Recensione l'uomo fiammifero regia di Marco Chiarini Italia 2009
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Recensione l'uomo fiammifero (2009)

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locandina del film L'UOMO FIAMMIFERO

Immagine tratta dal film L'UOMO FIAMMIFERO

Immagine tratta dal film L'UOMO FIAMMIFERO

Immagine tratta dal film L'UOMO FIAMMIFERO

Immagine tratta dal film L'UOMO FIAMMIFERO

Immagine tratta dal film L'UOMO FIAMMIFERO
 

Opera prima del regista abruzzese Marco Chiarini, "L'uomo Fiammifero" è una pellicola la cui produzione è stata possibile in parte grazie alla vendita del libro che contiene i disegni, le foto, gli appunti e gli acquerelli realizzati dallo stesso Chiarini in sede di progettazione del film. Attraverso i proventi di tale vendita, infatti, è stato possibile dar corpo al progetto fino all'interessamento da parte di Fabrizio Cico Diaz, che coordinandolo e sostenendolo anche finanziariamente ha contribuito alla realizzazione dello stesso, concretizzatasi dopo un mese di riprese e ben tre anni di post produzione. Il tutto con un budget bassissimo.

Prima di procedere con l'analisi relativa all'aspetto artistico, è bene aprire una parentesi relativa ad un aspetto meramente commerciale. Merita un accenno, infatti, la campagna di distribuzione del film. Lo stesso è stato distribuito attraverso la "Social Distribution", fondata da Dimitri Bosi e dallo stesso Chiarini. Il meccanismo è semplice: chiunque sia interessato ad una pellicola tanto da volerla vedere proiettata nel proprio paese, si occupa in prima persona di contattare il cinema, si decidono le date delle proiezioni e lo si pubblicizza nei limiti dei propri mezzi. Gli incassi verranno poi divisi e a colui che ha proposto il film e che si è occupato di pubblicizzarlo spetterà il 10%, più o meno, degli incassi. E' giusto sottolineare questo aspetto, particolarmente degno di nota nel quadro del mercato della distribuzione cinematografica italiana, in quanto veicolo, in potenza, alquanto utile per quel cinema che nel nostro paese si vede giusto ogni tanto, quello delle idee, quello che purtroppo da noi, prendendo in prestito una definizione prettamente boschiva, è il sottocinema. Per avere un'idea di quanto possa essere utile questa iniziativa, basti pensare al fatto che "L'Uomo Fiammifero", rifiutato da tutte le maggiori case di distribuzione, ha avuto un seguito tale da permettere allo stesso di ricevere due nomination al David di Donatello 2010 (Miglior regia e Migliori Effetti speciali) e l'attenzione tardiva di una di quelle major che inizialmente l'aveva ignorato. Breve ma doverosa parentesi, questa, chiusa la quale è possibile andare avanti con l'analisi vera e propria.

Simone (Marco Leonzi), un bambino di undici anni, ha passato gli ultimi cinque anni della sua vita a cercare indizi sull'Uomo Fiammifero, ossia colui che attraverso la luce del suo fiammifero può esaudire qualsiasi desiderio. L'occasione di incontrarlo è finalmente giunta e Simone farà di tutto per riuscirci, mettendo in pratica il suo piano da tempo preparato, con l'aiuto di amici immaginari che parlano al contrario, giganti nani e uomini dalle mani magiche e ostacolato dal nemico Rubino e dallo sguardo vigile e severo, ma non troppo, del padre (Francesco Pannofino).

"Film per adulti accompagnati dai bambini"

Così recita una delle frasi che accompagna la distribuzione del film e dalla quale è utile partire per analizzare questa opera prima del regista teramano. Lo stesso Chiarini spiega che durante le varie proiezioni ha avuto modo di constatare quali siano tra il pubblico le fasce d'età che sentono il film, che ne avvertono la fanciullesca intimità, che riescono ad immedesimarsi nel protagonista, e non solo, al punto di lasciarsi andare a quel mondo fantastico che i bambini spesso creano per se stessi e che gli adulti ancor più spesso dimenticano. In questo tipo di pellicole più che in altre, quindi, il tacito accordo spettatore/film per cui il primo abbandona se stesso all'altro, accettando, per la durata della pellicola, di allontanarsi dalla propria realtà per poi ritagliarsi un ruolo all'interno di quella prettamente filmica che si appresta a vedere e sentire, risulta essere imprescindibile. Parafrasando un'altra delle frasi che accompagnano il film, "Ci devi credere".
Le due fasce d'età a cui Chiarini fa riferimento sono sostanzialmente quella che va dai 5 agli 11, 12 anni e quella che va dai 22, 23 anni in poi. Inutile dilungarsi in questa sede sui motivi per i quali la fascia d'età intermedia sia stata ritenuta poco adatta alla pellicola, basti dire, ai fini dello scritto, che è parere dello stesso Chiarini che gli adolescenti, scontrandosi per la prima volta, spesso bruscamente, con la realtà e dovendo mettere da parte quella voglia di sognare tipicamente fanciullesca, non accetta l'accordo di cui sopra, rifiutando, conseguentemente, di lasciarsi andare a quelle particolari emozioni che il film vuole trasmettere. Tali riflessioni rappresentano forse il miglior punto di partenza per la presente l'analisi, considerando che se è vero che per una delle due fasce d'età in questione il film funziona, e bene, è vero anche che per l'altra funziona solo in parte.

"L'uomo Fiammifero" è una fiaba in piena regola. Il giovanissimo protagonista è affiancato da personaggi fantastici, frutto della sua creatività immaginifica, dal gigante nano alla principessa da conquistare, da Mani Grandi allo Zio Disco, dal cattivo contro cui combattere al sogno per cui combattere. Alla luce di ciò, quindi, non è certo difficile credere al fatto che i più piccoli non avranno problemi di sorta nell'immedesimarsi nel protagonista, loro coetaneo, lo seguiranno già dai primissimi minuti così come lo seguono i suoi amici all'interno del film, parteciperanno alla sua avventura, la faranno propria e vivranno anch'essi nella speranza di incontrare il tanto atteso Uomo Fiammifero. I bambini per 80 minuti non faranno altro che sognare ad occhi aperti.
Gli adulti, invece, è parere di chi scrive, avranno più di qualche difficoltà ad aprire nuovamente quella finestra che si affaccia sui mondi che erano soliti esplorare, descritti da boschi nei quali amavano rifugiarsi e da nemici che aspettavano solo di essere sconfitti, da amori in cui sperare e da lieti fini in cui cullarsi e da riscrivere per, in essi, cullarsi nuovamente. Riuscire in un'impresa del genere, sradicare l'ancora che tiene un adulto ben piantato nel mondo reale, non è certo cosa da poco, in special modo se si vuole farlo con una fiaba dall'impostazione estremamente fanciullesca. Già perché nel momento in cui è la storia in sé a non avere lo spessore necessario a riuscire nell'impresa, devono essere altri gli elementi in grado di trasportare con forza il tutto in una dimensione fantastica, sì da riuscire, attraverso una costruzione e delle immagini particolarmente suggestive, a traghettare all'interno della stessa lo spettatore. E' questo il caso de "L'uomo Fiammifero". La sceneggiatura, infatti, non brilla per originalità e da sola non è assolutamente in grado di incuriosire, anche solo in parte, magari, chi guarda. Diviene, quindi, necessario ricreare quella dimensione fantastica di cui si scriveva poc'anzi con altri mezzi, in primis regia e fotografia. Quest'ultima, in particolare e seppur solo in qualche sequenza, sembra riuscirci; ci si riferisce, nello specifico, a quella che vede Simone ed il padre alla luce del forno a legna, che sfrutta alla perfezione l'illuminazione del crepuscolo e, più in generale, di una fotografia dalle tinte blu riscaldata solo dal tepore del fuoco e della sua luce. L'effetto che tale illuminazione conferisce all'intera sequenza è davvero notevole e si confà perfettamente a quella dimensione a metà tra il reale e l'irreale in cui una fiaba del genere dovrebbe essere immersa. Una fotografia di questo tipo, tuttavia, la si riscontra poche volte all'interno della pellicola e spesso lo spettatore si ritrova a guardare una storia per bambini raccontata nel modo in cui la si racconta ad un bambino. E' questo uno dei più importanti limiti del film. Generalmente, infatti, sono gli adulti a raccontare tali storie, peccato però che questa volta tra i fruitori della storia ci siano gli adulti stessi.
A scontrarsi con la mancata creazione di una dimensione fiabesca è anche il montaggio. Chiarini e Lorenzo Loi optano, infatti, per un montaggio che vede fantasia (solo le sequenze non girate in stop motion) e realtà intrecciarsi più volte senza un netto cambio di registro in termini e di fotografia e di regia. In questo senso un'atmosfera irreale molto accentuata e, soprattutto, più presente avrebbe conferito ad ogni scena, ed in particolare a quelle di fantasia, una forza fiabesca ben maggiore, che tanto avrebbe dato all'intera pellicola.

Altro elemento di interesse in questa opera prima del regista abruzzese è il largo uso della tecnica dello stop motion, attraverso cui i disegni dello stesso Chiarini prendono vita. I risultati di tale operazione verranno poi montati tra una sequenza e l'altra al fine di descrivere nel dettaglio alcuni degli aspetti fantastici, tra cui i piani organizzati dal piccolo protagonista per riuscire nella sua missione. Riguardo tale aspetto è possibile fare un discorso del tutto simile a quelli fatti fino a questo momento: se da una parte la scelta si rivela vincente e fresca, se non altro nel nostro panorama cinematografico, dall'altra risulta essere leggermente meno riuscita.
Che faccia presa sulla solita fascia d'età più bassa è, se vogliamo, anche abbastanza ovvio, ma ciò che è davvero degno d'interesse è la scelta, appunto, di mischiare questo tipo di stop motion con sequenze che vedono protagonisti persone ed ambienti reali. In tal modo, infatti, il regista sopperisce alla mancanza di mezzi, risparmiando una quantità non indifferente di riprese e risolvendo il tutto con una serie di disegni sicuramente meno impegnativi ma non per questo abbozzati, anzi. Inoltre è una scelta fresca, diversa o che comunque non si vede spesso, il che è già di per sé un aspetto positivo. Al di là del fatto che sia apprezzabile o meno in relazione all'opera nel suo insieme, resta comunque una scelta degna di nota. È anche vero, però, che quell'ottica d'insieme non la si può certo ignorare e che in tal caso l'uso dello stop motion è, ma questo è un parere quanto mai soggettivo, poco indicato per la fluidità della narrazione. Il cambio di registro, infatti, è troppo netto e la credibilità filmica dell'opera ne risente vistosamente.

Tra le varie considerazioni relative alla pellicola del regista teramano, non si può ignorare quella sulle interpretazioni, strettamente correlata alla caratteristica low budget che è alla base della pellicola stessa. Nei film a basso costo, infatti, spesso le intepretazioni, non essendo gli attori professionisti, risultano essere non particolarmente convincenti, la qual cosa si verifica anche in questo caso; più importante, tuttavia, è il fatto che, appunto perché è di un low budget che si sta parlando, questo aspetto dovrebbe, per quanto possibile, passare in secondo in piano rispetto alle idee che caratterizzano l'opera. E così faremo. Unico attore protagonista è l'ottimo Francesco Pannofino che riesce a dare credibilità al personaggio del padre del protagonista, pur non riuscendo a scrollarsi di dosso, specie durante gli scatti d'ira, quel Renè Ferretti che sembra sia stato tagliato su misura per lui.

Ad essere interessanti, alla luce di quanto scritto, sono, forse, più il regista e le sue inziative che la pellicola in sé. Questo esordio, infatti, pur apprezzabile in alcuni suoi aspetti, non risulta del tutto convincente, e più che un film per adulti accompagnati da bambini, "L'uomo Fiammifero" si rivela essere, più semplicemente, il classico film per bambini accompagnati da adulti.

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Recensione a cura di K.S.T.D.E.D. - aggiornata al 12/05/2010

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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