Recensione del perduto amore regia di Michele Placido Italia 1998
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Recensione del perduto amore (1998)

Voto Visitatori:   6,50 / 10 (2 voti)6,50Grafico
Miglior attore non protagonista (Fabrizio Bentivoglio)
VINCITORE DI 1 PREMIO DAVID DI DONATELLO:
Miglior attore non protagonista (Fabrizio Bentivoglio)
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locandina del film DEL PERDUTO AMORE

Immagine tratta dal film DEL PERDUTO AMORE

Immagine tratta dal film DEL PERDUTO AMORE

Immagine tratta dal film DEL PERDUTO AMORE

Immagine tratta dal film DEL PERDUTO AMORE

Immagine tratta dal film DEL PERDUTO AMORE
 

Un sacerdote di mezz'età durante la celebrazione ha un'epifania ("improvvisa percezione della realtà o del significato di qualcosa, originato in genere da una semplice, comune situazione o ricorrenza") che lo riporta al passato: rivediamo in flashback il protagonista quattordicenne nel suo paese natio tra Puglia e Basilicata all'epoca delle manifestazioni bracciantili.

Michele Placido, regista e sceneggiatore della pellicola (suo il cameo iniziale del protagonista adulto e prete), confeziona una ricostruzione impeccabile del periodo storico in cui è ambientato il film (la fine degli anni Cinquanta), coadiuvato da altri attori locali quali Rocco Papaleo e Sergio Rubini e regalando a Giovanna Mezzogiorno un ruolo da protagonista a tutto tondo.

La storia si sofferma sul dolente personaggio della giovane Liliana di origini alto-borghesi (il gretto e dispotico zio è il "signorotto" del paese, a cui si deve cieca e muta obbedienza), in rotta con la famiglia per la sua appartenenza al Partito Comunista e per le sue idee di emancipazione.

In un'epoca che vedeva le donne destinate a essere mogli e madri taciturne, Liliana si scontra con la mentalità chiusa dei suoi compaesani compresi i compagni di partito, che mal sopportano la sua mente brillante e le sue idee innovative. Se la scuola di appannaggio soprattutto ecclesiastico e fruita principalmente dalla borghesia di sesso maschile imponeva i suoi insegnamenti dall'alto, Liliana sulla scia di altri coraggiosi pedagoghi del Novecento sceglie una baracca di campagna per dare un insegnamento diverso ai reietti: le bambine a cui veniva negata l'educazione o chi non accettava le imposizioni ex cathedra.

Lo spettatore ha però la percezione che il regista sia decisamente schierato dalla parte della protagonista femminile (il punto di vista è quello del futuro sacerdote ragazzino silenziosamente invaghito di Liliana): i personaggi maschili sono gretti, chiusi e persino il giovane dottore, che ha una relazione con la maestrina, mostra il suo lato negativo scegliendo di stare con la moglie sposata per denaro più che per amore, piuttosto che affrontare il ludibrio popolare in qualità di pubblico concubino. La storia così, apprezzabilissima per le tematiche illustrate, scivola spesso nell'agiografia (vedasi la scena del funerale della ragazza con l'ampia partecipazione delle donne del paese, fino ad allora segregate e silenziose).

Consigliato soprattutto a chi vuole approfondire un pezzo di storia.

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Recensione a cura di peucezia - aggiornata al 23/01/2012 16.23.00

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