Recensione drag me to hell regia di Sam Raimi USA 2009
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Recensione drag me to hell (2009)

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locandina del film DRAG ME TO HELL

Immagine tratta dal film DRAG ME TO HELL

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In quel di Los Angeles, Christine Brown spera di ottenere una promozione presso la banca in cui lavora. Il suo capo sembra però preferirle Stu, un collega meno talentuoso ma più inflessibile con i clienti che si presentano a richiedere prestiti o a negoziare mutui. La donna, determinata a mostrarsi all'altezza, rifiuta una dilazione del mutuo all'anziana signora Ganush, nonostante quest'ultima la supplichi in ginocchio di non farle perdere la casa. Al suo rifiuto, la vecchia le indirizza una potente maledizione, e Christine avrà solo tre giorni di tempo per sottrarsi alla Lamia, un demone che la perseguiterà senza posa per sprofondarla nelle fiamme dell'inferno.

Prodotto dalla Ghost House di Sam Raimi, che in questi anni ha sfornato opere ben poco memorabili tranne, forse, "30 giorni di buio", e diretto dallo stesso regista statunitense, "Drag Me to Hell" è un divertito ritorno alle origini nonché una corroborante vacanza dalle produzioni a grosso budget alla Spiderman. Dalla trilogia di "The Evil Dead", Raimi mutua il medesimo, irresistibile mix di horror e commedia slapstick, mentre la logica è quella dei fumetti della EC Comics e di testate come "Tales from the Crypt" o "Vault of Horror", contro cui si accanivano i censori americani negli anni '50. Come prevedibile, non mancano omaggi e citazioni per insaporire il sulfureo calderone: Raimi tira in ballo nientemeno che Jacques Tourneur e il suo classico "La Notte del Demonio" (tratto da M.R.James), mentre il fratello Ivan, autore della sceneggiatura, innerva la trama di suggestioni kinghiane ("L'Occhio del Male"), anche se l'ilare cavalcata in odore di autocompiacimento nasconde un apologo sull'avidità che ha il sapore acre di alcuni nerissimi racconti del "cinico" Ambrose Bierce.

L'intelaiatura dell'horror tradizionale e meno deviante, come si sa, è assimilabile a quella di un "morality play" di stampo medievale, in cui, alla fine, tutte le trasgressioni vengono punite e l'ordine ripristinato, senza tralasciare un qualche tipo di ammonimento di ordine morale. In tempi di recessione globale e crisi dei mutui, la protagonista Christine Brown rinuncia ai propri principi, vende l'anima al diavolo per migliorare il proprio status lavorativo e per acquisire una posizione sociale che la metta alla pari con quella del vacuo fidanzato Clay, senza arretrare davanti a nulla pur di liberarsi dell'importuna maledizione. E per questo deve essere punita, attraversando una vera e propria Via Crucis per raggiungere la salvezza, senza contare che i risultati di tanta abnegazione resteranno incerti fino all'ultimissimo fotogramma, come nella migliore tradizione del genere.

Il tono è quello baracconesco, da Circo Barnum dell'Oltretomba, a cui Raimi ci ha abituato, tra geyser di fluidi necrotici di varia provenienza, dentiere volanti, posseduti che fluttuano a mezz'aria eruttando sangue, tombe scoperchiate in cimiteri alla Ed Wood e improbabili esorcismi. "Drag Me to Hell" si trastulla con letizia e sfacciataggine con arcinoti stereotipi, necessari ingranaggi senza i quali la storia non potrebbe funzionare. Così la signora Ganush è una decrepita megera che proviene dall'Europa dell'Est (come negli horror targati Universal degli anni '30), l'esperto di esoterismo è un cartomante indiano, le malevole apparizioni sono inevitabilmente accompagnate da un tonitruante commento musicale, e via discorrendo.
Come sempre accade nel cinema americano, non mancano grossolane imprecisioni e cialtronaggini, visto che la Lamia, anche senza scomodare John Keats, non è un demone cornuto bensì, secondo la mitologia classica, una creatura femminile dal corpo di serpente che seduce gli uomini per poi berne il sangue.

Alison Lohman, nonostante la prima scelta di Raimi fosse Ellen Page, se la cava egregiamente nei panni dell'antipaticissima eroina, ma la vera star del film è Lorna Raver che, nelle vesti della signora Ganush, dona nuove e inaspettate sfumature all'aggettivo "repellente".

Il film farà senz'altro felici i nostalgici del vecchio Raimi, che sfodera con ludica verve ed energia tutti i trucchi del suo collaudato campionario da prestigiatore, ma susciterà un sostanziale senso di déjà-vu in tutti gli altri, che magari si aspetterebbero qualcosa di differente dal compiaciuto attardarsi in territori già abbondantemente esplorati.

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Recensione a cura di Nicola Picchi - aggiornata al 05/06/2009

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