle "maratonda" con altre creature di mare allo scopo di farle asciugare.
Il successivo salto ci porta ai fratelli Pinco Panco e Panco Pinco, la cui apparizione è per gran parte caratterizzata dal racconto in rima de "Il tricheco e il carpentiere" con morale sulla cupidigia dell'uomo. Si badi che molte delle poesie e filastrocche inserite da Carroll sono storpiature di quelle con cui, alla sua epoca, si intendeva istruire i ragazzi all'educazione e ai buoni valori. Anche qui si rispetta dunque la legge del ribaltamento, l'unica che regola questo mondo immaginario.

Dopo l'ennesimo cambio di statura nella casa del coniglio, Alice giunge nel giardino dei fiori parlanti, l'episodio più significativo tratto da "Attraverso lo specchio".
L'esibizione canora dei fiori mette in luce una capacità di umanizzazione che ancora oggi contraddistingue gli animatori Disney: la rosa nella sua autorevolezza da prima donna, la frivolezza della margherita, la signorilità della viola, l'eleganza del giglio, gli svitati asfodeli e i tulipani pettegoli. In questa variegata congrega di tipi umani, femminili principalmente, fatta di pomposità e buoni modi, si rivela infine un'ipocrisia e una cattiveria spietata, nel momento in cui Alice si presenta come una bambina. La frecciata all'ambiente alto borghese, schizzinoso e al contempo brutale verso le classi più povere, è evidente: un mondo lustro fuori e marcio dentro che Carroll, suo malgrado, doveva esser solito frequentare.

E' la volta del Brucaliffo, uno dei personaggi più amati che tanto ha contribuito all'associazione tra il viaggio di Alice e l'assunzione di sostanze stupefacenti. Verosimilmente il bruco blu che fuma narghilè, seduto beatamente su un fungo che funge da trono, è la caricatura del professore, categoria della quale evidentemente Carroll non si sentiva parte.
La voce fonda, la leggerezza nel dare consigli che egli stesso non rispetta, la presunzione con cui pone domande che solo a lui sembrano permesse, la posizione più elevata e la delicata questione dell'altezza: è un ritratto dell'insegnante ottocentesco, della supponenza e del solipsismo concessogli dal piedistallo su cui siede; non esistono altri "io" all'infuori del suo, tant'è che quando scappa ad Alice, l'adirata risposta è "Chi esser tu?", sottotitolata da un "URU" di fumo – la pronuncia richiama a "Who are you?".
La metamorfosi finale ci ricorda che il baco è il primo stadio evolutivo della farfalla: anche chi siede in cattedra, dunque, ha ancora molto da imparare.

Lo stregatto è una figura eccezionale e indescrivibile nel film: conserva il ruolo marginale del libro, ma con Disney acquista nuova linfa vitale, risaltando come un bassorilievo nonostante rimanga sullo sfondo della storia.
Nelle funzioni di Propp non esiste un personaggio simile, un misto tra aiutante, aiutante dell'antagonista e oggetto magico. Il ghigno sornione rimarrà alla storia non meno di quello della Monna Lisa.

"Mad as a hatter" (matto come un cappellaio) era un modo di dire in voga nell'Inghilterra dell'ottocento, dovuto al frequente utilizzo del dannoso mercurio da parte dei cappellai, che a lungo andare causava tremolii agli arti e danni all'eloquio.
Il cappellaio matto è senz'altro il più esplosivo degli abitanti del paese incantato; insieme al leprotto bisestile e al ghiro dà vita a dieci esilaranti minuti di fracasso totale: il tè, sacro pasto pomeridiano inglese, diventa occasione per far baldoria e soprattutto condizione perenne dei tre disgraziati, costretti da un orologio rotto a restare fermi, per sempre, alle ore diciotto.
Il non-compleanno, in prestito dall'Humpty Dumpty di "Attraverso lo specchio", è una presa in giro delle convenzioni festive, un'altra conseguenza della legge dell'opposto che diventa un'ulteriore chicca di assurdità.

Dopo la simpatica parentesi nella foresta dei Tulgi, l'ultima tappa è il palazzo della regina di Cuori, sede del "potere costituito", anch'esso dominato dalla dissennatezza. Qui fa la ricomparsa il coniglio bianco che Alice tanto ha seguito: egli altro non è che l'araldo della regina, costretto in una condizione di servilismo come tutti i fanti, i giardinieri – i quali addirittura si accusano tra loro – e il re stesso. E' già il modo ironico con cui vengono stravolte le proporzioni tra re e regina - nella statura, nella corporatura, finanche nella voce – che la dice lunga su chi tiene le redini.
La partita di croquet, altra strizzata d'occhio ai costumi inglesi dell'epoca, diventa una farsa dove tutti sono impegnati a compiacere la sovrana; l'udienza in tribunale, tra giurati ignoranti, testimoni del tutto all'oscuro dei fatti e un imputato innocente è un delirio di malagiustizia che si può riassumere anche con la massima della regina "Esecuzione prima, sentenza poi".

Gli ultimi minuti si risolvono, ancora, come un sogno, quale appunto è stato: un vortice confuso e indistinto di immagini in cui riaffiorano tutti i personaggi, i comprimari e le comparse, interrotto dall'improvviso risveglio.
Sembra un taglio netto, un finale affrettato, ma l'effetto è perfettamente contemplato: Disney non vuole indugiare sull'altro mondo, non serve, lo spettatore non ne ha bisogno. Il film è questo e questo dev'essere: un sogno, una visione, un trip, un'esperienza estatica e surreale da cui trarre un significato personale.

E' opportuno inoltre spender un po' di righe su un problema che sorge puntualmente nelle opere ricche di poemetti in rima o di giochi di parole: la traduzione, impresa in cui molti non si cimentano per non rovinare l'effetto originale. In Italia dobbiamo ritenerci fortunati per il fatto che molte battute, pur diverse dalla forma inglese, ci sono arrivate in un modo o nell'altro, a costo anche di cambiamenti netti, e questo grazie a un maestro come il dialoghista Roberto De Leonardis: è il caso, in particolare, del micio di Alice, diventato Oreste per far funzionare l'equivoco del tè di cui sarà successivamente protagonista il cappellaio. O, ancora, la geniale soluzione trovata per il personaggio di Biagio Lucertola che si esprime con l'espressione "lucerto", nonché il doppio significato di "seccante" nella canzoncina di Capitan Libeccio.
Tante piccole cose, a cui magari neanche si fa caso, che nascondono un lavoro enorme di chi, giustamente, non vuole snaturare l'essenza di un'opera in cui il doppio senso e l'ambiguità hanno tanto valore.

Di paragoni tra libro e film ne sono già stati fatti tanti e il lavoro di taglio/aggiunta è stato svolto dagli sceneggiatori con gran saggezza, con l'unica eccezione di Humpty Dumpty, un personaggio eliminato che è entrato nella leggenda del nonsenso e ha posto nuovi interessanti problemi nella semantica.
La questione che preme, però, è la differenza nella genesi e nelle finalità dell'uno e dell'altro.
Ad oggi, per quanto riguarda Carroll, vogliamo credere che vi fosse davvero in lui un amore puro verso il mondo infantile, un fanciullino iperattivo che prendeva il sopravvento in certi momenti e lo portava a immaginare storie fantastiche, pur con un velo di critica verso la società che stava avvilendo il suo alter ego.
Con Disney è più difficile essere giustificazionisti: le provocazioni, a tratti, sono evidenti, forse perché è proprio la forma animata ad essere più espositiva ed esplicita, ma questo va solo a dare spessore al cartone, donandogli una dimensione misterica e maledetta.
La componente allucinogena è divenuta proverbiale; non è un caso che, nella citazione sopra riportata, il gruppo psichedelic rock dei Jefferson Airplane abbia voluto interpretare tutta quella fantasia con un po' più di malizia... tuttavia è probabilmente un mito da sfatare in parte: è difficile da trovare nello scritto di Carroll, ma si può leggere molto meno artificiosamente nella trascrizione Disneyana, il che diventa in qualche modo un surplus, se si pensa che, anno 1951, i film più pungenti erano, altro paradosso, quelli rivolti ai bambini.

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Recensione a cura di julian - aggiornata al 10/06/2010 12.55.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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