Recensione la prima linea regia di Renato De Maria Italia 2009
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Recensione la prima linea (2009)

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locandina del film LA PRIMA LINEA

Immagine tratta dal film LA PRIMA LINEA

Immagine tratta dal film LA PRIMA LINEA

Immagine tratta dal film LA PRIMA LINEA

Immagine tratta dal film LA PRIMA LINEA

Immagine tratta dal film LA PRIMA LINEA
 

"Avevamo scambiato il tramonto per l'alba."

"Non so se lo vedrò, altri mi diranno e giudicheranno."
(Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a proposito del film)

"Quando la gente lo vedrà si renderà conto di quante polemiche gratuìte ci sono state, "Prima linea" non mitizza nessuno, nè ammanta di un'aura romantica il terrorismo."
(Giovanna Mezzogiorno, dichiarazione resa al recente Festival del cinema di Roma)

Lo scontro, la polemica, l'indignazione: il nostro passato è una ferita aperta che non pretende minimamente di rimarginarsi.
I fatti recenti sull'estradizione di Cesare Battisti, comunque la si pensi, lo dimostrano.
Un film sul terrorismo in Italia, inteso come Lotta Armata, è destinato sempre a scatenare discussioni e censure.
Il discorso più rischioso da fare è chiedersi, in generale, quale deprimente teatrino della politica italiana possa aver causato indirettamente l'avvento dei cosiddetti "anni di piombo".
Esauriti (o dimenticati) gli eroi sessantottini di Placido in una futile requisitoria qualunquista, i personaggi del film di Renato De Maria sembrano solo apparentemente entrare nel novero (del resto esiguo) dei film che parlano direttamente dell'argomento.
Non è facile affrontare certe tematiche senza ricorrere al pregiudizio latente, al ricorso demagogico o all'atto d'accusa di un sistema senza tuttavia privarsi della giusta condanna verso chi quel sistema lo ha enfatizzato e persino contribuìto scelleratamente a sdoganarlo.
Ma è ingiusto dire - come ha fatto qualcuno - che in Italia il tema del terrorismo al cinema ha sempre portato esiti deludenti.
A parte i tentativi lodevoli di Francesca Archibugi, vanno segnalate le prove di indiscusso vigore di cineasti come Elio Petri e, più recentemente, Marco Bellocchio ("Buongiorno, notte").

Il film di Renato De Maria, regista notoriamente di buon livello, ha suscitato ovviamente diverse polemiche, per quanto lontanissime dalle posizioni ideologiche e culturali di qualche decennio fa.
"Prima linea" è per varie ragioni uno dei più importanti film italiani dell'anno. Il progetto, molto liberamente tratto da "Miccia corta" di Sergio Segio, militante attivista del gruppo armato Prima Linea, è stato a lungo frenato, rendendo difficile la sua realizzazione.
Il risultato è lodevole, ma incostante: De Maria realizza un'opera che rispetta la memoria delle vittime del terrorismo, ma al tempo stesso diventa una riflessione amara sulle scelte dei singoli personaggi e sulla "morte civile" della loro stessa esperienza. Una scelta, se così vogliamo chiamarla, che distrugge le loro vite e gli affetti più cari (il parossistico divario tra i nuclei familiari originari e l'amore vinto ma non vincente nel comune delirio di reciproche scelte).

E l'amore impossibile tra Sergio Segio/Scamarcio e Susanna Ronconi/ Mezzogiorno tra le macerie della lotta armata e attraverso le pagine più tragiche della nostra storia1 - diventa l'aspetto più interessante del film, anche grazie alla sua labilità affettiva.
De Maria non sceglie di raccontare direttamente la Lotta Armata, ma quel dissidio profondo e lacerante che porta artefici e sopravvissuti di un "Grande Incubo" a lacerarsi, dividersi, contraddirsi. L'analisi dei personaggi è piuttosto sfocata: da una parte il bisogno del regista di soffermarsi - con poche eccezioni - sui due protagonisti, dall'altra una reticenza psicologica (o magari un'eccessiva prudenza) che mette i comprimari in posizione remissiva rispetto a Sergio e Susanna. Storie di tradimenti e fragilità troppo esposte.

Il film affronta il dramma del terrorismo circoscritto nell'escalation sovversiva dei due amanti, e, successivamente, nella loro inevitabile caduta. L'atto definitivo di una difficile alleanza. Un'unione non assecondata dai parametri ordinari di tante coppie "normali", ma dalla fuga, dalle paure, dalle crisi di coscienza, da celeri e squallidi cambi di domicilio (e altrettanti di identità). Da città sempre diverse e sempre meno riconoscibili2.

Il personaggio di Scamarcio non passa purtroppo indenne, almeno nella prima parte del film, da una certa "ombrosità di eroe maledetto", sicuramente involontaria, mentre finisce nell'epilogo per sovvertire ogni tesi del genere in una controaccusa che, spiace dirlo, appare piuttosto tendenziosa e formale.
Forse noi spettatori siamo sprovvisti di elementi a sufficienza per giudicare il periodo più sanguinario della nostra storia, però è comunque lecìto chiedersi quanto il ravvedimento di un brigatista possa essere influenzato soprattutto da elementi esterni o esperienze personali (si veda la ritorsione quasi biblica, nella vita privata, per i reo confessi).
Molto più analitico e complesso il personaggio di Susanna: anch'essa sembra prigioniera di uno schema ideologico (la lotta all'imperialismo, la ribellione sociale contro i poteri "forti") ossessivo e onnipotente.
La contraddizione "universale" dei due protagonisti, ma anche dei loro adepti, ha il suo perno nell'omicidio Alessandrini, nella velleità (univoca e terrificante) di condannare a morte un uomo stimato da tutti. La stessa ambiguità è quella che pone tutte le vittime del terrorismo di fronte all'unica responsabilità di rivestire un ruolo "scomodo".3

"DALLA FORZA DELLA RAGIONE ALLE RAGIONI DELLA FORZA"

L'errore del regista è aver adottato due pesi e due misure: ma il rispetto dei morti e il bisogno di raccontare la storia della Prima Linea attraverso i suoi personaggi porta inevitabilmente lo spettatore a scontrarsi con le sue derive ideologiche, o con una diffusa, aprioristica, condanna. Eppure l'apparente inconciliabilità tra l'attivismo violento e la passività letale non mette in atto meccanismi polemici atti a sovvertire o abiurare il linguaggio o il soggetto del film.
È un pregio o un limite? Difficile rispondere. Per l'esperienza dei due protagonisti, così tragica e dolorosa, e per il rischio di costringere lo spettatore a "condividere"4 con rabbia e amarezza (attenti, mai ammirare) la vita scellerata di Sergio e Susanna.
In entrambi, assistiamo al distacco latente dal nucleo familiare originario: per Susanna, in particolare, la figura materna diventa ennesimo motivo di apprensione. La sequenza della telefonata, una delle scene più emozionanti del film, non a caso ricorda la sofferta visita di Bonnie all'anziana madre, nel film di Arthur Penn ("Gangster's story").
Per Sergio, il rapporto col padre e, soprattutto, col fratello Piero: ex militante di lotta continua ma profondamente avverso alle degenerazioni sanguinarie della lotta armata.
La requisitoria di Piero e il piano d'evasione di Susanna5 dal carcere di Rovigo nel gennaio 1982 sono due momenti "topici" del film.
Talvolta De Maria, nella sua neutralità, sembra perdere di vista le emozioni, o tende a frenarle.

Le immagini di repertorio sembrano prevenire la paura del regista di agire incondizionatamente, senza i tanti freni produttivi che hanno quasi impedito al film di potersi realizzare.
Ma il film non ha alcun desiderio di liberare i nostri concreti fantasmi, ma di estirpare l'ambiguità ideologica davanti alla natura univoca delle scelte e responsabilità "umane". O meglio, la sua sovversione autoritaria6.
Tradisce però un forte compiacimento autorale raccontando la fine accidentale di un passante - atroce forma di manierismo cinefilo - o la rassicurante petulanza materna di una vicina di casa.
Un mondo diverso, tra molti esterni,tra cieli e campagna, a differenza dei brigatisti di Bellocchio. Un'altra prigione, forse meno libera.
Ma può forse la vita meschina di Sergio affliggere quanto un corpo estinto, come fosse la morte... Crivellata di colpi?


1 "La strage di Piazza Fontana", 1969 - "Italicus", 1974 - "Piazza della loggia", 1974 - "Il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro", 1978.
2 La più identificabile è Venezia, con qualche incongruenza nella soggettiva (non esiste un vaporetto che porta a Porto Marghera) al contrario di Chioggia, delineata in aperta campagna.
3 Solo l'appartenenza a una certa categoria di persone pone l'accento sulla loro presunta "colpevolezza".
4 "Condividere" non le loro scelte, ma i loro errori. È un senso di disagio e amarezza che si prova davanti alla scelta del terrorismo "militante".
5 Cfr. "California" di Gianna Nannini.
6 Le fotografie del passato mostrano Sergio guardare quasi con nostalgia quel periodo della militanza "costruttiva", dove si lottava veramente per i diritti negati.

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Recensione a cura di kowalsky - aggiornata al 24/11/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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