Recensione indiana jones e l'ultima crociata regia di Steven Spielberg USA 1989
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Recensione indiana jones e l'ultima crociata (1989)

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VINCITORE DI 1 PREMIO OSCAR:
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locandina del film INDIANA JONES E L'ULTIMA CROCIATA

Immagine tratta dal film INDIANA JONES E L'ULTIMA CROCIATA

Immagine tratta dal film INDIANA JONES E L'ULTIMA CROCIATA

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Immagine tratta dal film INDIANA JONES E L'ULTIMA CROCIATA

Immagine tratta dal film INDIANA JONES E L'ULTIMA CROCIATA
 

1913: un giovane boyscout (River Phoenix) sottrae ad un gruppo di predatori una preziosa reliquia, per portarla in un museo. L'impresa fallisce, di un soffio: è l'inizio di una leggenda. 1938: Indiana Jones (Harrison Ford) viene informato che suo padre (Sean Connery), con il quale non ha rapporti da anni, è scomparso durante la ricerca del Santo Graal, la leggendaria coppa da cui bevve Gesù durante l'Ultima Cena, argomento a cui aveva dedicato ossessivamente tutta la sua esistenza. Per ritrovarlo, Indiana Jones deve seguire le tracce del Santo Graal, che lo portano nuovamente ad incrociare il suo percorso con i Nazisti, anch'essi a caccia del prezioso manufatto. Stavolta, però, c'è bisogno di due Jones per venire a capo del mistero...

Per quasi vent'anni, "Indiana Jones e l'Ultima Crociata" è stato il capitolo conclusivo delle avventure di Indiana Jones. L'Ultima Crociata inizia con un lungo flashback sull'infanzia di Indy, svela e approfondisce il rapporto tra Indiana e suo padre, li lancia nella ricerca del Santo Graal e li lascia a cavalcare verso il tramonto. Il finale perfetto per la saga. Il recente quarto episodio, di cui più della qualità sarebbe da discutere la necessità, non ha soddisfatto nessuno (a parte George  Lucas, troppo orgoglioso per ammettere errori) e adesso un quinto episodio è - questo sì - necessario, se non altro per restituire ad Indy il suo finale.

Per stessa ammissione di Lucas, "Indiana Jones e il Tempio Maledetto" risultò più cupo del previsto ed il ritorno alle atmosfere ed alle tematiche del primo capitolo è un'implicita conferma che il territorio ideale per Indiana Jones è l'archeologia - per quanto avventurosa - e che la sua nemesi ideale sono i Nazisti (in questo capitolo Indy arriva faccia a faccia addirittura con il Fuhrer).

Nel 1989 Spielberg fu quasi costretto ad onorare il patto sancito con Lucas a proposito di Indiana Jones e a tornare in sella per concludere la trilogia (lasciando Rain Man a Barry Levinson). Per non ripetere l'esperienza poco soddisfacente de Il Tempio Maledetto, Spielberg aveva bisogno di una connessione forte alla storia. A corto di MacGuffin all'altezza di Indiana Jones, George Lucas aveva due deboli proposte, il Santo Graal (o meglio, una sua versione magica, come nel caso dell'Arca) e un castello incantato. Spielberg non era convinto, ma corresse il tiro puntando su un metaforico viaggio alla ricerca di un rapporto perduto tra padre e figlio (uno dei temi ricorrenti nella sua filmografia).

A quel punto, il problema principale era trovare un padre all'altezza di Indiana Jones (e di Harrison Ford). L'unica scelta plausibile fu Sean Connery, considerando che 007 era una delle principali fonti di ispirazione del personaggio. Nonostante tra Connery e Ford ci siano solo dodici anni di differenza, la scelta si rivelò perfetta. L'idea di incentrare il film sul rapporto tra i due si sposava peraltro con la volontà di di Lucas di aprire il film con un breve ma intenso racconto di origini ambientato durante l'adolescenza di Indy (che avrebbe ispirato la serie de "Le Avventure del giovane Indiana Jones"). River Phoenix fu scelto per il ruolo del giovane Indiana, in un indimenticabile prologo in cui si scopre l'origine di alcuni tra i tratti più caratteristici del personaggio: la fobia per i serpenti, il cappello, la frusta. Non ultimo, si capisce che tipo di rapporto ci sia tra padre e figlio.

Nella visione di Lucas, Henry Senior doveva essere una figura quasi monastica, simile a Yoda, invece che una proiezione futura dello stesso Indy, un uomo capace di scoprire con una battuta tutte le insicurezze di un personaggio con un ego notevole come Indiana Jones e di esasperare continuamente qualcuno abituato a non perdere la calma nemmeno di fronte ad un plotone di nazisti.

Un realistico rapporto conflittuale tra padre e figlio, mascherato da ricerca fanta-archeologica, che mette Indiana Jones in una posizione nuova, davanti ad una sfida che non può (ancora) vincere, più difficile addirittura che ritrovare il Santo Graal: smettere di essere Henry Junior agli occhi di suo padre. E' evidente che la chiave del film, stavolta, non è l'azione - né tantomeno la ricerca. Henry Jones Sr. è l'avversario dialettico che Indy, abituato al battibecco con amici, donne e collaboratori, non può proprio battere. Fondamentale, nella costruzione del personaggio, fu lo stesso Sean Connery, che contribuì in maniera decisiva alla caratterizzazione di Henry Sr. e anche a parte delle sue battute (sua la celebre "parla nel sonno"). Donnaiolo ed arrogante, Henry Jones Sr. non era quello che Lucas aveva in mente e questo portò a qualche tensione tra lui e Connery, che dalla sua aveva Spielberg e che alla fine, fortunatamente per il film, la spuntò.

L'Ultima Crociata segna il ritorno di  Sallah (John Rhys Davies) e Marcus Brody (Denholm Elliott), assenti ne Il Tempio Maledetto, mentre Alison Doody ricopre il ruolo di Elsa, la terza "Jones Girl" in tre film (chiaramente un topos riconducibile a James Bond). Con la sostanziale differenza che stavolta, invece di essere la damigella da salvare (combattiva o urlante che fosse), si rivela una traditrice al soldo dei Nazisti. A rivelare che sia lei stavolta la nemesi di Indiana Jones è la suggestiva sequenza finale in cui i due tentano di recuperare il Graal rischiando di precipitare verso morte certa in un crepaccio senza fondo.

La ricerca del Graal porta Indy da Venezia all'Austria, fino al Medio Oriente e, sebbene manchino scene memorabili come l'inseguimento nella miniera del Tempio Maledetto o l'apertura di Raiders, certamente la parte finale, con le tre prove da superare e lo splendido effetto visivo del ponte di pietra, è la quintessenza dello spirito di Indiana Jones, in cui tutto l'eroismo, l'intelligenza ed il coraggio del protagonista vengono messi alla prova. Al contrario del finale de I Predatori, stavolta Indy non è semplice spettatore degli eventi, ma si rivela degno successore del custode del Graal e - cosa che più importa - trova finalmente il rispetto di suo padre a cui segretamente anelava. Curiosamente, è uno dei pochi film di Spielberg in cui tale conflitto viene risolto (l'altro è "Hook" di poco successivo), forse perchè Spielberg, a quell'epoca da poco padre a sua volta, aveva bisogno di esorcizzare questo antico demone.

"Indiana Jones e l'Ultima Crociata" fondamentalmente riprende e affina i meccanismi vincenti de "I Predatori dell'Arca Perduta" (la "trilogia del disgusto", dopo serpenti e insetti, si chiude con i topi nelle fogne di Venezia) e dove perde di originalità, guadagna sicuramente in ritmo e divertimento. Sean Connery, chiaramente ispirato e divertito, è l'asso nella manica di un film che cristallizza i topos del genere di avventura per le generazioni successive, ma anche una singolarità decisiva: il personaggio di Elsa, rivelando la sua natura abbastanza presto nel corso del film, non è comparabile ai personaggi di Willie Scott e Marion Ravenwood, quanto piuttosto a Belloq. L'amore che Indiana Jones conquista a forza di battibecchi, stavolta, è quello paterno. Una linea narrativa che probabilmente faticherebbe a funzionare in un primo capitolo, in cui rischierebbe di approfondire eccessivamente personaggi che nemmeno si conoscono, ma che è perfetta per dare linfa ad un terzo episodio (come dimostra anche "Il Ritorno dello Jedi").

Ancora una volta, la ricetta per il successo è a base di ingredienti semplici e facili da individuare, ma non per questo facile da replicare (nemmeno per gli stessi autori, come si è visto con il quarto episodio): il valore di un film tutto sommato leggero come questo è proprio nella capacità di essere un'esperienza soddisfacente sotto ogni punto di vista: la sceneggiatura, la storia, la credibilità, la colonna sonora, le interpretazioni, gli effetti speciali.

"Indiana Jones e il Regno dei Teschi di Cristallo" (2006) soffre lo stesso destino de Il Tempio Maledetto e, in parte, di "Star Wars - La Minaccia Fantasma". Oltre agli strali dei fan intransigenti (non in grado di far entrare quattro film in una trilogia), le assenze dei Nazisti, di Sallah e di un MacGuffin epico  -oltre che a quella di Sean Connery, irrevocabilmente in pensione  - pesano enormemente sul risultato finale, troppo distante dai luoghi comuni che hanno scolpito Indiana Jones nella mente di tre generazioni.
L'ultima scena de L'Ultima Crociata è un finale perfetto di una trilogia a suo modo irripetibile, che un quarto episodio ha riaperto senza migliorare e che un quinto episodio dovrà assolutamente risollevare.

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Recensione a cura di JackR - aggiornata al 13/01/2012 15.53.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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