Recensione frozen (2010) regia di Adam Green USA 2010
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Recensione frozen (2010)

Voto Visitatori:   5,99 / 10 (187 voti)5,99Grafico
Voto Recensore:   7,50 / 10  7,50
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locandina del film FROZEN (2010)

Immagine tratta dal film FROZEN (2010)

Immagine tratta dal film FROZEN (2010)

Immagine tratta dal film FROZEN (2010)

Immagine tratta dal film FROZEN (2010)

Immagine tratta dal film FROZEN (2010)
 

Tre ragazzi bloccati su una seggiovia, lo spazio immenso e silenzioso di una montagna deserta che diventa un incubo claustrofobico, una battaglia per la sopravvivenza contro il freddo, le ustioni sulla pelle, le belve feroci e la fame. "Frozen" è tutto qui. Un'ora e mezza tesissima e angosciante, tra nevicate che pungono come spilli e mani appiccicate dal gelo alle balaustre.

Non è mai semplice affrontare un film del genere. Si rischia di annoiare e il rispetto dell'unità di luogo può far scadere tutto nella monotonia. Ancora più complicato è utilizzare uno spazio vastissimo, bianco e immobile e riuscire a precipitare lo spettatore in una soffocante sensazione di chiusura totale. L'impossibilità di usufruire di tutto quello spazio, il vedere la propria vita protetta e allo stesso tempo bloccata da una sbarra di sicurezza, rendono "Frozen" un'esperienza realmente ansiogena. Merito di Adam Green che dopo lo splatter ultraviolento, ma fumettistico e comico di "Hatchet", si decide a fare sul serio e dimostra di non essere soltanto un appassionato fracassone, ma un regista in grado creare qualcosa di perturbante.

"Frozen" parte e si sviluppa nel modo più classico possibile: una breve (per fortuna) presentazione dei personaggi, che dura giusto il tempo di creare un minimo di empatia e partecipazione e di far capire allo spettatore le dinamiche che governano il terzetto coinvolto, un disguido tecnico, un operaio distratto, ed ecco che Parker, Joe e Dave si ritrovano sospesi a parecchi metri da terra, di notte, e con la prospettiva di restare lì fino alla riapertura della pista sciistica, dopo una settimana.

A Green dei personaggi non interessa. Non gli è mai interessato, a partire da "Hatchet", in cui una serie di figurine bidimensionali veniva fatta a pezzi e squartata nei peggiori modi possibili da un'altra figurina bidimensionale con il più scontato e banale dei traumi infantili. A vedere il suo lavoro precedente, l'impressione era quella che non gli interessasse neanche della messa in scena: raffazzonata, povera, caotica, a tratti quasi amatoriale. "Hatchet" non era un film dell'orrore, era un moderatamente divertente guazzabuglio di trippe e budella mostrate con un'incoscienza quasi demente. "Frozen" non sembra neanche girato dallo stesso regista e si scopre che Green sa dirigere gli attori e costruire ottime inquadrature, che possiede un gusto visivo e un linguaggio proprio, che non è un fan a cui qualcuno ha messo per caso un macchina da presa in mano, ma un buon regista di atmosfera e tensione.
Basta guardare il modo in cui i tre passano dal fastidio per una situazione scomoda, all'ansia, al terrore vero e proprio e alla disperazione senza via d'uscita. Il tutto in maniera graduale e con una perfetta gestione dei tempi e degli spazi, unica possibilità di rendere un film come "Frozen" efficace. La rinuncia, ostentata, allo splatter, la scelta di suggerire invece che mostrare, la mancanza quasi totale di dettagli truculenti non è mancanza di coraggio, ma appare più come una presa di posizione, come la volontà di dimostrare di essere in grado di creare qualcosa di più sottile rispetto alle gesta del forzuto spappolatore di teste e strappatore di mandibole che hanno resto famoso Green tra gli appassionati del genere. Ed è uno sforzo che va premiato, perché sarebbe stato molto più semplice replicare all'infinito il successo inatteso di "Hatchet" e continuare indisturbato sul filone della commedia sanguinosa. Infatti, la scena che si più si prestava a un'esplosione di violenza e corpi sventrati, l'attacco dei lupi, avviene quasi esclusivamente fuori campo, giocata sul primo piano della ragazza a cui viene implorato di non guardare e a noi spettatori, come alla protagonista, viene negato il piacere morboso di assistere a uno sbranamento e lo percepiamo solo attraverso le grida e il rumore dei morsi dei lupi. È una scena di grande impatto, è una scena che spaventa e in cui ci immedesimiamo anche grazie alla bravura di Emma Bell (già vista in "The Walking Dead") e alla capacità di Green di elidere ciò che sarebbe stato naturale, in un horror, spiattellare in faccia allo spettatore.

Certo, non tutto in Frozen funziona alla perfezione: a Green continua a non interessare la costruzione di personaggi coinvolgenti e a cui affezionarsi. I tre protagonisti sono stereotipati all'eccesso. Abbiamo la biondina piagnucolosa e inetta, il belloccio coraggioso e dall'animo buono e il di lui amico simpatico, ma superficiale e un po' vigliacco. Non c'è nessuna sorpresa e nessuna evoluzione nei rapporti, nessun momento in cui ci sentiamo davvero in pena per la loro sorte. I dialoghi, quando non sono sciocchi (vedasi la dissertazione sul vermone di "Guerre Stellari"), sono inutili o patetici (rievocazione della prima ragazza di uno dei protagonisti) e i momenti più efficaci del film sono quelli in cui il silenzio delle piste abbandonate la fa da padrone, insieme al cigolio, sempre più sinistro, dei cavi d'acciaio che reggono la seggiovia e il rumore del ghiaccio che si spezza sul sedile. Il finale poi funziona fino a un certo punto, perché avrebbe potuto essere molto più cupo, disperato e imprevedibile: muore chi deve morire sin dall'inizio e si salva chi si deve salvare. Forse un pizzico di cattiveria in più avrebbe aiutato.

Quello che resta di "Frozen" è la consapevolezza che esista un altro regista di genere da tenere d'occhio, anche se Green, dopo questo esperimento è tornato nei rassicuranti territori delle paludi abitate da Victor Crowley e non sembra intenzionato a distaccarsene per molto tempo.

È un peccato, perché di film come "Hatchet" ne escono almeno un milione l'anno e non danno nulla che non sia già stato visto. Non che "Frozen" sia particolarmente originale, ma è in grado, con l'atmosfera gravida di pura angoscia e con il senso di morte incombente che lo contraddistingue, di far impallidire molti dei torture-porn che infestano le sale in questi tristi anni.

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Recensione a cura di L.P. - aggiornata al 29/03/2011 12.26.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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