Recensione il grinta regia di Ethan Coen, Joel Coen USA 2010
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Recensione il grinta (2010)

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locandina del film IL GRINTA

Immagine tratta dal film IL GRINTA

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I titoli sono importanti. Il soprannome che nell'immaginario italiano degli amanti del western è in origine legato al personaggio che fece vincere a John Wayne l'unico oscar della sua carriera, è un'invenzione di chi diede un titolo italiano al film "True grit" del 1969. Negli Stati Uniti, probabilmente, "Il Grinta" non sanno nemmeno chi sia. Per noi spettatori italiani, invece, "Il Grinta" è il personaggio che fu di Wayne, e che nel film dei Coen è interpretato da Jeff Bridges. Il soprannome inglese del personaggio di Reuben J. Cogburn è "Rooster", ossia... "gallo" (!).
"True grit" s'intitola anche il romanzo di Charles Portis del 1968, di cui sia il film di Henry Hathaway con John Wayne, sia quello di Joel ed Ethan Coen del 2010 sono trasposizione.
"Grinta" è traduzione libera, per assonanza della parola "grit" (graniglia, sabbia, ghiaia; "to grit", raschiare, stridere, stringere i denti). L'espressione "true grit", proprio grazie al romanzo e al film, è venuta ad indicare l'ostinazione e il coraggio che sorreggono in situazioni complicate.
Questa ostinata determinazione non appartiene affatto al personaggio di Cogburn, bensì a colei che è l'indiscussa protagonista: il personaggio della quattordicenne Mattie Ross (che, divenuta donna, parla in prima persona nel romanzo di Portis di una vicenda accadutale da adolescente).
Nel film dei Coen, è sua la voce narrante del breve prologo, e dell'epilogo (entro i quali la vicenda del film è racchiusa come un flashback). Nel bell'epilogo, che tra l'altro costituisce il più significativo scostamento dal film del 1969 (non è del tutto corretto parlare di remake: il film dei Coen rappresenta una seconda versione cinematografica del romanzo), vediamo Mattie Ross, invecchiata di venticinque anni (ma sembrano di più), raccontare in breve qual è stato il suo destino di donna: il prezzo che ha dovuto pagare per il suo carattere così poco subordinato alle logiche maschili. Diventare una "zitella bisbetica": questo il prezzo dovuto, nel vecchio west, per una modernissima eroina che a soli quattordici anni è partita in cerca di vendetta nei confronti dell'assassino di suo padre.

Il romanzo di Portis (inizialmente pubblicato n Italia con ancora un altro titolo: "Un vero uomo per Mattie Ross", e adesso re-distribuito con il titolo italiano dei due film, per ragioni commerciali) è ammirato per le sue qualità letterarie (trova spazio anche nei programmi scolastici). In occasione di questo che è il loro primo "western" in senso proprio (il duo di Minneapolis hanno sempre rifiutato quest'etichetta per "Non è un paese per vecchi"), i Coen hanno dichiarato di amare molto lo scrittore: in effetti, i caratteri della narrativa di Portis sembrano vicini a quelli del cinema dei Coen: attenzione (sur)realista condita da humor per tipi umani particolari ritratti nel contesto sociale della profonda provincia statunitense.
Sembra che il film dei Coen sia particolarmente fedele allo spirito del romanzo. Per quanti, come chi scrive, non abbiano letto il romanzo, il film appare – nella trama – sostanzialmente fedele anche al primo film. Se lo si volesse intendere come remake, apparirebbe un remake molto rispettoso. Le differenze non mancano, certo. Si è detto di come l'epilogo sia significativamente diverso; e altri sono i passaggi in cui i film divergono, specialmente nella seconda parte della storia, dove il film dei Coen è figurativamente molto più inventivo rispetto al primo film – pensiamo in particolare ad alcuni episodi apparentemente secondari (quello del "tiro al piattello" con le focacce di mais, o l'incontro con un surreale "dentista" smarrito in terra indiana, ricoperto di una pelliccia d'orso: forse il momento più "coeniano" dell'intero film), ma soprattutto alle ambientazioni, spesso notturne (si svolgono di notte, con efficacia, molte sequenze diurne nel film del 1969), e invernali – moltissima la neve, e quasi altrettanta la pioggia (ottima la fotografia di Roger Deakins).
Poi naturalmente ci sono le differenze di messa in scena, per cui il film dei Coen si può tranquillamente dire più felice e più riuscito, oltre che più moderno, nello stile (laddove invece "Il grinta" del 1969 appariva polveroso e stanco, adagiato su vecchi stereotipi proprio negli anni in cui il genere stava vivendo una profonda e significativa trasformazione). Si confrontino in questo senso le due scene dell'attraversamento del fiume a cavallo da parte della protagonista Mattie, felicemente risolta dai Coen con una serie di campi medi e primi piani a pelo d'acqua che restituiscono molto meglio che nel primo film lo sforzo fisico e l'avventatezza di gettarsi in mezzo ai flutti tumultuosi di un corso d'acqua.
Confrontando i due film è evidente il maggior spessore registico dei fratelli Coen rispetto a quello di Hathaway. E' anche una differenza di spessore "autoriale", dacché i Coen sono autori della sceneggiatura. Ogni scelta diegetica è da imputarsi a loro: a partire dall'altra maggiore differenza con la pellicola di quarantun anni prima, ossia la scelta di non mettere in scena la morte del padre di Mattie, cui Hathaway dedicava i primi minuti della sua pellicola. Scelta, questa, che indica l'intenzione di non far montare nello spettatore l'emotività che sarebbe derivata dalla visione dell'assassinio (dopo aver visto l'affettuoso rapporto della protagonista con il proprio padre). I Coen, tagliando questa sezione, mettono in netto rilievo lo spirito, la determinazione di vendetta della grintosa ragazzina, che viene assunto come un dato di fatto, la cui causa viene offerta come mera nozione.
Per inciso, l'interpretazione dell'esordiente Hailee Steinfeld, che ha effettivamente 14 anni, è assolutamente egregia. Inspiegabile, come spesso accade, la sua candidatura all'oscar come "non protagonista", quando è lei al centro della vicenda, e presente in ogni sequenza del film, quasi in ogni inquadratura.

Le battute di Mattie sono più incisive e sferzanti, rispetto al film del 1969; la sua caparbietà è condita da una sagacia ancora maggiore; anche le azioni che si rivela in grado di compiere sono più "forti" (all'inizio del film, dorme senza tema con i cadaveri nell'ufficio delle pompe funebri).
Sia pur particolarmente giovane, Mattie, alla storia del cinema non mancano di certo eroine forti e indomite che, grazie alla propria integrità e al proprio coraggio, predomina su un universo maschile e grettamente maschilista. Il cinema ne è pieno, almeno a partire da "Via col vento" (V. Fleming, 1939), fino a giungere naturalmente all'apoteosi post-moderna della Sposa di "Kill Bill" (Q. Tarantino, 2003-2004). I Coen non aggiungono a questo topos nulla di nuovo. In ambito western, la novità era stata introdotta da Sergio Leone con la Claudia Cardinale protagonista di "C'era una volta il west" (1968). Ne "Il Grinta" del 1969 questo della giovane eroina costituiva la sola rilevante novità in un film per tutto il resto non aggiornato ai mutamenti in corso nell'ambito del western.

Alla centralità di una forte figura femminile, si lega ne "ll Grinta" il tema della giustizia privata, molto sentito e ancora attuale, in un Paese come gli Stati Uniti (dove questo film è stato il maggior successo commerciale dei fratelli Coen) e non solo.
Un tema difficile, potenzialmente molto problematico, che tuttavia i Coen non hanno voluto affrontare con spirito critico, limitandosi a trattarlo in modo piano e del tutto convenzionale.
"I malvagi fuggono quando nessuno li insegue", recita la citazione biblica posta in exergo al film. Essa sembra indicare due piste. Da un lato segnala la negligenza delle istituzioni in tema di giustizia (facendo perciò spazio a una pericolosa sensazione di "legittimità" riguardo al farsi giustizia da sé), D'altro canto, la citazione autorizzerebbe una lettura del film in senso di stigmatizzazione morale della codardia. Cos'altro è, colui che fugge senza esser inseguito, se non un grottesco codardo che fugge da se stesso? A ben riflettere, quello del codardo è un altro topos dal cinema dei Coen, una vera e propria costante della loro poetica. Tuttavia, nel caso di questo film, il tema non ci è parso davvero sostenuto dallo svolgimento dell'opera. Troppo tardi nella vicenda compare del resto Tom Chaney, l'assassino interpretato in modo efficace ma convenzionale da Josh Brolin.

La vicenda in terra indiana della protagonista è un percorso di formazione, che, da semplice avventura qual era nel film precedente, tende a svilupparsi maggiormente – nel film dei Coen – in un processo di cognizione della malvagità, della codardia e della "banalità del male". Ma se questo cenno c'è – grazie soprattutto alla veracità, al realismo e a una maggiore brutalità – resta però solo un accenno vagamente sviluppato.

Molta insistenza è posta sulla distinzione tra la maturità di quest'eroina adolescente rispetto all'infantilismo dei personaggi maschili, ridicoli e imbelli. Emblematica, in questo senso, la grottesca scena del tiro al piattello con le focacce, che però risulta anche piuttosto fiacca.
Si tratta, naturalmente, di una diversa levatura morale. Abbiamo uno sceriffo diventato uno stanco mercenario, che ha perso un occhio e ha quasi perso la mira. E abbiamo un ranger il cui integralismo un po' bigotto è spuntato dalla goffaggine (funzionale – in questo senso – la caratterizzazione data al personaggio di La Boeuf da un attore non particolarmente espressivo come Matt Damon), salvo poi riscattarsi con un tiro da cecchino da una distanza di 400 metri.
Ma è soprattutto la caratterizzazione grottesca e sorniona di Jeff Bridges, che rende quasi caricaturale il personaggio di Cogburn, a far svanire ogni traccia di "grinta" che c'era in John Wayne. Così facendo, i Coen spostano radicalmente la residua (anche se invecchiata) classicità del personaggio, in una direzione che era stata indicata, ancora una volta, da Sergio Leone (il Cogburn di Bridges deve qualcosa ai toni grotteschi de "Il buono, il brutto e il cattivo", 1966).
Cogburn, nella sua stravaganza un po' ridicola, è messo a disagio dalla determinazione di Mattie, che rimane l'unico personaggio non uniformizzato in un panorama umano del tutto adagiato e rassegnato a vivere secondo le selvagge regole del selvaggio west.

I Coen, nel loro quasi umile rispetto dei testi di partenza (molti passaggi dialogici ricalcano fedelmente quelli dell'altro film – con il rischio di far essere il loro altrettanto eccessivamente verboso), mostrano nei confronti dei canoni del western una vera e propria reverenza. In questo, rifuggono dalle logiche post-moderne, e compiono un'operazione "neoclassica". E sono avveduti, nella prudenza: il western infatti è il solo "genere" che sinora si è dimostrato di ostica ibridazione, nelle sue occasionali reviviscenze.
Proprio per scarsa duttilità, le temporanee rinascite del western ("Open range", K. Costner, 2003; "Appaloosa", Ed Harris, 2008; "Quel treno per Yuma", J. Mangold, 2008) sono sempre state confinate a un pubblico di nicchia e di affezionati. Aveva mancato di destare l'interesse del pubblico anche il western recente più sperimentale e ambizioso (il più interessante di tutti: "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford", A. Dominik, 2006). Il vasto successo commerciale riscosso da "Il Grinta" dei Coen appare dunque il più ragguardevole motivo di interesse della pellicola.
In questo senso vanno intese anche le dieci candidature all'oscar, nessuna delle quali premiata da una statuetta: fatto che va interpretato in maniera ben diversa rispetto ai dieci oscar che furono negati a "Gangs of New York" di Scorsese nel 2002. Allora, si era trattato dell'ennesimo "ceffone" a un grandissimo autore, che mai era stato insignito di un oscar (lo sarebbe stato solo con "The Departed", il suo lavoro più normalizzato e meno personale di sempre). "Gangs of New York" era un'opera forse riuscita solo in parte, ma senza dubbio personale: al contrario, "Il Grinta" dei Coen – invece già premiati dall'Academy per "Non è un paese per vecchi", 2007 – appartiene al novero dei loro film più commerciali.

I Coen mostrano scarso interesse per l'approfondimento tematico e sembrano in quest'opera quasi esclusivamente preoccupati della confezione formale. Il lavoro risulta impeccabile, ma il suo valore è tenuto a freno dalla prudenza e dal rispetto del testo di partenza, con tutti i suoi cliché riproposti con variazioni minime.
L'elemento drammatico è stemperato dall'ironia e dal sarcasmo; ma il sarcasmo stesso (marchio di fabbrica dei Coen) è stemperato dall'impianto drammatico dell'epopea.
Di solito, i fratelli di Minneapolis raggiungono, entro un'unica opera, vertici di drammatizzazione e altrettanti, stranianti, di grottesca sdrammatizzazione. Va detto che "tragico" e "grottesco", pur depotenziandosi a vicenda, stanno bene in equilibrio. Tuttavia, la miscela dei due elementi è a dir poco cauta, e sfocia in un risultato calligrafico e timido.

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Recensione a cura di Stefano Santoli - aggiornata al 01/03/2011 16.08.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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