Recensione flags of our fathers regia di Clint Eastwood USA 2006
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Recensione flags of our fathers (2006)

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locandina del film FLAGS OF OUR FATHERS

Immagine tratta dal film FLAGS OF OUR FATHERS

Immagine tratta dal film FLAGS OF OUR FATHERS

Immagine tratta dal film FLAGS OF OUR FATHERS

Immagine tratta dal film FLAGS OF OUR FATHERS

Immagine tratta dal film FLAGS OF OUR FATHERS
 

Clint Eastwood è uno statunitense che ama la sua patria; è fiero di essere americano, ma allo stesso tempo non risparmia le critiche a certi comportamenti che vengono intrapresi dalla sua nazione per il "bene comune".
L'ultima opera del famoso regista/attore racconta lo sbarco americano sull'isola giapponese di Iwo Jima, analizzando in particolar modo le conseguenze che tale evento ha portato all'interno degli USA.
Al fine dell'analisi del film, è bene riportare un paio di nozioni storiche utili a capire in quale contesto si va a collocare questo scontro. Il periodo è quello della guerra del Pacifico. Questo conflitto esordisce in tempi precedenti rispetto alla Seconda guerra mondiale pur vedendo protagonisti gli americani solamente a partire dal 1941 (con il noto attacco giapponese alla base americana di Pearl Harbor). "Flags of our fathers" parla di uno dei più sanguinosi capitoli di questo conflitto: l'attacco americano all'isola di Iwo Jima, roccaforte giapponese situata a sud dell'arcipelago nipponico. Iniziato il 19 dicembre del 1945, questo fu uno degli scontri cruciali della Seconda guerra mondiale, nonché una delle pagine più sanguinose del conflitto stesso: in poco più di un mese i caduti statunitensi furono settemila, quelli giapponesi circa tre volte tanto; infatti la maggioranza dei militari nipponici preferirono il suicidio alla cattura.
Da questo momento in poi saranno svelate delle parti sostanziali della trama e, di conseguenza se ne sconsiglia la lettura a chi non ha ancora visto il film, caldeggiandone comunque la visione.
"Flags of our fathers" racconta le vicende di un gruppo di marines, composto da sei uomini, impegnati in questa violenta battaglia. I protagonisti, dopo la conquista di parte dell'isola, piantano nel suolo giapponese la bandiera americana e, dopo essere stati immortalati in una fotografia, verranno consacrati come eroi. Tre di loro moriranno, la restante metà verrà idolatrata in patria. La foto in questione diverrà poi il filo conduttore di tutta la storia.

Ciò che più colpisce nel film di Eastwood è il sentimento con cui il regista narra la vicenda. Come già scritto in precedenza, Clint ama l'America e nella pellicola questo affetto è ampiamente riscontrabile. Il suo rispetto è rintracciabile nell'immagine che egli ci fornisce dei marines: sono persone "normali" che moriranno per servire la patria. I sopravvissuti non sono eroi: sono solo individui che hanno un alto principio etico e morale della vita e, soprattutto, del loro servizio.
Però la sua visione dei fatti non è unilaterale: Eastwood non si dimentica del vero lato sporco della medaglia, evitando così di fare di tutta l'erba un fascio. Il suo film è radicalmente diverso da "Salvate il soldato Ryan" di Spielberg (qui nelle vesti di produttore). Nella pellicola di Steven è ravvisabile un enfatizzazione dell'esercito americano: ogni militare statunitense in "Saving Private Ryan" è rappresentato come un eroe. In "Flags of our fathers", invece, la parola "eroe" non è contemplata.
A dire il vero è lo stesso Eastwood che, alla fine della pellicola ci ricorda: "Sono le persone comuni che hanno bisogno di credere, di inventare gli eroi. I veri eroi sono quelli morti per salvare la vita a chi stava di fianco a loro e i loro nomi noi neppure li conosciamo" (cfr. James Bradley).
"Flags of our fathers" è un film che si prepone una demistificazione degli eroi: in quest'opera i marine vengono rappresentati senza quell'aura d invincibilità tanto cara agli americani, che non perdono mai occasione di eliminare ogni parvenza di "debolezza" nei propri miti. Eastwood "vuole bene" ai soldati, ma proprio per questo li ritrae come uomini normali, rendendoli quindi ancor più vicini a noi.
Clint, quindi, oltre a non mitizzare i marines, critica aspramente la classe dirigente americana. Questo pensiero è distinguibile già nella prima parte del film. Il valore e la moralità dei soldati sono inversamente proporzionali a quelli di taluni politici. Se i primi saranno devoti alla patria e pronti a servirla anche nelle situazioni più drammatiche, i secondi saranno impegnati solo a vedere il lato più superficiale della vittoria. A loro avviso la conquista di Iwo Jima non è il trionfo dell'impegno di tantissimi marines morti per aiutare l'America: è piuttosto interpretata come un trionfo finanziario, atto solamente a convincere il popolo che questa guerra non è stata poi così assurda. Per Gerber, importante funzionario del ministero del Tesoro, e personaggio chiave della pellicola, l'immagine che ritrae i marines sul monte Suribachi non è il frutto del sacrificio, ma "una foto, che poi non ne è neanche così bella (non fa vedere neanche le facce!) e che sembra aver fatto capire agli americani di aver vinto la guerra". Questa, ovviamente, è una tesi fortemente superficiale.
Ma il primo riscontro palpabile delle menzogne raccontate dagli americani è intuibile in alcune scene precedenti. Una, in particolare, è molto indicativa. I marines hanno appena terminato una campagna di addestramento e si stanno recando a Iwo Jima in nave. I caccia alleati decidono di dar spettacolo, prodigandosi in gagliarde manovre volanti; i militari sono al settimo cielo. Uno dei tanti, sporgendosi dalla nave, cade e i suoi compagni, inizialmente, sono divertiti.
La scena appare in un primo momento ridicola e, forse, perfino comica; i marines cercano di passargli una cima, ma lo sprovveduto non riesce ad afferrarla. Non verrà calata nessuna scialuppa e il soldato sarà destinato a morire annegato. A questo punto il motto dell'esercito "non ti lasciamo mai solo" citato da un commilitone non appare solo grottesco: la valenza di queste parole assume un significato insolente, denotando nello Stato Maggiore una certa spudoratezza nel mentire.

Dopodichè si entra realmente in guerra. Se si vuole realizzare un buon film bellico è necessario possedere un budget importante e, fortunatamente, Clint ne è provvisto. Tuttavia, avere a disposizione mezzi finanziari cospicui non implica obbligatoriamente la realizzazione di un capolavoro. Infatti, come il recente "Pearl Harbor" ci ha insegnato, oltre al denaro, è fondamentale avere anche un buon regista in grado di non sciupare le fortune ricevute. Grazie al cielo, Eastwood non sbaglia e la sequenza dello sbarco è assolutamente promossa. La tensione, dopo i primi istanti, cresce incredibilmente: i marines sono sbarcati sull'isola e nessuno (né americani, né soprattutto giapponesi) ha ancora fatto fuoco.
"Finalmente" una mitragliatrice inizia a sparare e quindi si scatena l'inferno. La camera non sta ferma un attimo: riprende i morti, i feriti che chiamano l'infermiere, i nostri protagonisti impegnati nell'annientamento dei membri di una "casa matta" e ricomincia nuovamente a mostrarci gli orrori della guerra. Questi dieci minuti sono indubbiamente di "grande cinema".
Nell'evoluzione della vicenda scopriremo poi che, al termine del quinto giorno, gli americani sono riusciti a conquistare il monte Suribachi, piantandovi una bandiera a stelle e strisce. Destino vuole, però, che un arrogante personaggio (appartenente all'apparato statale) decida di togliere questo drappo tenendoselo per sé. Quindi, dopo un ordine giunto da un capitano, sei uomini issano una nuova bandiera e un fotografo li immortala. Quest'immagine diventerà poi simbolo della vittoria e i marines in questione saranno osannati come eroi.
Quest'evento merita perlomeno un appunto. In effetti Eastwood fa notare allo spettatore diverse incongruenze che denotano superficialità e, a dirla tutta, anche un (bel) po' di ignoranza: i protagonisti vengono esaltati solamente per aver alzato un simbolo. Ma il punto non è solo questo: l'"eterna" gloria sarà solo di coloro che hanno dovuto rimpiazzare la bandiera, mentre chi lo ha fatto "realmente" sarà totalmente ignorato. E' già riprovevole il fatto di venerare delle persone solo per via di un "piccolo" sforzo, ma sbagliare anche sulla "scelta" degli eroi, appare indubbiamente ridicolo.
Ma la cosa più disgustosa è un'altra: come verrà poi evidenziato anche nei minuti successivi, il valore dei marines passerà totalmente inosservato; anche se loro fossero stati sei emeriti imbecilli, la società li avrebbe osannati ugualmente, pretendendo da loro un comportamento "superiore" e interdicendo loro di essere persone "normali". L'aver rischiato la vita in quei giorni è d'importanza secondaria, nessuno sembra averlo notato: l'importante è aver sollevato una bandiera.

Nel secondo tempo, poi, vengono a galla tutte le contraddizioni del sistema americano.
L'ormai famosissima foto ha fatto il giro degli Stati Uniti, ridando fiducia alla gente comune che, prima di allora, non vedeva una fine a questa interminabile guerra. I tre marines sopravissuti a Iwo Jima vengono chiamati dal governo americano per sponsorizzare l'impresa bellica. Lo stato è "a secco" e i buoni dell'esercito sono pressoché invenduti. "I nostri eroi" si devono quindi mostrare alle grandi masse per incoraggiarle a partecipare a questa "giusta" guerra. E poi, se sei riuscito a sconfiggere i musi gialli piantando una bandiera (sostitutiva) in territorio giapponese, perché non dovresti essere in grado di trovare diciotto miliardi di dollari utili a finanziare il governo per il proseguimento dei conflitti?! Quindi, in quest'ottica, chi non se la sente di "aiutare" il comune "bene" americano, non è inquadrato come una persona equilibrata o, perlomeno, raziocinante ma come "uno sporco indiano alcolizzato che probabilmente non era sobrio neppure quando è sceso in battaglia." (cfr. Bud Gerber).
In questa visione alquanto contorta della realtà, però, è riscontrabile un'immedesimazione del regista nei panni dei tre protagonisti: essi, contrariamente a larga parte delle persone "importanti", vengono inquadrati con grande accortezza, facendo risaltare in loro qualità di grande valore: Ira è un indiano insoddisfatto della propria vita. Egli detesta essere chiamato "eroe", ben sapendo che questa divinizzazione è stata solamente fortunosa. L'alcolismo di cui è vittima non è simbolo di mediocrità: rattristato dell'andamento della sua vita e deluso dal fatto di non trovare nessuno in grado di capirlo, il giovane indiano cerca nei liquori un'evasione dalla realtà. E' un personaggio che ricorda il Micheal Vronsky de "Il cacciatore", interpretato da Robert de Niro: Ira, proprio come Micheal, non viene compreso dalla società che non è disposta a rivedere la propria classificazione di "eroe".
Doc è il lato pulito della medaglia: anche quando viene colpito da un proiettile, fornisce il suo apporto a chi sta peggio di lui. Forse questi è il personaggio che più si avvicina all'accezione di "eroe" che noi intendiamo, anche se, come già spiegato, Eastwood fa attenzione a non glorificare il suo protagonista, sottolineando poi nella scena finale la sua umanità e rendendo chiaro che poi egli non era così diverso da tanti altri.
Rene, infine, è colui che cerca di "trarre profitto" dell'andamento dei fatti. Sarà lui a fornire la lista dei nomi della foto e sarà sempre lui a cercare di trarre vantaggio dalla posizione conseguita attraverso quel famosissimo scatto. Costui non è né un ipocrita, né un traditore: è semplicemente un ragazzo che cercherà di muoversi nel proprio interesse, senza ostacolare nessuno.

Sta di fatto, però, che la società americana, oltre a sbagliare il nome dei suoi "eroi", si dimentica presto degli stessi. Finita la guerra e raggiunta realmente la vittoria i tre amici non solo verranno completamente dimenticati dalle grandi masse, ma vedranno declinare quelle offerte lavorative che erano state proposte loro in precedenza.
Quindi i protagonisti, dopo aver strenuamente combattuto contro il comune nemico, dopo aver innalzato una bandiera unanimemente ritenuta simbolo della vittoria americana, dopo aver salvato non solo militarmente ma anche finanziariamente l'esito di una guerra destinata a fallire, vedranno perdere non solo i vantaggi (?!) acquisiti, ma anche la riconoscenza delle masse. Dunque l'America seppur salvata dai tre valorosi marines, non riuscirà che a fornire loro niente di più di un'azienda di pompe funebri, un lavoro da rappresentante e un'indecorosa morte.

Analizzando la regia di Eastwood sono quindi ravvisabili tre o quattro aspetti degni di essere citati.
In effetti, come già ampliamente riportato, "Flags of our fathers" sotto il profilo politico risulta un film indubbiamente completo, che denota in Clint un impegno davvero importante. Il regista di San Francisco si rivela poi gagliardo anche nel girare le scene belliche. Il suo talento visivo emerge in particolar modo nello sbarco sull'isola, scena iper-realistica che dà spazio alla sua tecnica. Questa sequenza (e non solo) deve molta della sua fortuna all'ottimo direttore della fotografia, Tom Stern, che già aveva collaborato in diversi film di Eastwood (tra gli altri, "Million Dollar Baby" e "Mystic River"). La fotografia basata su tinte decisamente grigie contribuisce infatti a rendere "Flags of our fathers" un film dalla grandissima potenza visiva. Infine va sottolineato che forse il regista pecca nella strutturazione narrativa della pellicola: nonostante la trama di "Flags of our fathers" non sia assolutamente complessa, la narrazione del regista appare talvolta un po' farraginosa. L'inserimento continuo di flash-back è sicuramente riuscito, ma il fatto che il narratore cambi due volte può creare qualche confusione nello spettatore. Questa scelta è forse imputabile al fatto che Eastwood non abbia voluto realizzare una pellicola troppo simile nella struttura a "Salvate il soldato Ryan"; il rischio era comunque inesistente poiché, come già precedentemente riferito, il film di Eastwood è radicalmente diverso da quello di Spielberg: "Flags of our fathers" è un film di denuncia, quello di Spielberg di guerra. Da evidenziare che il regista si è occupato anche della stesura delle musiche, realizzando una colonna sonora alquanto melanconica e piuttosto riuscita; in particolar modo, nel secondo tempo ci sembra di essere di fronte ad una "ninnananna".

Va inoltre ricordato che il cast è formato da attori non troppo noti, ma che comunque riescono ad essere piuttosto incisivi. I tre protagonisti sono Ryan Philippe, Adam Beach e Jesse Bradford; in particolar modo, il secondo fornisce un'interpretazione decisamente convincente. Nel cast sono anche presenti Barry Pepper (già visto ne "Il miglio verde" e "Salvate il soldato Ryan") e Jamie Bell, giovane attore (classe 1986) interprete di film come "Billy Elliot" e "King Kong" di Peter Jackson.

Infine è fondamentale notare che il film è tratto da una vera vicenda immortalata nel libro "Flags of our fathers. La battaglia di Iwo Jima" scritto, per l'appunto da James Bradley e Ron Powers, e sceneggiato dal premio Oscar Paul Haggis insieme a William Broyles Jr. (autore anche della sceneggiatura di "Jarhead" di Sam Mendes).

Insomma, un film da vedere che sottolinea la bravura di Clint Eastwood che, nonostante l'età, si conferma regista saggio ed intelligente in grado di confezionare opere molto interessanti. "Flags of our fathers", pur non essendo un capolavoro assoluto, tiene comunque alto il nome del cinema americano in anni piuttosto bui.

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Recensione a cura di Harpo - aggiornata al 27/11/2006

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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