Recensione la donna che canta regia di Denis Villeneuve Canada 2010
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Recensione la donna che canta (2010)

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locandina del film LA DONNA CHE CANTA

Immagine tratta dal film LA DONNA CHE CANTA

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Immagine tratta dal film LA DONNA CHE CANTA
 

Fino alla prima metà degli anni '70 il Libano era considerato la Svizzera del Medio Oriente. Il paese era un esempio di ospitalità e luogo di incontro cosmopolita, un avamposto di modernità incastonato nel mezzo di un mondo conservatore, dai caffè alla moda alle località sciistiche esclusive, dagli alberghi di lusso ai casinò per uomini d'affari.
Tra il 1948 e il 1975 la politica laica e "liberale" attuata dal governo consentì di accogliere nel paese parecchie centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi, cacciati dalla loro terra e dalle loro case dai coloni israeliani, da quando cioè la creazione di Israele costrinse decine di migliaia di civili a trovare rifugio più a nord, nel Paese dei cedri.
Il Libano diventò da allora la principale base operativa della resistenza palestinese, esponendosi alla violenta rappresaglia israeliana, e il paese dove si sono ritrovati a vivere forzatamente gente di etnie diverse, ma anche e soprattutto di religioni diverse. C'erano Cristiani Maroniti, Mussulmani, Drusi, Cristiani nazionalisti; ma soprattutto c'era odio etnico e vendette sedimentate, interferenze straniere e caos incontrollabile.
In questo contesto così variegato e così tormentato nel 1975 scoppiò una violenta e fratricida guerra civile, un grande conflitto etnico-religioso che durò fino agli inizi degli anni '90; 15 anni di combattimenti, massacri e tensioni che hanno provocato - fra civili e militari - più di 150.000 morti ed effetti devastanti sull'economia del paese.

In questo crogiolo di lingue, culture e religioni, dove ancora oggi si continua ad uccidere in nome di Dio, si sviluppa il prologo della storia tragica e disperata di Nawal, una donna libanese estremamente coraggiosa e dalla indomabile forza interiore. La ritroviamo alcune decine di anni dopo ad Ottawa, nel Quebec canadese, lontana dal paese che l'ha segnata profondamente, dove si è rifugiata per crescere i suoi due gemelli, Jeanne e Simon, ma anche per lasciarsi alle spalle il suo passato, colpevole di aver amato un mussulmano palestinese.
Un amore finito nel sangue, dall'odio che i suoi fratelli, cristiani maroniti, avevano per i mussulmani fuggiti da Israele (triste metafora del massacro di Sabra e Chatila).
Da quell'uomo, Nawal ha avuto un figlio maschio: Abou Tarek, di cui Jeanne e Simon hanno sempre ignorato l'esistenza, così come hanno ignorato che il loro padre non è morto, come la madre aveva fatto loro credere.

Lo scoprono il giorno in cui il notaio per cui la donna ha lavorato, legge loro il testamento della madre defunta prematuramente. Nelle sue ultime volontà la donna ha affidato ai due ragazzi il compito di mettersi alla ricerca del loro passato, sulle tracce del loro padre e di quel fratellastro che non sapevano neppure di avere. Jeanne, e successivamente anche Simon, iniziano un viaggio difficile e faticoso per conoscere il passato della loro famiglia, in un Medio oriente in cui non si fa fatica a riconoscere il Libano, anche se indicato con un nome di fantasia, ancora segnato dalle cicatrici della guerra civile.
E con il viaggio inizia la storia parallela di una madre che non conoscevano.
Una storia tragica e drammatica, segnata da guerre e violenze, odio e vendette, che li porterà a conoscere le loro origini e che inevitabilmente cambierà le loro esistenze.
Come tanti tasselli di un mosaico, gli eventi si incastrano e si intersecano in un viaggio avanti e indietro nel tempo e nello spazio, costellato di luoghi e volti segnati dalle atrocità della guerra, quella peggiore, forse, quella civile del fanatismo religioso, che lascia cicatrici profonde e dolori insanabili.
Un viaggio che rimanda alla travagliata storia di una terra martoriata dalle guerre e insanguinata dalle lotte e dalle vendette fratricide, dagli odi religiosi e dai massacri nei campi dei rifugiati palestinesi, della dura rappresaglia mussulmana sui civili cristiani e della insita incapacità di vivere insieme.

Diretto dal regista canadese Denis Villeneuve, "La donna che canta" (in passato appellativo di Nawal durante il periodo di detenzione nel suo paese, per aver appoggiato non il suo popolo bensì i palestinesi) è il ritratto di un popolo di fronte agli orrori della guerra. La sua forza dirompente è affidata al fascino dei luoghi, dei volti, delle immagini, come se la storia provenisse da un soggetto originale e non già da un'opera teatrale, come in effetti è. L'autore è il drammaturgo Wajdi Mouawad che, rifugiatosi in Canada, ha scelto di raccontare come le divisioni politiche, le faide religiose, il malcelato senso dell'onore, influenzino pesantemente le vite private delle persone e ne determinino il destino. Villeneuve trasportando sullo schermo l'opera di Mouawad ne ha fatto un film vibrante e poderoso, angosciante e avvincente, in cui l'inferno di una guerra assurda e difficile da comprendere si insinua negli affetti e ne sovverte il senso e la ragione d'essere, lasciando a chi verrà dopo un dolore nascosto e una ferita difficile da sanare. E' come se una memoria che credevamo sepolta si ripresentasse a ricordarci che il passato non muore mai, anche se con tutte le forze vorremmo che quel ricordo non tornasse mai per averlo chiuso nel silenzio del dolore e del rimorso.
Questo sembra volerci dire il regista Villeneuve quando ci mostra come i conflitti interiori lasciano cicatrici profonde e solo il loro disvelamento riesce a far riacquistare un rapporto sereno con il proprio io.

Così il film scivola verso una conclusione così forte che lascia sconcertati e turbati; un finale così violento e scioccante che colpisce fin dentro e sembra suggerire come non ci sia alcuna logica nell'incapacità di spezzare la catena dell'odio e sfuggire alla fascinazione del male.
Come se fosse inevitabile la corruzione dell'animo e connaturata l'incapacità di elaborare il complesso dell'abbandono. Il film poi è un inno al coraggio e alla tenacia delle donne, anche in una condizione di sottomissione come è ancora ampiamente diffusa in tanti paesi, alla loro capacità di sopportare il dolore, alla loro capacità di affrontare gli eventi e a non nascondere mai la testa sotto la sabbia.
Villeneuve guarda oltre l'orrore suscitato dalla violenza della guerra soprattutto su donne e bambini, una guerra dove non ci sono solo buoni o solo cattivi, ma esseri umani con la loro forza e le loro debolezze, il loro coraggio e le loro turpitudini, con i quali, nel bene e nel male determinano il corso della storia.

Ben fatto, ben girato, con un incalzante ritmo narrativo, il film di Villeneuve ha una drammaticità che mantiene sempre viva l'attenzione dello spettatore, senza per questo essere stucchevole e ricattatorio, in un accumularsi di eventi che culminano nello sconvolgente e amaro finale, dove tutto si ricompone e tutti i pezzi del complicato puzzle trovano la loro giusta collocazione.
Perfetto sia dal punto di vista tecnico che narrativo, il film fa trasparire la poetica del regista, che riesce a fondere l'agghiacciante atmosfera della guerra con lo svolgersi di una storia a tratti davvero struggente.
Un film intenso, coraggioso, drammatico e avvincente, diretto con grande lirismo anche nelle scene più cruente e recitato da due splendide protagoniste: la belga-marocchina Lubna Azabal e la giovane Mélissa Désormeaux-Poulin, rispettivamente madre e figlia. Da oggi non possiamo più dire: "non sapevo".

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Recensione a cura di Mimmot - aggiornata al 08/03/2011 14.47.00

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